Mr. Nelson, Did You Kill People?

Mr. Nelson, Did You Kill People?

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Con Mr. Nelson, Did You Kill People? Shinya Tsukamoto torna a girare un film in inglese a diciassette anni di distanza da Tetsuo: The Bullet Man: qui l’occasione è data dalla vita di Allen Nelson, reduce del Vietnam incapace di superare il trauma dell’esperienza bellica. Un grande apologo pacifista che si inserisce in modo naturale nella filmografia del grande regista giapponese.

Siamo uomini o reduci?

Nato in una famiglia povera di New York, Allen Nelson si arruola nel Corpo dei Marines a diciotto anni per sfuggire alla discriminazione e alla miseria. Dopo aver prestato servizio a Camp Hansen, a Okinawa, nel 1966 viene inviato al fronte durante la guerra del Vietnam, convinto di poter diventare un soldato coraggioso al pari degli eroi cinematografici. Ma ciò che lo attende non è la gloria. Con il pretesto che i Viet Cong si sono infiltrati nei villaggi, persone di ogni età vengono considerate sospette e uccise l’una dopo l’altra. È una realtà terrificante e atroce, che lo costringe a uccidere. Al suo rientro in patria, a ventitré anni, lo attendono giornate tormentate e notti insonni, ossessionate dai ricordi del campo di battaglia. Terrorizzato dai rumori forti e dal buio, vede sfaldarsi i legami familiari fino a ritrovarsi senza fissa dimora. L’unico filo che lo tiene ancora legato al mondo è il dottor Daniels, uno psichiatra che presta servizio in un ospedale per reduci che gli offre sostegno e consulenza terapeutica. [sinossi]

Nel 2014 Shinya Tsukamoto tornò per la seconda volta in concorso a Venezia presentando Nobi, vale a dire Fires on the Plain, suo personalissimo adattamento del capolavoro letterario di Shōhei Ōoka – lo stesso che nel 1959 aveva ispirato il Kon Ichikawa di Fuochi nella pianura – che illustra le tragiche conseguenze fisiche e psicologiche per un battaglione di soldati giapponesi abbandonato al suo destino nelle Filippine sul finire della Seconda guerra mondiale; l’esordio nella corsa al Leone d’Oro era avvenuto cinque anni prima, nel 2009, quando il pubblico del Lido aveva avuto l’occasione di imbattersi in Tetsuo: The Bullet Man, ideale conclusione della clamorosa trilogia dedicata all’uomo-macchina (Tetsuo nel 1989 fu il titolo che lo rese celebre a livello mondiale, seguito poi nel 1992 da Tetsuo II: Body Hammer) che segnava anche il primo incontro per il grande cineasta giapponese con il parlato in lingua inglese. Nei diciassette anni successivi al 2009 la lingua veicolante del cinema di Tsukamoto è tornata a essere il giapponese, e i suoi film – Killing e Hokage – Ombra di fuoco – hanno continuato a partecipare alla sezione principale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, “tradizione” che trova conferma anche in Mr. Nelson, Did You Kill People?, suo sedicesimo lungometraggio. Con questo film, che esplora l’esperienza umana di Allen Nelson, su cui si tornerà tra poco, Tsukamoto si trova di nuovo a maneggiare il principale idioma statunitense, con una fondamentale differenza rispetto a Tetsuo: The Bullet Man: se in quell’occasione si trattava essenzialmente di una scelta politica, tesa a sottolineare i rapporti di forza tra Giappone e USA, ma anche riferita alla più efficace macchina industriale di armi, in questo caso l’uso dell’inglese lo si deve al fatto che si sta parlando di un essere umano – realmente esistito – che negli Stati Uniti era nato e vissuto. Ed è la prima volta, in quasi quarant’anni di carriera, che Tsukamoto sceglie di non concentrare l’attenzione su un protagonista nativo della Terra di Yamato. Ma chi fu Allen Nelson, nato nel 1947 e morto sessantunenne nel 2009?

Se in Italia il suo nome è pressoché sconosciuto, lo stesso non si può dire del Giappone, dove è sepolto e ha condotto oltre milleduecento incontri relativi alla sua esperienza. Ma perché questa relazione così stretta tra un afroamericano reduce della guerra in Vietnam e il Giappone? Come il film di Tsukamoto mostra in un breve ma significativo lacerto Nelson passò le ultime settimane di addestramento come marine prima dell’arrivo al fronte sull’isola di Okinawa, dove assistette alle invereconde azioni dei suoi commilitoni, tra stupri di prostitute e pestaggi vari; in secondo luogo, dopo lunghi anni di sedute psicanalitiche tese al superamento del trauma bellico, l’uomo scelse non solo di raccontare al mondo cosa avesse significato far parte del corpo dei Marines nel bel mezzo della giungla vietnamita – e il film non distoglie lo sguardo dai massacri ripetuti compiuti su una popolazione contadina e inerme –, ma anche di scagliarsi ripetutamente contro il “Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra gli Stati Uniti e il Giappone”, documento osteggiato in ogni modo dalla sinistra nipponica fin dalla sua stipulazione, nel gennaio 1960. Tsukamoto, per ragioni di compattezza narrativa, sceglie di narrare solo la lunga e faticosissima riabilitazione psicologica di Nelson, con abbondanti flashback sulle azioni compiute come soldato, la partecipazione attiva a massacri e distruzioni sistematiche di villaggi nella boscaglia indocinese. Lascia però nel finale l’incontro tra l’ex soldato e un giapponese che gli organizza le conferenze: i due sono in nave verso il Vietnam, dove Nelson torna per la prima volta a quattro decenni di distanza da quando venne infine rispedito a casa dopo aver svolto “il suo lavoro”, e il giapponese – interpretato da Lily Franky – gli racconta che anche suo padre, che aveva combattuto nelle Filippine, era tornato a casa con un grave disturbo post-traumatico che non solo gli aveva reso impossibile la vita ma lo conduceva ad azioni violente sulla moglie.

