Ne croyez surtout pas que je hurle

Ne croyez surtout pas que je hurle

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Presentato nella sezione Onde al Torino Film Festival, Ne croyez surtout pas que je hurle è una disperata e commovente confessione di Frank Beauvais, che si mette a nudo senza girare neppure un frame, quanto utilizzando uno sterminato archivio di inquadrature “rubate” dai film da lui visti nel corso del suo nichilista periodo di solitudine.

I see a darkness

Gennaio 2016. La storia d’amore che ha portato il regista nel villaggio in Alsazia dove vive è finita da sei mesi. A quarantacinque anni è solo, senz’auto, senza lavoro e prospettive reali, circondato da una natura rigogliosa, la cui vicinanza non è sufficiente a calmare il profondo disagio in cui è immerso. La Francia, ancora sotto shock per gli attacchi terroristici di novembre, è in uno stato di emergenza. Il regista si sente impotente, si è perso, guarda quattro o cinque film al giorno. Decide di registrare quella stagnazione, non prendendo una macchina da presa ma modificando le riprese dal flusso di film che guarda. [sinossi]

Ogni volta che il cinema francese – o, meglio – un suo rappresentante torna alla forma del film-saggio, della cine-lettera, della cine-confessione godardianamente intesa non si può far altro che gioire. Si tratta infatti di una forma di cinema che solitamente è capace di unire discorso privato, intimo e ombelicale a discorso pubblico storico-politico, tenuto insieme dalla riflessione sul mezzo, a partire proprio dalle fondamenta, come la scissione di colonna audio e colonna video, due elementi che in fin dei conti al cinema sono scissi da sempre e che ogni volta si cerca artatamente di farli marciare insieme.

Tutto ciò riesce a farlo Frank Beauvais, giunto al suo primo lungometraggio con Ne croyez surtout pas que je hurle, già passato alla scorsa edizione della Berlinale e ora selezionato in Onde alla 37esima edizione del Torino Film Festival. Beauvais ci parla del suo periodo di depressione, di solitudine di provincia, di sofferenza verso l’idiozia dei suoi compaesani – con una violenza che ricorda a tratti quella di Thomas Bernard -, di desiderio di tornare a Parigi, per ricostruire fili di rapporti interrotti e non doversi più trovare a guardare il vuoto dell’esistenza. E lo fa utilizzando e montando le immagini di buona parte dei film che ha visto nei lunghi mesi della sua solitudine forzata, lasciato dal suo compagno e senza la possibilità economica di tornare a Parigi. I film degli altri hanno dunque rappresentato in quei lunghi mesi l’unico rifugio, l’unica ancora di salvezza, l’unico motivo di sopravvivenza, l’unica scusa per non abbandonarsi al suicidio.

Ne croyez surtout pas que je hurle diventa così un omaggio al cinema come salva-vita, come utopia e distopia in cui rifugiarsi, come droga per tirare avanti. E la voce narrante che ci parla in prima persona della desolante solitudine del regista viaggia a tratti separatamente e a tratti con ironico contrasto rispetto a quel che si vede, che sono sempre dettagli, porzioni di spazi, oggetti, raramente figure umane, spesso di spalle, come a costruire una abbacinata e allucinogena soggettiva interminabile e continuamente interrotta.

Dalla perdita del padre a quella del compagno, fino al terrore di vedersi cadere i denti a poco più di quarant’anni, Frank Beauvais non ci nasconde nulla di sé, si mostra e si racconta in modo totalmente sincero. Sono questi i momenti più alti del film, in cui la voce assume valenze letterarie, a tratti anche poetiche. Un po’ meno, forse, Ne croyez surtout pas que je hurle funziona quando allarga il discorso al contesto storico, dagli attentati di Nizza al terremoto nel Centro Italia; non sempre, ma a momenti questi passaggi sembrano forzati, quando appaiono troppo riepilogativi e meno attaccati al senso di estraneità del regista rispetto a quel che accade nel mondo mentre lui marcisce nel buco di culo del nulla, vicino al confine con la Germania.

Al di là di queste leggere perplessità, ciò che conta in Ne croyez surtout pas que je hurle è che Beauvais ha visto la darkness (quella di Will Oldham, che fa sua) e ha saputo raccontarcela; e conta anche che, nel raccontarcela, si è liberato, ha sublimato il suo dolore, ne è sfuggito. Ancora, il cinema come salva-vita.

Info
La scheda di Ne croyez surtout pas que je hurle sul sito del Torino Film Festival

  • Ne-croyez-surtout-pas-que-je-hurle-2019-Frank-Beauvais-001.jpg
  • Ne-croyez-surtout-pas-que-je-hurle-2019-Frank-Beauvais-002.jpg
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