Puoi baciare lo sposo

Puoi baciare lo sposo

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Nonostante sia intriso di buone intenzioni Puoi baciare lo sposo non fa altro che confermare la mediocrità già esibita da Alessandro Genovesi nel corso della sua carriera. Una commedia stanca, incapace di rifuggire con forza dal macchiettismo e da gag stantie, e che spreca anche la location di Civita di Bagnoregio.

Questo matrimonio non s’ha da fare

Antonio ha finalmente trovato l’amore della sua vita, Paolo, con il quale convive felicemente a Berlino. Nell’entusiasmo di una tenera dichiarazione d’amore, Antonio chiede a Paolo di sposarlo ma ora viene il momento di affrontare le due famiglie. Decidono quindi di partire insieme per l’Italia, destinazione Civita di Bagnoregio, dove vivono i genitori di Antonio: la madre Anna e il padre Roberto, sindaco progressista del paese che ha fatto dell’accoglienza e dell’integrazione i punti di forza della sua politica. Ai due innamorati si uniscono, per un viaggio pieno di rivelazioni e sorprese, la loro bizzarra amica Benedetta e il nuovo coinquilino Donato. Anna accetta subito l’intenzione del figlio di unirsi civilmente a Paolo a patto che vengano rispettate tutte le tradizioni e alcune condizioni: alle nozze dovrà partecipare la futura suocera, bisognerà invitare tutto il paese, dell’organizzazione se ne dovrà occupare Enzo Miccio, wedding planner per eccellenza e i ragazzi dovranno essere uniti in matrimonio dal marito, con tanto di fascia tricolore. La madre di Paolo, Vincenza, parteciperà alle nozze? Ma soprattutto, Roberto sosterrà la scelta di suo figlio? [sinossi]

Potrebbe perfino procurare illusioni l’incipit di Puoi baciare lo sposo, che nonostante un’estetica mutuata con fin troppa aderenza dall’universo pubblicitario intende raccontare un amore omosessuale in tutta la sua ovvia normalità, puntando l’attenzione sull’intimo romanticismo senza per questo tralasciare il desiderio. Peccato che questa breve sequenza non articoli mai una dialettica nel corso dei restanti novanta minuti durante i quali si sviluppa la narrazione architettata da Alessandro Genovesi e Giovanni Bognetti. Inutile probabilmente sorprendersi: la filmografia di Genovesi è un curriculum vitae purtroppo fin troppo sincero e trasparente, e parla di un cineasta pressoché privo di intuizioni, ambizioso ma senza qualità reali, medio tanto nella messa in scena quanto nella scrittura di personaggi e situazioni.
Puoi baciare lo sposo parte da un’evidenza sociale – la legge Cirinnà che regolamenta le unioni civili tra persone dello stesso sesso, in vigore dal giugno del 2016 ma già contestata da molte parti, con politici come la post-fascista Giorgia Meloni che propongono al loro elettorato fantasiose ipotesi di abolizione qualora ricevessero il mandato a governare – e cerca di legarla, anche in modo virtuoso, ad altre realtà presenti sul territorio italiano, a partire dalla tanto vituperata accoglienza dei profughi. Per farlo sceglie di raccontare la più antica delle commedie: il matrimonio non s’ha da fare, perché uno dei genitori si oppone alle nozze. In questo senso Genovesi sembra quasi aver tinteggiato il suo film nelle timbriche di una riedizione del classico di Stanley Kramer Indovina chi viene a cena: solo che non è più il colore della pelle a preoccupare il futuro suocero, ma il sesso del fidanzato. Perché il figlio è maschio, ed è maschio anche il genero…

Se il film di Kramer, pur muovendosi nel solco di un cinema vecchio prima ancora che classico, riusciva a innestare un discorso neanche banale sul pregiudizio in grado di radicarsi anche nelle menti più liberali (incarnate dal giornalista left wing interpretato da Spencer Tracy), tutto questo rimane solo sulla carta in Puoi baciare lo sposo. Genovesi infarcisce la sua storia d’amore omosessuale di sottotrame del tutto prive di interesse e ben presto abbandonate al proprio destino: un discorso che vale senza dubbio per il personaggio di Dino Abbrescia, autista di pullman pugliese che scopre tardivamente la sua passione per il travestitismo, e che irrompe in scena fin dalle prime battute senza un reale scopo, senza una vera dimensione propria, senza un motivo che esuli dall’idea di rimpolpare una trama esigua partecipando al gran gioco del “bizzarro”. Ancor meno credibile e interessante è poi lo sviluppo – se così si può chiamare – del personaggio, con tanto di storia d’amore risibile con la ricca e svogliata Benedetta, padrona di casa dei due innamorati in quel di Berlino. Già, Berlino. Utilizzata a mo’ di specchietto per le allodole la capitale tedesca è più sognata che vissuta, patria ideale di un’ancor più ideale libertà dei costumi. Così come si spreca Berlino, la situazione non migliora con la vera location del film, la viterbese Civita di Bagnoregio, uno dei borghi più belli d’Italia noto con il poco rassicurante nome di “città che muore”.
A morire è davvero il borgo, ucciso da un utilizzo degno della peggior fiction televisiva, con una luce sempre uniforme e così anche i colori; quale sarebbe stata la differenza nel girare in studio? E che senso ha, film commission a parte, scegliere paesaggi così peculiari se non si ha la capacità, e forse neanche la voglia, di valorizzarli?

Tra una strizzatina d’occhio al pubblico del piccolo schermo (la partecipazione straordinaria di Enzo Miccio è inutile e dannosa allo stesso tempo) e una serie di gag e contrattempi slegati e privi di senso, Puoi baciare lo sposo non fa altro che confermare la mediocrità già esibita da Alessandro Genovesi nel corso della sua carriera. E il messaggio progressista finisce per perdersi dietro trovate vacue, come quella di inserire a forza una scenetta musical “minacciata” nell’arco di tutto il film.

Info
Il trailer di Puoi baciare lo sposo.
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