Mandy

Mandy dimostra tutta l’irritante vacuità dell’approccio registico di Panos Cosmatos, già autore del futile Beyond the Black Rainbow. Tra idee sgraffignate a Lynch e Raimi (senza capirne il senso) un horror sguaiato e ambizioso allo stesso tempo, che lascia il tempo che trova e riesce solo ad annoiare. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Un amore che brucia

1983, una regione deserta e selvaggia. Red Miller è innamorato profondamente dell’attraente Mandy Bloom. La vita che si sono costruiti viene distrutta quando una banda di creature sovrannaturali, abiette e devastatrici fa irruzione con furia nel loro idilliaco paradiso. Per Red non c’è che un’unica risposta possibile: rintracciarli e vendicarsi. [sinossi]

È difficile comprendere il senso della presenza di Mandy, opera seconda di Panos Cosmatos – figlio d’arte, visto che il babbo fu il regista tra gli altri di Cassandra Crossing e Leviathan –, nel parterre de roi della Quinzaine des réalisateurs. Non certo per la sua appartenenza al “genere”, visto che nella sezione parallela a quella ufficiale l’horror e il thriller hanno sempre trovato una casa ospitale (e solo pochi anni fa fu irripetibile la proiezione di Non aprite quella porta alla presenza di Tobe Hooper), ma proprio per la sua reale consistenza. Panos Cosmatos, che assurse per meriti ancora difficili da decifrare a ruolo di regista di culto per aver diretto lo scombiccherato e futile Beyond the Black Rainbow, torna alla regia con un film irritante e vacuo, pretenzioso e sguaiato. Le ambizioni sembrano evidenti fin dalle primissime immagini: un bosco ripreso dall’alto, e dominato e sovrastato dalle note di Starless dei King Crimson. È lo stile della prima parte del film, rallentato all’eccesso e disperso in un ipnotico magma onirico, che sintetizza sia la storia d’amore tra Red e Mandy sia il pericolo incombente che grava sulla coppia, minacciata dalla banda di un santone hippie che avrebbe voluto sfondare nel mondo della musica e ora si è trasformato in guida spirituale per un gruppo di debosciati.

Cosmatos guarda in maniera fin troppo evidente al David Lynch di Twin Peaks, e già le prime crepe si mostrano in tutta la loro palese evidenza. Mandy è un thriller che flirta con l’orrore sovrannaturale – ma i cattivi possono essere uccisi come qualsiasi essere umano, visto che sanguinano e vengono addirittura investiti con l’automobile – e che mira a riproporre fin dalla laccatissima fotografia di Benjamin Loeb un immaginario d’altri tempi, di un’America profonda e dimenticata. Così Cosmatos passa da Lynch a Rob Zombie, senza dimenticare un fastidioso rimando a Hellraiser di Clive Barker; ma oltre il citazionismo puro e semplice, o l’ideale riferimento iconico, davvero sembra non esserci nulla. Il vuoto assoluto, siderale come i pianeti di cui discettano gli innamorati prima che il loro idillio venga smembrato, bruciato vivo – è proprio il caso di dirlo.
Cosmatos gioca con l’orrore come se tutto si riducesse a un accumulo di istanze visionarie da allestire in bella sequenza per gli spettatori. Se il perturbante lynchiano serve solo a un totale in cui un gruppo di figuri non raccomandabili è seduto su un divano e osserva la vittima designata allora il problema è proprio da ricercare alla base. Non esiste struttura, né narrativa né immaginifica, che muova gli intenti di Cosmatos. Non esiste alcun tipo di reale motivazione perché la storia ai limiti dell’inutile di Mandy venga raccontata. Il grande frullatore dell’immaginario contemporaneo si mette in moto, e Cosmatos dimostra di accontentarsi del minimo indispensabile, rubacchiando un combattimento con motoseghe idealmente a Sam Raimi o provando a riprodurre le fantasie morbose di Zombie e le atmosfere elegiaco/distruttive di Winding Refn.

Nel momento in cui a restare a galla è solamente la duplice forma del film – esageratamente contemplativa la prima metà, di violenza cartoonistica e grottesca la seconda parte – ci si può rendere conto della mancanza di onestà di Cosmatos, e del suo scarso rispetto non solo per il pubblico (scrivere uno straccio di trama dovrebbe essere il requisito minimo per pensare di raccontare una storia) ma per il genere stesso. L’horror è materia ben più concreta e seria di questo cumulo di scemenze che pretenderebbe anche di ambire allo status di cult autoriale. Oltretutto a mancare è perfino il divertimento, e se si esclude la performance comunque apprezzabile di Nicolas Cage – che si sforza di rendere tridimensionale un personaggio che fatica ad arrivare alla bidimensionalità talmente impalpabile è la sua scrittura in fase di sceneggiatura – il resto viene a noia dopo pochi minuti. Certo, per chi si vuol lasciare affascinare a tutti i costi c’è l’abuso di color correction e di filtri – tutto rosso, o tutto verde, senza mediazioni e una volta di più senza senso alcuno – e l’ultima colonna sonora del compianto Jóhann Jóhannsson. Un po’ poco, da qualsiasi punto si voglia analizzare la questione.
La verità, forse, sta tutta nei riferimenti già citati. Là dove Raimi nel dirigere Evil Dead dimostrava al di là di ogni ragionevole dubbio come da una produzione amatoriale potesse emergere un regista dallo sguardo unico e rivoluzionario, Cosmatos con Mandy compie il percorso inverso. Non basta avere a disposizione una produzione solida – circa sei milioni di dollari di budget – per mascherare in modo credibile una regia e un pensiero cinematografico completamente amatoriale. Nel senso più deteriore del termine.

Info
Mandy sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
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