Godard par Godard
di Florence Platarets
A otto mesi di distanza dal suicidio assistito cui ha fatto ricorso Jean-Luc Godard ecco arrivare Godard par Godard, documentario televisivo firmato da Florence Platarets e presentato a Cannes all’interno della sezione retrospettiva Cannes Classics. Un lavoro compilativo, didascalico, che si permette anche di saltare a pie’ pari interi segmenti della carriera del genio svizzero, ma che nonostante tutto non può che “arrendersi” di fronte alla lucidità di pensiero, alla coerenza, e alla rivoluzione permanente dello sguardo godardiano.
Faccio cinema, non faccio film
Godard par Godard è un autoritratto d’archivio di Jean-Luc Godard. Ripercorre la carriera unica e inedita, fatta di battute d’arresto improvvise e ritorni sconvolgenti, di un cineasta che non ripensa mai al suo passato, non gira mai lo stesso film due volte, e persegue instancabilmente la sua ricerca, in una diversità di ispirazioni davvero inesauribili. Attraverso le parole, gli occhi e l’opera di Godard, il film racconta una vita del cinema; quella di un uomo che pretenderà sempre molto da se stesso e dalla sua arte, fino a fondersi con essa. [sinossi]
Si parte e si arriva su un palco, in un passaggio cruciale per quanto ironico in modo sublime (o forse proprio per questo): Jean-Luc Godard sta per ricevere un premio per la sua intera carriera ai César, nel 1987, e il presentatore Michel Drucker gli chiede di enumerare – come fosse ancora un redattore dei Cahiers du cinéma – i dieci migliori film francesi di tutti i tempi. “Dieci?” lo guarda esterrefatto Godard, “al massimo posso dirne quattro: l’Arroseur arrosé di Lumière, Angèle di Marcel Pagnol, Pickpocket di Robert Bresson… E il quarto l’ho dimenticato”. “Forse un film di Godard?”, suggerisce malizioso Drucker; “No, io faccio cinema, non faccio film”. Non si può non partire da qui per approcciarsi a Godard par Godard, il documentario televisivo prodotto da Ex Nihilo e presentato nella competizione di Cannes Classics sulla Croisette, in un double bill con il fondamentale Film annonce du film qui n’existera jamais: « Drôles de Guerres » (1er tournage), ultimo parto creativo del genio svizzero venuto a mancare lo scorso settembre dopo aver fatto ricorso al suicidio assistito. Film annonce… è apparso in qualche modo non solo il completamente di un discorso che il documentario firmato da Florence Platarets lascia ingiustificatamente monco, ma anche in qualche misura il rimedio migliore alla semplicistica visione di Platarets. C’è un secondo momento, sempre con un palco come protagonista, che Godard par Godard riprende e che appare quantomai significativo, vale a dire la registrazione Rai della vittoria del Leone d’Oro veneziano che il regista ottenne per Prenom Carmen. Il commento della televisione di Stato parla di giudizio dovuto a una giuria di registi illuminati capitanati da Bernardo Bertolucci, e termina il servizio con un serafico “tutto è bene quel che finisce bene”.
Se questi due momenti storici sono sicuramente stati rilevanti anche per la soddisfazione personale di Godard, appaiono oggi in particolare fertili per riflettere davvero su un tempo perduto, del tutto distante dalle riflessioni odierne e dalla loro intrinseca mediocrità tesa sempre a una semplificazione. Al di là del suo genio e dell’incredibile apporto rivoluzionario dato allo sviluppo dell’arte cinematografico nel corso di quasi settant’anni, Jean-Luc Godard fu uno dei massimi esponenti di una classe intellettuale che ancora aveva voglia di discettare del proprio tempo, del senso dell’arte e della tecnica (nel film si vede la gentile invettiva contro lo zoom durante un’intervista televisiva, per esempio, o la spiegazione del significato di “bel sonoro” relativamente al suo lavoro su La cinese durante una masterclass alla New York University), e non di fare cinema ricorrendo alla filosofia, ma semmai il contrario. Per questo la visione di Godard par Godard riesce a colpire nel segno nonostante le evidenti deficienze e mancanze di chi ha portato avanti l’operazione, e per questo si esce dalla proiezione malinconici, addolorati, quasi che si fosse evidenziato in modo inequivocabile la perdita di qualcosa che apparteneva all’umanità novecentesca e che ora non è altro che un pallido ricordo. Lo si legge, com’è ovvio, in ogni esternazione di Godard (e forse il lavoro di Platarets permetterà a chi in modo becero ha sempre considerato Godard un tronfio intellettuale chiuso nella turris eburnea di riscoprirne l’assoluta vitalità, l’ironia costante e beffarda, ricacciando definitivamente nelle retrovie in cui merita di stagnare l’ignobile biopic dedicatogli da Michel Hazanavicius alcuni anni fa), ma anche nelle lucidissime prese di posizione critiche e politiche di François Truffaut – che già nei primi anni Sessanta con estrema precisione coglie la necessità di non leggere Godard attraverso un singolo film ma per il corpus dell’opera, come si farebbe con un pittore –, di André Labarthe, Serge Daney, Anna Karina, Anne-Marie Miéville, Claude Brasseur.
Godard par Godard rende evidente la mediocrità dell’oggi, e la sua incapacità di trasformare un discorso artistico in una lettura del mondo in grado di sovvertire l’ordine costituito, le sue regole basiche, la sua prassi. Lo rende evidente, come si è appena scritto, grazie al ricorso al materiale d’archivio – non esiste voce narrante né intervento contemporaneo –, ma anche (ed è il suo limite) proprio per la forma che assume. Non fosse per la grandezza del materiale che contiene il film di Platarets mostrerebbe il suo vero volto, quello di un documentario dozzinale, semplicistico, del tutto compilativo nel tentativo puerile di semplificare Godard agli occhi del mondo. Tutti gli elementi della cinematografia godardiana che escono dallo schema mediatico canonico sono espunti dal documentario: vale per le sperimentazioni degli anni Settanta (c’è solo un brevissimo riferimento a Numéro deux, ma l’intero lavoro dapprima con il gruppo Dziga Vertov e quindi con Miéville viene saltato a pie’ pari) come per tutte le opere partorite dalla mente di Godard dopo Histoire(s) du cinéma. Come se Godard avesse smesso di girare a metà anni Novanta e non si fosse invece dimostrato ancora per quasi un trentennio il più vitale, coraggioso, libero dei cineasti. La verità è che cercare di racchiudere un’opera monumentale come quella di Godard nello schema trito e ritrito dell’agiografia televisiva è un’impresa destinata alla disfatta. Così è dunque, ma ciononostante anche la più piccola e prevedibile pillola di cinema godardiano fa deflagrare lo schermo, congela il tempo, e ci costringe a fissare con occhi spalancati l’immensità della materia immateriale, e del suo senso.
Info
Godard par Godard sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: biopic, documentario
- Titolo originale: Godard par Godard
- Paese/Anno: Francia | 2023
- Regia: Florence Platarets
- Sceneggiatura: Frédéric Bonnaud
- Montaggio: Florence Platarets
- Produzione: Ex Nihilo
- Durata: 60'



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