The Potemkinists

The Potemkinists

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The Potemkinists, il nuovo cortometraggio di Radu Jude, parte dalla rievocazione della corazzata che si ammutinò contro lo zar e venne resa celebre da Sergej Ėjzenštejn per ragionare sulla Storia, l’arte, la memoria, l’ideologia, e il cinema. Tra i cortometraggi fuori concorso al Trieste Film Festival dopo l’anteprima mondiale nel maggio 2022 alla Quinzaine des réalisateurs.

Chi ha paura del comunismo

Nel 1905 i marinai della corazzata Potemkin ottennero asilo politico in Romania. Nel 2021 uno scultore ha l’intenzione di creare una scultura che celebri questo avvenimento e cerca di convincere una funzionaria del ministero della bontà della sua idea. [sinossi]

“Quindi, il 20 giugno 1905, dopo il fallito ammutinamento dei marinai, la corazzata Potëmkin raggiunse Costanza. I circa 700 marinai chiesero l’asilo politico alla Romania. La capitaneria di porto gli rispose che non era possibile; i russi allora minacciarono di radere al suolo Costanza. Ed è vero che la Potëmkin avesse la potenza di fuoco per distruggerla in pochi minuti. La voce si sparse e la popolazione si disperse come quaglie, sentendo che l’equipaggio aveva bombardato Teodosia, dove aveva cercato di rifugiarsi.” “Questi sono i russi: minacciano l’intero pianeta! Senti questa, è da uno dei miei cartoni animati russi preferiti, Nu pogodi”. “I russi hanno una grande cultura, non c’è niente da fare”. Mentre chiacchierano i due personaggi attorno ai quali ruota The Potemkinists, il cortometraggio diretto da Radu Jude che approda fuori concorso al Trieste Film Festival dopo essere stato programmato in anteprima mondiale lo scorso maggio sulla Croisette, all’interno dei lavori della Quinzaine des réalisateurs, le immagini che occupano lo schermo riprendono fiori di campo, magari con qualche graziosa ape che gli ronza accanto. È la natura a dominare i primi minuti di The Potemkinists, sagace e beffarda satira tanto dell’arte contemporanea quanto della burocrazia statale, ma anche del processo stesso di leggere la Storia attraverso l’arte, e viceversa. Parte da un fatto poco noto fuori dai confini rumeni, e forse – chissà – persino nell’intellighenzia di Bucarest e dintorni, Jude: il tentativo della corazzata Potëmkin di trovare rifugio in terra rumena, dapprima chiedendo asilo e poi minacciando la popolazione del porto di Costanza. Una variabile storica impazzita rispetto a quel “fratelli!” che riecheggia ancora a distanza di quasi cento anni, pur se il film è muto, dalle immagini di Sergej M. Ėjzenštejn. La corazzata Potëmkin, il film che non ha bisogno di architettare una retorica sull’ideologia perché essa trasuda direttamente dalle immagini, dal montaggio, dalla costruzione prospettica dell’inquadratura, non ha ovviamente “detto tutta la verità” (ma non è compito del cinema, questo); così i marinai ripararono in Romania, dove il re Carlo I concesse loro il permesso di entrare a far parte della vita della nazione.

Da un simile aneddoto Jude, con il sarcasmo nel rileggere le pastoie della Storia che chiunque oramai dovrebbe riconoscergli (si pensi anche solo all’eccezionale I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians), ricava un lavoro semplicissimo e al contempo non poco stratificato. L’interrogativo di base è in fin dei conti centrale anche per tutte le questioni che competono la contemporaneità: qual è il rapporto che si viene a innestare tra simbolo, tempo, e percezione collettiva? Jude parte dalla Storia per giungere, come sovente gli accade, a ragionare sull’immagine come veicolo del senso, e dunque del linguaggio, e sul peso che esso assume all’interno di una dialettica sempre più ottusa, chiusa preventivamente sulle proprie posizioni, magari progressista ma intimamente reazionaria. Nel 2025 si celebrerà il centoventennale dell’accettazione dei marinai sovversivi in un regno nemico all’impero dello Zar, ma anche il centenario di uno dei film fondamentali per lo sviluppo dell’arte cinematografica. Da qui Jude parte per mettere in scena uno scultore (Alexandru Dabija, fedele sodale del regista) che cerca con tutte le sue forze di convincere una funzionaria ministeriale (Cristina Draghici, già sul set di Bad Luck Banging or Loony Porn) della bontà di un suo progetto che vorrebbe omaggiare proprio i “potemkinisti”. Questo slancio dialettico, su cui si articolano i poco meno di venti minuti in cui si svolge The Potemkinists, diventa nelle mani di Jude il grimaldello per irridere la palude in cui è sprofondata la riflessione sul senso della Storia, e dunque del Cinema: lo scultore e la burocrate, solo all’apparenza opposti ma in realtà cementificati nelle loro convinzioni apodittiche, si rimpallano ovvietà, banalità, immergendo le proprie opinioni in un conformismo intellettuale che non apre mai il fianco alla complessità delle cose, ma si limita a categorizzare ciò con cui si trova a confrontarsi: comunismo e anti-comunismo, arte “istituzionale” e avanguardia.

Quel blocco di granito che sovrasta la collina, e che appare ai più come una reliquia del passato, un passato che si è deciso di annullare dalla Storia (ma si può annullare l’immagine? No, e infatti Ėjzenštejn fa capolino qui e lì nel corso del montaggio, ri-producendo di nuovo senso, a distanza di quasi un secolo), sta lì a testimoniare non il peso del passato, ma semmai la mediocrità del pensiero contemporaneo, la fallacia del moderno. Un’opera breve spassosa, che riesce a inserirsi in modo affatto banale nelle discussioni sul ruolo della cultura russa che stanno proliferando oramai da circa un anno – ma il film com’è ovvio è stato pensato, scritto e diretto prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Jude continua a portare avanti un cinema che, parafrasando la citazione di un poeta fatto assassinare da Stalin su cui si chiude il corto subito prima dell’immagine d’epoca della corazzata nel porto di Costanza, “riesce sempre a guardare nel centro degli occhi”.

Info
The Potemkinists sul sito della Quinzaine des Réalisateurs.

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