Nome di donna

Nome di donna

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Marco Tullio Giordana torna alla regia a sei anni di distanza da Romanzo di una strage con Nome di donna, che si inserisce all’interno delle riflessioni sul ruolo della donna nella società contemporanea e sull’abuso di potere da parte del maschile. Peccato che al di là del tema non ci sia nulla, né a livello di scrittura né tantomeno di messa in scena. Si conferma l’idea del cinema di Giordana, che non si mette mai al servizio di ciò che racconta, finendo per cannibalizzarlo.

I complimenti della casa

Nina si trasferisce da Milano in un piccolo paese della Lombardia, dove trova lavoro in una meravigliosa residenza per anziani. Un mondo quasi fiabesco. Dove però si cela un segreto scomodo e torbido. Nina sarà costretta a confrontarsi con le sue colleghe, italiane e straniere, per affrontare il direttore della struttura, in un’avvincente e appassionata battaglia sul diritto di essere donna… [sinossi]

In un dialogo di Nome di donna, presente anche nel trailer del film, il prete che gestisce le risorse umane della residenza per anziani Baratta interpretato da Bebo Storti, chiede al suo diretto superiore “Quando è cominciato? Quando ci è scappato tutto di mano?”. Con una buona dose di malignità un simile interrogativo lo si potrebbe girare a Marco Tullio Giordana, e in modo più complessivo a una parte consistente del sistema cinematografico italiano. Quando è cominciato? Erano sei anni che Giordana non dirigeva un film, dall’epoca del largamente sopravvalutato Romanzo di una strage, che fu portato su un palmo di mano al momento dell’uscita per essere poi dimenticato in fretta e furia. La rilettura della Storia attraverso la lente deformante dell’immagine è stata al centro del discorso cinematografico del regista milanese: ecco dunque Piazza Fontana e l’omicidio di Pinelli, e prima ancora il delitto Pasolini e la vita e la morte di Peppino Impastato, per glissare sull’opera più ambiziosa finora portata a termine da Giordana, il racconto di quarant’anni d’Italia racchiuso ne La meglio gioventù. Che fine ha fatto quella “meglio gioventù”? Lavora forse anch’essa nella residenza Baratta, splendida cornice per una casa di riposo, immersa nella campagna lombarda, la stessa descritta (con ben altre timbriche e ben altra ispirazione) da Luca Guadagnino in Chiamami col tuo nome?

Prima di immergersi nella lettura di un film in un modo o nell’altro destinato a far discutere, e per questioni che nulla hanno a che vedere con la pura tessitura cinematografica dell’intreccio, è giusto – e forse di questi tempi perfino obbligatorio – sciogliere qualsiasi riserva possibile: è lodevole che Giordana si sia interessato di portare in scena un tema come quello dell’abuso di potere maschile sui luoghi di lavoro, centrale ma con troppa facilità dimenticato dalla produzione italiana. Ed è ancora più lodevole che il progetto sia stato messo in piedi tre anni fa, quando le denunce e la cassa di risonanza trovata dal movimento MeToo erano ancora di là da venire: certo, tre anni fa i dati sulla disparità e la diseguaglianza nel trattamento delle donne sui posti d’impiego erano già chiari e netti, ma la tribuna mediatica se ne disinteressava completamente. Il punto a cui bisogna poi giungere è un altro: basta la buona (ottima) volontà per trasformare un tema in un sistema d’immagini denso e stratificato? La risposta è davvero troppo semplice, ed è no.
La storia di Nina Martini, interpretata da una volenterosa ma non sempre ispirata Cristiana Capotondi, e delle esplicite avance ricevute dal suo capo, Marco Maria Torri, così vanesio da pretendere che gli altri lo chiamino “dottore” nonostante non abbia mai terminato il corso di studi universitari, è un valido esempio di fiction d’inchiesta. Per un pubblico televisivo, sgravato da qualsiasi pretesa intellettuale e scenografica, può anche andar bene il racconto di una violenza, della volontà di smascherare il sopruso e della battaglia legale che deve mettere il punto alla questione. E Nome di donna lo si riesce senza difficoltà a immaginare suddiviso in due puntate serali su RaiUno, con tanto di dibattito a seguire sul ruolo della donna e sulle battaglie portate avanti per difendere una categoria perennemente vessata, e mai riconosciuta degna del pari diritto. È già lì, a troneggiare in prima serata, la storia di Nina e della sua lotta. Il corollario narrativo della retorica ufficiale c’è tutto, dal prete connivente alle colleghe che si rifanno su Nina invece di fare fronte contro il nemico comune, passando per le cattiverie dette a scuola dalle compagne di classe della figlioletta di Nina, fino ad arrivare alle paladine del giusto, in CGIL e in tribunale. Tutto raccontato senza sfumature, senza chiaroscuri, ma con un impeto manicheo perfino giustificabile (per lo meno in una certa misura) all’interno di un discorso netto.

