Vice – L’uomo nell’ombra

Vice – L’uomo nell’ombra

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Arguto, geniale, divertente, ma anche troppo auto-compiaciuto: Vice – L’uomo nell’ombra è il nuovo film di Adam McKay in cui si ragiona sull’idea secondo la quale solo un essere mediocre e imponderabile come Dick Cheney, solo un signor nessuno, gonfio non di presunzione ma di birra, poteva cambiare le sorti degli Stati Uniti e dell’umanità.

Ve lo meritate Dick Cheney!

Attraversando mezzo secolo, il complesso viaggio di Cheney, da operaio elettrico del rurale Wyoming a presidente de facto degli Stati Uniti, offre una prospettiva interna, a volte amara e spesso inquietante, sull’uso e l’abuso del potere. [sinossi]

Nella terminologia giornalistica di un tempo, il vice era colui che scriveva un pezzo al posto del titolare di una rubrica o di una sezione del giornale. Ad esempio, tante recensioni di film nei quotidiani venivano firmati dal vice, che così era costretto ad auto-definirsi in fondo all’articolo, ed erano di solito quei film che venivano reputati minori rispetto a titoli di maggior richiamo.
L’idea filosofica di Adam McKay in Vice – L’uomo nell’ombra, quella secondo la quale un vice qualsiasi (Dick Cheney in questo caso, vice-presidente di Bush junior dal 2001 al 2009) ha governato e tessuto le fila della nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti, e ha così incanalato verso il peggio le sorti del pianeta (scatenando la guerra contro l’Iraq e favorendo la nascita dell’ISIS, oltre a creare le premesse per l’elezione di Trump, tanto per fare qualche esempio che viene citato nel film), è a suo modo un’idea geniale. Perché non ci tiene solamente a dire che la Storia la fanno delle personalità nell’ombra, quanto ancor di più che la Storia è un meccanismo tanto delicato – e, in fin dei conti, semplice – che basta infilare nei suoi gangli un rozzo, vacuo, ignorante, cinico ex-ubriacone e anche furbo (è, per l’appunto, il Dick Cheney qui interpretato da Christian Bale) in un ruolo di potere per avere una catastrofe, soprattutto se quell’uomo è alle dipendenze di un potentissimo idiota (il Bush junior incarnato meravigliosamente da Sam Rockwell).

Come già in La grande scommessa, McKay gioca con i codici cinematografici, fa esplodere e implodere continuamente la narrazione, rompendo gli schemi e superando quella dimensione della quarta parete tanto da far sì che i personaggi si rivolgano spesso alla camera, appellandosi allo spettatore. In questo c’è ancora e sempre la lezione di Martin Scorsese, e in particolare di The Wolf of Wall Street (come, d’altronde, già accadeva in La grande scommessa), ma c’è anche una arguta rielaborazione dei metodi affabulatori di Michael Moore, laddove la bidimensionalità dialettica e da film a tesi dell’autore di Bowling a Columbine la si incardina all’interno di un discorso che vuole comunque informare il pubblico a proposito delle malefatte dei politici repubblicani – e vi sono infatti in Vice – L’uomo nell’ombra diversi momenti presentati come inchiesta giornalistica – ma come ribaltati di segno, come a farci credere per paradossale ironia, che questo sia stato un bene. E, invece, come verrà poi magistralmente auto-denunciato nella sequenza post-titoli, Vice – L’uomo nell’ombra è pur sempre un film liberal, ma molto molto più raffinato di quanto possa permettersi di fare Moore. Forse anche troppo…

