The King

The King

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Riscrittura decisamente personale dell’Enrico IV e dell’Enrico V di Shakespeare, The King – diretto dall’australiano David Michôd – è un cupo e riuscito dramma sull’eredità del potere e sull’eterna, terribile, tentazione della guerra. Fuori concorso a Venezia 76.

Non avremmo mai voluto sentire le campane di mezzanotte

Principe ribelle e riluttante erede al trono d’Inghilterra, Hal ha voltato le spalle alla vita di corte e vive tra il popolo. Ma quando il tirannico padre muore, Hal è incoronato re con il nome di Enrico V e si trova costretto ad abbracciare la vita alla quale aveva cercato di sfuggire fino ad allora. Il giovane re si trova ora a destreggiarsi tra la politica di palazzo, il caos, le guerre che il padre si è lasciato alle spalle, e le vicende emotive della sua vita passata, incluso il rapporto con l’intimo amico e mentore, l’anziano cavaliere alcolista John Falstaff. [sinossi]

Le competenze, in particolare drammaturgiche, che si richiedono nel momento in cui qualcuno decide di avvicinare Shakespeare per provare a farne una trasposizione cinematografica, devono essere necessariamente alte. Si ricorda, in tal senso, un recente adattamento del Macbeth, diretto da Justin Kurzel e presentato in concorso nel 2015 al Festival di Cannes, che fu fallimentare, perché non “riscriveva” e “ripensava” il testo, ma lo trasponeva solo nell’ottica di una spettacolarizzazione che non può che apparire posticcia ed estranea alla vera natura “dinamica” della tragedia, che è quella dello spessore dei personaggi e del loro “movimento” interiore. Insomma, si tratta di un processo estremamente complesso da gestire.

Ecco perché, sia pur con i precedenti di regie apprezzabili, come ad esempio Animal Kingdom, c’era un certo sospetto nell’approcciarsi al nuovo film di David Michôd, The King, presentato fuori concorso a Venezia 76, che addirittura si è preso il gravoso compito di riscrivere e ripensare sia l’Enrico IV che l’Enrico V, mettendo al centro del racconto il principe Hal, il cui nucleo espressivo ruota intorno alla sua ben nota preferenza per il divertimento con Falstaff rispetto agli obblighi del potere con il padre regnante. E il fatto che Michôd sia riuscito nell’impresa è un elemento che merita di essere sottolineato. In ciò dà un contributo fondamentale la sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Joel Edgerton, attore con all’attivo alcune interessanti regie (Regali da uno sconosciuto – The Gift e Boy Erased – Vite cancellate), che da giovane ha interpretato a teatro il principe Hal e che invece qui si ritaglia proprio il ruolo di Falstaff.

Nel costruire la scrittura, che è durata diversi anni (sviluppata non solo sui due drammi di Shakespeare, ma anche attingendo a vari documenti storici), Michôd ed Edgerton (entrambi australiani, curiosamente come il Kurzel del Macbeth) hanno rielaborato alla radice proprio i due personaggi cruciali: il principe Hal e Falstaff. Il che all’inizio di The King risulta abbastanza spiazzante, vale a dire che – al contrario dell’impostazione adottata da Welles in Falstaff – la dicotomia taverna/divertimento e palazzo reale/dovere viene risolta in poco tempo a danno del primo termine di paragone. Nella locanda, che è il vero regno di Falstaff, non vi è infatti autentico piacere da parte del principe Hal, che pure – come da tradizione – la frequenta con grande assiduità. Traspare piuttosto in queste sequenze un senso di colpa e un senso di frustrazione – lo vediamo anche vomitare e lo vediamo quasi sempre dormire, dunque ci appare sempre dopo che i bagordi sono stati già fatti – che sul momento possono far pensare a un fraintendimento da parte degli autori.

Invece, si scopre man mano che The King si sviluppa in maniera rigorosissima e consequenziale: si comprende così che la cupezza iniziale, anche nel piacere, è preludio all’anima tormentata di Hal che odia suo padre Enrico IV anche in punto di morte e, dunque, non si riappacifica in extremis con lui, come accade in Shakespeare e in Welles. Il colpevole infatti è proprio Enrico IV – ci dicono Edgerton e Michôd – perché ha separato il Regno Unito, rendendolo scenario di una serie di guerre civili (e il riferimento al collasso politico attuale della Gran Bretagna ci sembra decisamente plausibile) e dunque, con il suo comportamento egotistico e da usurpatore, ha finito per allontanare anche il suo giovane primogenito, l’erede designato al trono. Perciò Hal attende solo – e, anzi, spera – che suo padre muoia presto per dimostrare a se stesso e ai suoi sudditi di essere in grado di portare la pacificazione e l’unità.
D’altro canto, il Falstaff di Edgerton è ben lontano da quel giocherellone anarchico e tragicamente patetico cui aveva dato vita Welles, e ciò risulta stridente proprio nella parte iniziale, mentre invece acquista senso più avanti, quando si comprende che questo sir John non è un miles gloriosus, non è un militare che ha dimenticato il senso del dovere affogandolo nell’alcool. È invece – ed è sempre stato – un soldato che si è allontanato dalla divisa a causa di Enrico IV, usurpatore del trono nei confronti di Riccardo II, al cui servizio Falstaff aveva ben servito.

Ecco che allora emerge il ritratto di un figlio – il principe Hal – in cerca disperata di padri putativi che possano guidarlo nell’esempio e nella gestione del potere. Ne ha a disposizione tre – Enrico IV, Falstaff e il suo consigliere – ed è da questi che deve vedersi, per accorgersi poi di essere sostanzialmente diventato suo padre. Al contempo, il principe si deve confrontare con quella nuova generazione di cui fa parte per dimostrare ai coetanei di essere superiore, di meritarsi cioè la corona – il fratello minore, il ribelle Hotspur ma soprattutto il viziato e arrogante Delfino di Francia (interpretato da uno spassoso Robert Pattinson, che finge benissimo l’incerta pronuncia inglese da parte di un francese). Ed è intorno a tutte queste dinamiche che The King si sviluppa in un crescendo drammatico sempre perfettamente orchestrato, dove la questione è quella dell’eredità del potere e del suo giusto utilizzo, cercando di frenare l’eterna tentazione della guerra come soluzione “pacificatrice”.

Non è però un film da camera, The King, e anzi sa liberarsi ben presto del retaggio del palcoscenico, in particolare in tutta la parte della spedizione francese, il cui apice visivo viene raggiunto nella sequenza della battaglia e nel rotolare nel fango dei protagonisti. Qui Michôd ed Edgerton dimostrano di aver tenuto ben presente la simile sequenza presente nel Falstaff di Welles, ma – di nuovo – se ne appropriano “digerendola” e ripensandola, visto che in questo caso diventa la dimostrazione delle capacità strategiche di Falstaff, oltre che l’apice del suo eroismo.

Un film solido, cupo, non banalmente spettacolare, ma nemmeno vittima di neonate tentazioni da “teatro filmato” (si veda il recente adattamento di Martone da Eduardo): The King è sicuramente uno dei film da ricordare di questa edizione di Venezia 76.

Info
The King sul sito della Biennale di Venezia.

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