Don’t Look Up

Don’t Look Up

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Nel cuore della pandemia Adam McKay torna alla regia con Don’t Look Up, racconto catastrofico della fine del mondo per colpa di un enorme meteorite che si trasforma nell’occasione per una nuova satira del sistema politico e mediatico statunitense, dell’illusione collettiva del progressismo, di un mondo già abbondantemente distrutto, di una polarizzazione delle posizioni accentuata dal lavorio dei social network, della sfiducia nella scienza. Accompagnato e trainato da un cast stellare, capitanato dalle eccellenti performance di Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, McKay utilizza l’immagine come oggetto di dialettica politica, e coniuga la più grassa delle risate a un’angoscia insondabile, e profonda come la più lontana delle galassie.

Listen to the goddamn qualified scientists

Mentre sta osservando il telescopio della sua università in Michigan la dottoranda Kate Dibiasky fa una straordinaria scoperta: una cometa non ancora identificata cui il suo professore e mentore, Randall Mindy, dona addirittura il nome della ragazza. C’è solo un piccolo inconveniente: la cometa, dal diametro eccezionalmente grande, punta diritta verso la Terra, e si stabilisce che la colpirà entro sei mesi. Mindy e Dibiasky decidono di rendere partecipe il mondo statunitense della loro tragica scoperta: cosa succederà? [sinossi]
Look up, what he’s really trying to say
Is get your head out of your ass
Listen to the goddamn qualified scientists
We really fucked it up, fucked it up this time
It’s so close, I can feel the heat big time
And you can act like everything is alright
But this is probably happening in real time
Celebrate or cry or pray, whatever it takes
To get you through the mess we made
‘Cause tomorrow may never come
Just look up
Turn off that shit Fox News
‘Cause you’re about to die soon everybody
Ariana Grande e Kid Cudi, Just Look Up

Chissà perché nessun linguista ha ancora avuto l’ardire e l’intelligenza di diffondere come neologismo catastrionfo, la crasi tra catastrofe e trionfo su cui Enrico Ghezzi iniziò a ragionare subito a ridosso dell’attentato newyorchese alle Torri Gemelle, giusto venti anni fa: venti anni in cui si è passati da un evento catastrofico all’altro, dalle guerre in Iraq e Afghanistan ai grandi cataclismi climatici, dalla crisi economica agli attentati terroristici del Daesh, fino ovviamente alla pandemia legata al contagio da COVID-19 che da oramai due anni ha caratterizzato – e monopolizzato – l’attenzione mediatica mondiale, e occidentale in particolar modo. Catastrionfo è il termine che più di ogni altro potrebbe in effetti sintetizzare la contemporaneità, la sua spinta verso l’assoluto (la lotta ai mutamenti del clima, ad esempio) e il suo altrettanto abissale crollo: una società agonizzante che ancora vagheggia di rivoluzioni inesistenti. Per meglio dire: estinte. Si estinguerà anche la razza umana, suggerisce Adam McKay nel suo nuovo film, anzi a essere onesti si estinguerà direttamente il globo terracqueo, colpito da un gigantesco asteroide di quasi dieci chilometri di diametro che punta dritto verso il nostro pianeta. Parte proprio da qui, dalla scoperta accidentale di una cometa letale, Don’t Look Up, ritorno dietro la macchina da presa per McKay a tre anni da Vice – L’uomo nell’ombra. Don’t Look Up sarebbe dovuto entrare in produzione tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, ma il propagarsi della pandemia ha scombinato i piani, e ha costretto McKay – anche produttore con la sua neonata Hyperobject Industries, qui alla sua prima avventura cinematografica dopo il successo su HBO della serie Succession – a ritardare le riprese di un anno: nel frattempo Paramount, con cui il regista aveva firmato l’accordo per la distribuzione, si era fatto da parte – sempre per le preoccupazioni legate al COVID – cedendo i diritti a Netflix. E in qualche modo Don’t Look Up sembra anche un film sulla catastrofe definitiva del cinema, sempre meno centrale nell’immaginario collettivo, e ora anche escluso dalle sale a favore delle piattaforme, di una dimensione domestica e quindi maggiormente gestibile.

Perché la sua potenza espressiva McKay la scatena sul grande schermo, come testimonia questa breve e assai poco pubblicizzata uscita in sala – in Italia grazie all’accordo tra Netflix e Lucky Red – della quale come d’abitudine non si conoscerà il reale riscontro al botteghino, data la ben nota ritrosia del colosso statunitense a fornire i dati relativi al successo o all’insuccesso delle opere facenti parte del suo listino. Netflix come la Liif creata e diretta dal sociopatico e anaffettivo Peter Isherwell, sorta di sapido punto d’incontro tra Steve Jobs ed Elon Musk, che ritiene che l’intelligenza artificiale sia l’unico modo in cui l’uomo può trovare una connessione con l’altro da sé – o, meglio, con altre parti di sé, in un infinito gioco egotico – ed è finanziatore e alleato strategico della Presidenza degli Stati Uniti. Riparte dalla satira, McKay, e dopo aver raccontato la Storia contemporanea americana, prima con la “crisi dei subprime” narrata ne La grande scommessa e quindi con il resoconto della vita politica di Dick Cheney in Vice – L’uomo nell’ombra, decide di muoversi in direzione della fantascienza apocalittica, prendendo la base strutturale del film catastrofico, vale a dire il rischio di distruzione della Terra per mano di un agente esterno – nel caso specifico un’enorme cometa – e immergendolo negli umori del suo tempo. Così, nonostante sia stato pensato e scritto prima dell’insorgere del virus che colpisce le vie respiratorie, Don’t Look Up si trasforma da subito in un film che ragiona sulla pandemia. Di più, si potrebbe arrivare ad affermare che si tratti del primo vero e proprio “film pandemico”, perché determinati passaggi rendono evidente come le suggestioni della quotidianità politica, sociale, economica, di “costume” siano entrate a pieno regime all’interno della lavorazione: si pensi alla straordinaria sequenza del concerto in cui Ariana Grande canta, tra l’aulico e il demente “Listen to the goddamn qualified scientists”; si pensi al gretto e crasso negazionismo cui vanno incontro la dottoranda Kate Dibiasky, che per di più ha scoperto materialmente la cometa, e il suo professore Randall Mindy; si pensi alla divisione netta tra coloro che credono alla scienza, e all’arrivo della cometa, e chi invece preferisce fingere che nulla di vero ci sia dietro una simile affermazione; si pensi alla propaganda gestita dal megafono della Casa Bianca, messa in bocca a una Presidente che sembra un’idra nata dall’incesto politico tra Trump, Hillary Clinton, Kamala Harris e che dunque mette d’accordo e perfettamente sullo stesso piano Democratici e Repubblicani.