Prende la parte, Marco Tullio Giordana, ma gli manca lo sguardo. E non si può fare cinema quando a venire meno è lo sguardo. Nome di donna è la piatta rappresentazione di un punto fermo ideale, così sguarnita di meccanismi dell’immaginario della Settima Arte da inficiare anche il conflitto che prende carne e corpo in scena. La scrittura del personaggio del “maiale”, il suddetto dottor Torri, è a dir poco semplicistica: a tratteggiarlo basta la reiterata rischiesta che Nina si presenti da lui ancora con la divisa da lavoro addosso, o il resoconto di chi ricorda come a eccitarlo bastasse usare i guanti con i quali si era “pulito il cesso”. Il vizio. Quella che dovrebbe apparire come una disamina del sistema di pensiero dominato dal maschile si trasforma solo in una rappresentazione di un uomo vizioso, che raggiunge l’erezione solo in presenza di serve, sguattere e colf. Null’altro. Il resto è un universo che lo difende a prescindere, ma senza una reale connotazione: il don interpretato da Bebo Storti è ligio al dovere, quasi un esecutore di compiti di memoria nazista, ma nulla di più. Il sistema inscenato da Giordana e dalla co-sceneggiatrice Cristiana Mainardi (parte integrante dello staff della Lumière & Co. di Lionello Cerri) è così legato alle “gesta” del singolo da poter essere combattuto con efficacia nelle sale di tribunale, quando è tristemente noto come ciò avvenga solo di rado. Certo, in un coup de théâtre degno di Perry Mason o de La signora in giallo, è possibile nascondere una videocamera nello studio di Torri per svelare le turpitudini che vi si svolgono all’interno – la sequenza dell’effrazione notturna nello studio del titolare della residenza per anziani raggiunge il nadir del film, oltrepassando le soglie del ridicolo involontario – ma non è altro che la conferma del fatto che il problema sia da rintracciare solo e soltanto nel comportamento del singolo. E non basta il dettaglio finale di un altro abuso in un altro luogo di lavoro (quello giornalistico) per sminare questo ordigno.

Marco Tullio Giordana non si mette a disposizione di un tema per trasformarlo, attraverso le armi del cinema, in una narrazione per immagini in grado di parlare agli occhi, al cuore e alla pancia degli spettatori. Non l’ha mai fatto. Il suo cinema civile, se tal può essere davvero definito (e i dubbi sono molti), non ha nulla della viscerale presa di posizione di Ken Loach. Non c’è appartenenza, nel cinema di Giordana, ma solo opportunità. L’opportunità di raccontare la Storia e, in questo caso, di aggiungere un tassello a quella visione medio progressista che è sempre stata la reale cifra stilistica della sua messinscena: l’immigrazione in Quando sei nato non puoi più nasconderti, e la condizione femminile in Nome di donna. È un cinema che si indigna solo in superficie, solo ed esclusivamente attraverso le vicessitudini della sua protagonista – sempre retta, sempre infallibile, sempre dalla parte giusta e nel comportamento adeguato –, senza che questa sensazione di disgusto trapeli mai attraverso i movimenti di macchina o i posizionamenti della camera. “Sguardo acefalo”, così lo definì Paolo Bertetto nel capitolo dedicato a Giordana ne Il più brutto del mondo, il saggio pubblicato da Bompiani nel 1982. In trentasei anni nulla è cambiato, anzi: gli aspetti più deteriori del cinema di Giordana si sono amplificati, riverberandosi film dopo film, senza che a nessuno venisse più in mente di porre dubbi. “Quando è cominciato? Quando ci è scappato tutto di mano?”. Forse già nel 1982 o ancora prima, con l’esordio Maledetti vi amerò che pure, paradosso tra i paradossi, resta l’opera più compiuta, o almeno la più personale, dell’intera carriera del regista. Non c’è grammatica, in Nome di donna, ma non per una postura punk, ghigno beffardo e anarcoide contro la prassi. Non c’è grammatica perché non ha valore all’interno di una storia che si racconta da sola, asettica e (im)morale, eticamente inappuntabile eppure così drammaticamente vuota di senso dell’immagine in movimento. Possono abbondare i dolly, le inquadrature plongée, ma alla fine tutto si risolve solo in dialoghi preconfezionati, attraverso i quali deve sempre essere rilasciato un dettaglio in più, una chiave d’accesso al pubblico più distratto. Sgangherata rappresentazione di una lotta che avrebbe meritato uno sguardo più attento e ricco, e forse anche più moderno, Nome di donna è l’ennesimo fallimento di un regista dominato da un’estetica mediocre, già televisiva prima che venissero ridefiniti gli standard televisivi. Il cinema resta appollaiato su un tavolino, racchiuso nella cornice di una foto d’epoca che la vecchia Adriana Asti venera come una reliquia. È San Luchino (lei che recitò in Rocco e i suoi fratelli e Ludwig). Ma Visconti è morto da oltre quarant’anni, e neanche il suo fantasma aleggia più da queste parti.

Info
Il trailer di Nome di donna.
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