Underwater

Underwater

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Fantahorror che vede il regista William Eubank stretto tra la pedissequa riproposizione dei meccanismi del genere e accenni di formalismo alquanto stucchevoli, Underwater non convince, risultando paradossalmente tanto rutilante nella messa in scena quanto in realtà piatto e monocorde.

Abissi di tedio

In fondo all’oceano, una piattaforma di estrazione resta bloccata e isolata dalla superficie, a causa di un terremoto che ne ha gravemente danneggiata una parte. I sopravvissuti, guidati da un capitano e da un ingegnere, tentano di raggiungere le scialuppe per tornare in superficie. Ma il terremoto ha liberato anche qualcos’altro, qualcosa che si rivelerà estremamente vorace… [sinossi]

Non ci si può certo aspettare del materiale narrativo particolarmente originale o innovativo, da un film come Underwater; e questo – con una certa onestà – il film di William Eubank sembra dichiararlo già dalla sua prima scena. Quella panoramica circolare sui corridoi vuoti della base subacquea in cui si svolgerà il film, infatti, con quel look metallico e quella cruda illuminazione, già dicono praticamente tutto: siamo decisamente dalle parti di un clone subacqueo di Alien, che vedrà di nuovo in primo piano il confronto tra l’intelligenza – e l’istinto di sopravvivenza – dell’essere umano (ancora guidato dalla sua componente femminile) e la voracità di mostruosi predatori, stavolta sepolti negli abissi dell’oceano. Tutto già visto, già sperimentato, compreso il senso di isolamento cosmico – qui traslato nel profondo dell’oceano, ma identico nel concetto – che un po’ didascalicamente viene sottolineato dalla voce fuori campo della protagonista (una Kristen Stewart insolitamente androgina). Nello spazio nessuno poteva sentir urlare nessuno, e così succede anche nelle profondità dell’oceano (specie dopo che il terremoto, che apre il film, ha messo fuori uso tutti gli strumenti radio).

Si giova di un andamento incredibilmente lineare, Underwater, mentre porta il gruppo in fuga – guidato dalla Stewart e da un ruvido Vincent Cassel – dall’ala della stazione non ancora danneggiata dal terremoto alla base in cui sono situate le capsule di salvataggio. La sceneggiatura sembra scegliere, coscientemente, di non inserire sorprese di sorta nella costruzione narrativa del film, puntando piuttosto su una rutilante componente visiva: il risultato è una regia nervosa che sembra aborrire le pause, facendo ampio uso di camera a mano, e una fotografia iperrealistica che tradisce il passato del regista nel campo del videoclip. Se la sequenza iniziale che mette in scena il terremoto mostra in questo senso una certa efficacia, specie per la sua irruzione improvvisa – anche se tutt’altro che inaspettata – in una stasi artificiale, il resto è all’insegna della saturazione, e di uno spiazzamento sensoriale che frastorna ma non convince del tutto. L’idea di mostrare solo rapidi scorci delle sembianze delle creature che attaccano i protagonisti (con fattezze decisamente lovecraftiane) non controbilancia la sostanziale prevedibilità delle scene più tese, né la loro (a tratti) scarsa leggibilità.

Problemi di regia – e discutibili scelte di confezione – a parte, i limiti di Underwater restano comunque principalmente narrativi: nonostante il film sembri tentare, a più riprese, di suscitare una qualche empatia coi personaggi, rivelandone i background e delineandone alla bell’e meglio i rapporti reciproci, la non eccelsa qualità dei dialoghi vanifica presto il tutto. Più che veri e propri personaggi, i protagonisti (compresa la Stewart) sembrano semplici corpi in movimento, difficilmente afferrabili nella loro fisicità così come nell’aspetto psicologico; un risultato dovuto a una regia che – con un ritmo tenuto artificialmente alto – rifiuta quasi sempre di fermarsi a respirare e far respirare la storia. Nelle poche sequenze di stasi, che in qualche modo replicano il mood sospeso del prologo, il film mostra semmai una patina un po’ onirica, fuori luogo nel contesto e pretestuosamente tesa a darsi una vaga coloritura autoriale. In questo senso, il film di Eubank sembra non riuscire a essere né un b-movie trasportato nel cinema di serie a (i quantitativi di sangue sono decisamente limitati) né un prodotto che insegua una via più ricercata e personale al genere.

Si fa dimenticare presto, un film come Underwater, specie dopo un finale di scarsa credibilità, contrassegnato da una coloritura ecologica che risulta ancor più pretestuosa delle immagini leccate che ne costellano, in modo gratuito e apparentemente casuale, lo svolgimento. È un po’ paradossale che un film dal ritmo così alto risulti nel complesso tanto monocorde e privo di scossoni; un po’ come una ricetta culinaria d’autore copiata alla bell’e meglio da un cuoco dilettante, privo della mano necessaria e della capacità di dosare al meglio gli ingredienti. Restano nella mente, alla fine del film, solo il design delle creature, apprezzabilmente concreto e lontano dall’imperante astrazione digitale, e il corpo altrettanto concreto di Kristen Stewart; un corpo parzialmente esposto laddove il film ricerca (forse) una citazione della Sigourney Weaver che fu, bersaglio dall’allusività (anche) sessuale per il predatore del primo Alien. Ma quelli, si sa, erano altri tempi.

Info
Il trailer di Underwater

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