Miele

Un sorprendente esordio alla regia, teso, calibrato ed ellittico. Più che il moto di denuncia civile e l’analisi spietata della società italiana che erano al centro di Bella addormentata di Bellocchio – film cui Miele può tematicamente essere avvicinato – alla Golino interessa in modo quasi ipnotico e tattile il suo personaggio principale, la sua parabola narrativa e la solitudine estrema cui la porta la sua clandestina professione. Con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi.

La morte e il pomeriggio

Irene è una ragazza di trent’anni che ha deciso di aiutare le persone che soffrono: malati terminali che vogliono abbreviare l’agonia, persone le cui sofferenze intaccano la dignità di essere umano. Un giorno a richiedere il suo servizio è un settantenne in buona salute, che ritiene semplicemente di aver vissuto abbastanza. L’incontro metterà in discussione le convinzioni di Irene e la coinvolgerà in un dialogo serrato lungo il quale la relazione tra i due sembrerà infittirsi di sottintesi e ambiguità affettive… [sinossi]
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In un cinema come quello italiano, troppo spesso slegato dal reale, il tema della morte – il massimo, l’apoteosi della realtà – viene accuratamente evitato. “Non parlare mai nei tuoi film di malattia, morte e vecchiaia”, disse tempo fa un regista affermato a un giovane collega, di cui non possiamo fare i nomi; e lo disse in un accesso di odioso conformismo e autocensura.
Ben venga perciò un film come Miele, adattamento del romanzo Vi perdono di Angela Del Fabbro (pseudonimo dietro cui si celava lo scrittore Mauro Covacich) e opera prima di Valeria Golino, in cui si racconta la vicenda di Irene, nome in codice Miele, una illegale portatrice di morte, morte dolce e assistita per malati, anziani o giovani che siano.
Più che il moto di denuncia civile e l’analisi spietata della società italiana che erano al centro di Bella addormentata di Marco Bellocchio – film cui Miele può tematicamente essere avvicinato – alla Golino interessa in modo quasi ipnotico e tattile il suo personaggio principale, la sua parabola narrativa e la solitudine estrema cui la porta la sua clandestina professione. Lontano perciò da certo cinema pseudo-autoriale, che occhieggia continuamente alla commedia, come gli ultimi film di Soldini, Salvatores, Ozpetek, ecc., Miele si tiene comunque – e giustamente – a distanza anche da autentiche espressioni autoriali, come quelle di Marco Bellocchio, ponendosi piuttosto in una sorta di spazio inesplorato del nostro cinema attuale, quello in cui è proprio il racconto di una storia, di una vicenda ad essere al centro del film. Infatti Miele è, banalmente, quel che si potrebbe definire una bella storia, una storia forte, ingrediente che – purtroppo – troppo spesso manca da noi.

Perfettamente aderente allo sguardo e al disagio della sua protagonista, interpretata da Jasmine Trinca, Valeria Golino la segue – tallonandola e incalzandola con primi piani e dettagli – nelle drammatiche visite che fa nelle case dei malati, nei viaggi in Messico dove si procura il medicinale (per cani) da somministrare ai suoi pazienti e negli incontri sporadici e deprimenti che fa con i “suoi” uomini, l’uno interpretato da Vinicio Marchioni (il suo ragazzo clandestino, visto che è sposato), l’altro da Libero De Rienzo (il suo ex e anche colui che le trova i “clienti”). Chiusa dunque in questi pochi legami codificati e con un padre cui ovviamente tiene tutto nascosto, Irene non può confessare a nessuno il suo disagio, anche perché quei pochi con cui potrebbe parlare sono i malati che accompagna alla morte assistita. Costretta, per non lasciare tracce, a indossare dei guanti ogni volta che consegna il veleno, Irene allo stesso modo evita di entrare in contatto con il mondo, e anche quando si concede uno svago, il suo unico svago, quello di nuotare in mare, sente la necessità di indossare comunque un involucro, una tuta da sub.

In una tale perfezione simbolica di segni e materiali di base, il problema di Miele diventa ovviamente quello di far “muovere” la storia, di inserire un elemento che metta in crisi le fragili certezze della sua protagonista: l’incontro con un’altra disperata solitudine era forse l’unica possibilità e qui viene individuata nella figura di un anziano in perfetta salute che vuole farla finita per depressione e stanchezza.
Con un meccanismo dal sapore molto dardenniano – l’essere umano non cambia mai se non messo di fronte a questioni di vita e di morte – Miele sceglie ovviamente la redenzione del personaggio e magari perde qualcosa in un vaghissimo eccesso di buoni sentimenti. Eppure il sentore – che pure c’è – di una concessione all’ottimismo calata dall’alto, viene comunque tenuto dalla Golino entro certi limiti grazie al suo modo di raccontare e riprendere: ellittico, mai pedante o didascalico, essenziale nei dialoghi e sempre curatissimo e calibratissimo nella scelta delle inquadrature. Niente macchina a mano o ingenuo spontaneismo visivo: Miele è un film raggelato e quasi estetizzante, capace di restituire con esattezza la vacuità sentimentale della sua protagonista.
Jasmine Trinca nel ruolo di Irene convince più per la perfetta fisicità (l’andatura, lo sguardo, il taglio dei capelli, un costante mezzo broncio) che per intensità recitativa, ma chi davvero eccelle – e non poteva essere altrimenti – è Carlo Cecchi, che veste i panni dell’anziano aspirante suicida e con il suo eloquio biascicante e gli sguardi ora vitrei ora cinici rende credibile il personaggio più difficile del film.

Info
Miele su facebook.
Il trailer ufficiale di Miele.
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