Paper Tiger

Paper Tiger

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, Paper Tiger di James Gray è l’eterno ritorno a un classicismo che attraversa il tempo, che trova terreno fertile anche nella nostra epoca, tra le nostre storie, sfrondandole da qualsiasi orpello narrativo e rendendole al contempo assolute. Le parabole morali di Gray partono da Eschilo, lo filtrano e aggiornano, mettendoci di fronte a dinamiche umane che sembrano scolpite nella roccia, destinate a ripetersi all’infinito. Prevedibili, eppure inevitabili.

Don’t Leave Me This Way

New York, Queens, 1986. Due fratelli, il carismatico ex-poliziotto Gary e il pacato ingegnere Irwin, agli antipodi come stile di vita, uniscono le forze per realizzare la loro fetta di sogno americano e cercano di chiudere un affare che coinvolge la mafia russa. Ma quella che doveva essere una splendida e facile opportunità si trasforma in un incubo nerissimo, mettendo a repentaglio la loro famiglia, la loro integrità e il loro legame fraterno… [sinossi]
Che ci sia ricchezza senza lacrime;
abbastanza per l’uomo saggio che non chiederà altro.

La citazione di Eschilo che apre Paper Tiger è una dichiarazione d’intenti, è anche e soprattutto un monito. È l’implacabilità del Fato riassunta in versi. È l’idea di un cinema esemplare nella forma e nel contenuto – con la forma che è contenuto. E la forma in\per Gray è significante proprio perché cinema; settima arte che si nutre della prima codificata forma della tragedia, riprendendola, proiettandola nel tempo, in un gioco di specchi tra un passato antico, un passato che ancora ci appartiene e una contemporaneità che avrebbe un dannato bisogno della solida architettura dei testi greci.
Quali sono i confini etici e morali del sogno americano? Quanto è alta l’asticella di questo immaginario seducente e apparentemente vincente? Muovendosi tra la tragedia greca e un cinema hollywoodiano limpidamente classico, così solido e accurato da apparire monumentale in ogni singolo fotogramma, James Gray continua a sventolare il vessillo di una poetica straordinariamente ambiziosa sia nella declinazione estetica sia in quella narrativa: una grandeur visiva e produttiva che è conditio sine qua non della tragedia, di questa rappresentazione titanica e a suo modo tombale dei sentimenti, dei valori e delle miserie umane. Perché, film dopo film, sul cinema di Gray, anche su Paper Tiger, incombono sempre il Fato e l’assoluto.

Il film di Gray è un cortocircuito tra l’immutabilità di un principio morale e un cambiamento non percepito: nel cercare di cavalcare il sogno americano, seguendo in teoria le regole di un gioco non scritto ma straordinariamente premiante, i due fratelli non si rendono conto di addentrarsi in una sorta di realtà parallela, una parte del loro mondo che ha altre leggi e altri padroni. Sono inadatti Gary e Irwin, non hanno denti così affilati, non hanno gli dei dalla loro parte: eppure, già a guardare l’incipit, eco del destino e del sangue di Gangs of New York, tutto sembra così chiaro. Ma, appunto, il sogno americano non si accorda con la saggezza…
Paper Tiger mette in scena due uomini fuori posto, travolti da un mondo che non conoscono più. È il tramonto di un’epoca, è il brusco passaggio dalle utopie degli anni Sessanta e Settanta alla violenza dilagante degli anni Ottanta – e il film è, in tal senso, una sorta di seguito morale, storico e politico di Armageddon Time. Film legati tra loro, capitoli di un immaginario che pellicola dopo pellicola tende sempre più a una forma autosufficiente e significante, immediata, alla sublimazione del cinema nella pura immagine, nella perfetta calibratura dei movimenti di macchina, nella certosina composizione delle inquadrature: tornano gli elementi Little Odessa, The Yards e I padroni della notte, tornano la mafia russa, i rapporti fraterni, l’ambizione e la colpa, la dissoluzione della famiglia, ma in forme ancor più essenziali, rigorose.

Non a caso, più delle parole di Irwin ai figli (due fratelli, ancora e ancora, alla ricerca di un tempo migliore), a parlarci sono le tre fotografie accanto alla poltrona; nel campo di grano, tra i riflessi del sole, ritroviamo parallelamente tutto il senso del film, dall’inadeguatezza di Gary all’implacabilità del fato; nella dissolvenza sulle scale, in una manciata di fotogrammi, è invece riassunta – splendidamente e tragicamente – l’estrema dignità di un personaggio solo apparentemente secondario, silente e fragile.

Info
La scheda di Paper Tiger sul sito di Cannes.

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