Vice – L’uomo nell’ombra passa continuamente e ostinatamente dal passato al presente, allude al futuro e poi ritorna al passato, per un gioco temporale impazzito in cui vengono lanciate delle false esche, come a volerci far intendere che stiamo assistendo, nel passato e nella fase della formazione di Cheney, a degli eventi decisivi nella crescita del protagonista, mentre invece McKay vuole solamente disorientarci, fino a farci capire che quell’uomo dal cuore interscambiabile (Cheney è sopravvissuto a diversi infarti e ha avuto anche un trapianto di cuore) è sostanzialmente un guscio vuoto, un signor nessuno, un insignificante vice, e proprio per questo – proprio per questo suo essere totalmente insignificante – ha una marcia in più rispetto a chiunque altro.
Non è un caso che rispetto agli altri attori così tanto caricati nelle loro caratterizzazioni grottesche – non solo il Bush/Rockwell, ma soprattutto il Donald Rumsfeld/Steve Carell e anche, se vogliamo, la macbethiana moglie di Cheney, Lynne, interpretata da Amy Adams – il Cheney di Bale è quasi sempre silenzioso, armato di un sorrisetto ammiccante e ottuso; è un barile gonfio, che diventa sempre più gonfio man mano che invecchia, come se all’interno non ci fosse nulla, come se fosse malato di idropisia e bastasse puncigliare quel suo ventre abnorme con un ago (o con un’esca da pescatore) per verificare che all’interno non c’è nulla, se non dell’aria – o dell’acqua – rancida e ammuffita. In tal senso, Cheney/Bale letteralmente non recita (anche se, molto probabilmente, visto il modo in cui ha sottoposto il suo corpo al disfacimento elefantiaco, potrà puntare all’Oscar), ma sta, resta fermo, quasi immobile, presiedendo alle situazioni senza mai esporsi troppo.

Ed è in tal senso che, grazie al suo essere un vice della vita e della politica, il Cheney/Bale riesce a superare e ad averla vinta su tutti gli altri personaggi: non solo sull’idiota Bush, che è impresa sin troppo facile, ma anche sul suo “maestro” di cinismo Rumsfeld/Carell e sulla sua “maestra” di vita: la moglie. Rumsfeld ha il limite di credersi troppo furbo, troppo compreso nel suo ruolo di cazzone della politica, e questa sua posa ha paradossalmente dei tratti troppo intellettuali per permettergli di risultare vincente, mentre invece bisogna essere molto più gommosi, più adiposi, più inafferrabili, proprio come è Cheney.
La moglie Lynne, dal canto suo, è decisamente più abile del marito ed è perfettamente calata nel suo ruolo di Lady Macbeth, come dimostra una sequenza in camera da letto in cui i due personaggi reinventano una situazione shakespeariana, con tanto di inquietante temporale palesemente posticcio al di là delle finestre. Ed è sempre lei che, all’inizio del film, fa la predica al marito ubriacone e lo induce a smettere di bere, in una sequenza che ci viene presentata come quella decisiva per la crescita del personaggio di Dick, e che in tal senso appare in prima istanza decisamente maldestra, mentre solo più tardi capiremo che si trattava di un’altra falsa esca. Inoltre, lei sa parlare in pubblico molto meglio del marito e sa motivare con maggior enfasi retorica – qualità totalmente aliena a Dick – le soluzioni politiche di quell’estrema destra che stava cominciando ad avanzare su tutto il pianeta. Ma è proprio lui, e solo lui, grazie alla sua consustanziale indefinitezza, che riuscirà a far prevalere veramente quel modo deforme di concepire e di condurre la cosa pubblica. Ed anche qui, dunque, McKay vuole farci credere di voler aderire allo stereotipo del “dietro a un uomo di successo c’è sempre una grande donna”, per poi ribaltare la prospettiva con grande abilità. E, ancora una volta, viene da dire: con troppa abilità.