Ed ecco che in quel breve passaggio Mr. Nelson, Did You Kill People? si ricollega proprio al succitato Fires on the Plain, creando un cortocircuito fertile all’interno della filmografia di Tsukamoto, che afferma dopotutto di essersi imbattuto nell’opera saggistica autobiografica di Nelson proprio durante la lavorazione di Nobi, mentre era impegnato nella consultazione di una vasta gamma di testi che raccontassero la drammatica esperienza bellica. Ogni guerra dopotutto è tragicamente uguale alle altre, creando vittime e carnefici in egual misura e – come ammonisce Nelson parlando alla folla che si è radunata in Vietnam per ascoltarlo – nessuna nazione e nessun popolo può ritenersi al sicuro dal commettere atrocità nei confronti di qualcuno considerato genericamente nemico. Anno dopo anno, film dopo film, anche al meno brillante degli spettatori è apparso chiaro come il vero sentimento alla base del cinema di Tsukamoto, una volta spogliato di qualsivoglia orpello scenico – il cyberpunk, per esempio, che connota la prima parte della sua carriera ma non ne rappresenta il senso ultimo –, fosse la riflessione sulla violenza, sulla natura umana e sulla guerra. Una speculazione che non casualmente si è radicalizzata ma anche chiarificata durante i mandati di Shinzō Abe in qualità di Primo Ministro, con il politico che tentò di rivedere l’Articolo 9 della Costituzione, quello che prevede che il Giappone non abbia un esercito de iure: da lì sono venuti l’uno dopo l’altro Fires on the Plain, Killing, Hokage e Mr. Nelson, Did You Kill People?. Il discorso tsukamotiano è sempre più cristallino, di un nitore quasi adamantino, privo di ogni tipo di sovrastruttura. Ciò non sta però a significare che il discorso cinematografico si sia “semplificato”. Qui ad esempio, pur gestendo una struttura narrativa molto chiara, creata sulla dialettica tra le difficoltà nella vita quotidiana di Nelson, le sue sedute con uno psicoterapeuta – interpretato da un intenso Geoffrey Rush – che lo assilla con mesta dolcezza con un’unica reiterata domanda (“Perché hai ucciso delle persone?”; attorno all’evoluzione della risposta si articola il senso più ampio del film) e la memoria intollerabile del Vietnam, il regista di Bullet Ballet e Tokyo Fist non si tira indietro dalla contesa su ciò che è filmabile.

Se Mr. Nelson, Did You Kill People? non risparmia allo spettatore quasi nessuna atrocità, compreso un proiettile in fronte che buca l’occhio di un vietcong legato mani e piedi che sta dicendo ai suoi aguzzini – tutti afrodiscendenti – che dovrebbero anche loro combattere come stanno facendo i vietnamiti, perché a loro volta sono in realtà prigionieri negli Stati Uniti, non lo fa per mero e discutibile gusto scopico. Né per un’insana passione per l’ultra-violenza, per scippare le parole al drugo Alex. Tsukamoto sceglie di non censurarsi di fronte alla rappresentazione della guerra perché, in maniera coerente con la figura storica che sta ricordando e omaggiando, l’unico modo per superare il trauma è parlarne, condividerlo con gli altri, rendendo partecipi tutti di quell’abisso di orrore che è la guerra. Se Nelson sceglie la parola per ben tre volte nel corso del film – appena tornato dal Vietnam viene “reclutato” da una sua ex compagna di liceo divenuta insegnante per parlare ai bimbi di una scuola elementare; quando trova tra le mani del figliastro adolescente un opuscolo promozionale che i Marines hanno lasciato nella sua scuola decide di parlare di fronte a tutta la classe, nonostante ciò lo prostri oltre ogni misura; infine, divenuto già conferenziere, può parlare anche al popolo che ha contribuito a trucidare –, per Tsukamoto la parola è l’immagine, dunque la guerra non può non essere mostrata senza edulcorazioni di sorta. Eppure Mr. Nelson, Did You Kill People? è immerso in una dolcezza carica di pietas, ed è così scabro e privo di retorica che basta la mano di un adolescente poggiata sulla spalla del babbo adottivo per spingere naturalmente alle lacrime lo spettatore. Potere del grande cinema, e dell’umano. Ma le due cose sovente vanno di pari passo.

Info
Mr. Nelson, Did You Kill People? sul sito della Biennale.

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