Nel suo essere un film comico di fantascienza che si immerge fino al collo nel bitume della quotidianità, Don’t Look Up diventa una creatura multiforme, come spesso capita con McKay, che si approssima al cinema attingendo a un ipertesto continuo, nella costruzione di una stratificazione che è l’arma politica per combattere la vacuità della società, tesa invece a una semplificazione continua. Mentre tesse la tela delle psicologie dei suoi protagonisti, tra radicalizzazione del pensiero e ammiccamenti alle forme di potere che possono essere generate da una situazione schizoide, McKay costruisce strato per strato la sua angosciante narrazione di un’America decerebrata, in cui il dolore è stato espulso a favore di un’ironia esagerata quanto dannosa, e ogni elemento del vero, per dirla à la Debord, si è allontanato in una rappresentazione. L’immagine è preferita alla cosa, la copia all’originale. La continua messa alla berlina di ogni aspetto del sistema – McKay è uno dei pochi cineasti statunitensi d’oggi a interrogarsi sul sistema-società, e su ciò che comporta: in tal senso la sua azione è puramente socialista, e questo non fa che giustificare i profondi attacchi, di natura strettamente ideologica, che i suoi film ricevono in patria – trova nell’ironia demenziale, esasperata come l’ipertrofia dell’oggi suggerisce, la sua tonalità espressiva ideale. Come già fecero Seth Rogen ed Evan Goldberg poco meno di dieci anni fa in Facciamola finita, anche McKay manda al massacro il mondo intero canticchiando una canzone sconcia, e lo fa come atto politico. Il comico come unica resistenza attiva a una comunicazione del “vero” eternamente falsa, ma accettata come plausibile da una comunità che ha perso il senso di collettività, e dunque di materica esistenza. Per questo è solo attraverso l’azione collettiva (la protesta in piazza, il concerto, e infine la cena domestica tra parenti e amici) che si può non sopravvivere, perché alla fine del mondo non si può mettere un freno, ma almeno ritrovare la propria dignità. McKay riesce a cogliere il sorprendente punto di connessione tra il riso sfrenato – il film è un fuoco di fila di situazioni comiche, tutte gestite alla perfezione grazie a un lavoro certosino e molto intelligente in fase di scrittura: si pensi al modo in cui si inserisce en passant in narrazione il concetto futuristico di “brontrock”, e a come poi questo si tramuti in realtà nel corso del film – e l’angoscia più profonda, la nostalgia del vivere, la sincera purezza dei momenti anche più banali quando ci si approssima all’ineluttabile.

Questo senza dimenticare dei veri e propri tormentoni destinati a diventare dei momenti di culto, come il reiterato ricordo di un’assurda e illogica micro-truffa compiuta da un importante militare pluridecorato ai tre scienziati che stanno portando alla Casa Bianca la ferale notizia della scoperta della cometa. Dimostrazione di un controllo completo del meccanismo della narrazione, del suo senso più profondo. E poco importa se alcuni personaggi siano meno messi a fuoco – Jonah Hill, al di là del suo talento, è forse parzialmente sprecato, mera funzione priva di una concreta psicologia –, perché quel che conta è una volta di più il lavoro sui codici del racconto politico che McKay sta evolvendo film dopo film, e che non ha eguali nel proscenio attuale hollywoodiano. Anche per questo si fatica ad accettare che Don’t Look Up resti nei cinema così poco, per poi sbarcare sulla piattaforma Netflix. I cinema hanno bisogno, oggi più che mai, del catastrionfo, per comprendere anche il proprio ruolo di resistenza: proprio quel cinema che anche McKay racconta come sempre più marginale, per quanto sia tanta la voglia di vedere il finto film Total Devastation, che dovrebbe uscire in sala proprio il giorno della fine del mondo. Tra La seconda guerra civile americana e Melancholia Adam McKay ha trovato un proprio posto, in cui l’eversione è ancora accettata. L’ultimo rifugio, prima che un asteroide ci colpisca.

ps. L’intero ricchissimo cast merita un applauso, ma una menzione speciale va a Leonardo DiCaprio che, coprendo una delle poche caselle espressive che ancora mancavano al suo bagaglio attoriale dimostra – qualora qualcuno ne dubitasse – tutta la sua classe cristallina. Un gigante.

Info
Il trailer di Don’t Look Up.

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