Infatti, il problema di McKay – un problema già intuibile ne La grande scommessa – è che il suo Vice – L’uomo nell’ombra è un film più intelligente che riuscito. È un film che si ama troppo e che si compiace all’eccesso della sua astuzia, tanto da far intuire una sorta di disprezzo nei confronti dello spettatore medio americano, che poi è quello spettatore che in cabina elettorale va a votare Trump. Come dargli torto, verrebbe da dire, ma è anche vero che un cinema che fa costantemente l’occhiolino al pubblico esperto, che finge di condurti da una parte e poi ti conduce altrove, che gioca costantemente a nascondino, è un cinema un po’ furbetto e supponente. Se c’è, infatti, una qualità di Scorsese che McKay non ha introiettato, e che evidentemente non vuole introiettare, perché è troppo furbo e astuto per non rendersene conto, è che il cineasta newyorchese non viene mai meno al grande senso dello spettacolo, dell’entertainment volgarmente inteso, ma pur sempre infallibile.
E tutta questa frenesia di voler dimostrare di essere il più intelligente e il più colto di tutti McKay la esplicita nel momento in cui cita chiaramente Quarto potere: un’inquadratura dal basso, sghemba, con Cheney che parla in pubblico e, dietro di lui, una sua gigantografia. A quel punto siamo chiamati a rileggere tutto Vice – L’uomo nell’ombra in chiave wellesiana, e bisogna dire che tale lettura non fa una piega: cos’altro è infatti questo Dick Cheney se non un novello Charles Foster Kane, esattamente speculare all’antieroe wellesiano? Se infatti Kane era predestinato a cambiare le sorti dell’umanità – e non l’ha fatto, perché sostanzialmente incapace -, Cheney era predestinato a una vita mediocre e insulsa, eppure – proprio per questa sua incapacità – ha cambiato le sorti del pianeta. E, come nel personaggio di Welles, anche in quello di Cheney – ci dice McKay – è impossibile trovare il segreto: non può esserci nessuna Rosebud. L’uomo, sia quando fallisce, sia quando riesce, rimane un mistero imponderabile.

Ponendosi direttamente in competizione con il capolavoro wellesiano, Adam McKay svela dunque la sua smisurata ambizione, il suo sfrenato desiderio di caricare il film di molteplici chiavi di lettura. E allora, va a finire che anche alcune intuizioni tra le più geniali restano come un surplus simbolico, come un rimasuglio di interpretazione che viene parzialmente gettato via: una di queste è la chiave di lettura del pescatore che attende con pazienza che il pesce abbocchi. Cheney veniva chiamato in codice “il pescatore” ed era maestro nella pesca sportiva, e in extremis – proprio sui titoli di coda – McKay ci suggerisce che per l’appunto le false esche sono degli altri elementi decisivi per leggere il film.
Non diversamente va infine con i cosiddetti gruppi di riflessione, vale a dire cittadini pescati a caso e chiamati a confrontarsi sulle scelte politiche dell’amministrazione per verificare cosa viene inteso dall’uomo medio, cos’è che la propaganda riesce a trasmettere e in cosa può migliorare. E questo elemento viene chiaramente declinato verso la conclusione di Vice – L’uomo nell’ombra negli screening test, quella metodologia tipicamente hollywoodiana per decretare il trionfo o il fallimento di un film. In questa scena McKay compie un ulteriore guizzo di genialità – l’ennesimo – e mettendo insieme Trump (definito da qualcuno «quella cosa arancione»), il suo film che abbiamo appena finito di vedere e il desiderio di due ragazze di andare a vedere il nuovo Fast & Furious ci consegna ancora una volta il suo senso di sfiducia verso l’ignoranza dell’americano medio. E, per quanto si possa apprezzare l’argutezza di McKay, non si può non deprecare questo suo atteggiamento schizzinoso, questo suo sentirsi superiore non solo al pubblico, ma anche ai suoi personaggi. Perché, per quanto Kane venisse messo alla berlina, era pur sempre Welles a interpretarlo, con atto di maestosa auto-ironia masochistica. Ecco, forse quel che manca veramente a McKay, grande maestro di ironia, è quel pizzico di umiltà che gli permetterebbe di prendere in giro anche se stesso.

Info
Il trailer di Vice – L’uomo nell’ombra.
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