Io capitano
di Matteo Garrone
Matteo Garrone torna alla Mostra di Venezia a ventitré anni di distanza da Estate romana e lo fa con Io capitano, ambizioso racconto di una traversata epica, quella che conduce due giovani senegalesi nel bel mezzo del Mediterraneo, su uno dei barconi con cui migliaia di disperati tentano di raggiungere l’Europa. Il regista romano mantiene l’afflato fiabesco che da anni fa parte del suo approccio autoriale, ma stavolta la materia trattata sembra maneggiata con minor cura, e il ricorso alla retorica si fa fin troppo “facile”. In concorso a Venezia 2023.
La mia Africa
Io Capitano racconta il viaggio avventuroso di Seydou e Moussa, due giovani che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli del mare. [sinossi]
Io capitano, il grido di autorappresentazione con cui Seydou affronta il mare, lo stress e la responsabilità di tenere sulle spalle il peso di centinaia di persone stipate in ogni dove, su una carretta che con ogni probabilità faticherebbe a reggere l’acqua di un laghetto, è di per sé una scelta politica, così evidente da tracciare un segno distintivo impossibile da ignorare per chi si approccia alla nuova opera cinematografica di Matteo Garrone. Inevitabile infatti mettere a paragone il “capitano” Seydou, adolescente che sogna di raggiungere l’Europa, lì dove hanno successo i rapper migliori, i calciatori migliori, e via discorrendo, con il Capitano Salvini, altra forma di autorappresentazione ma dall’altra parte della barricata, sia per quel che concerne la posizione ideologica sia ancor più per il discorso legato al posizionamento sociale. Sono due ragazzi qualunque Seydou e suo cugino Moussa, che vivono a Dakar in condizioni non particolarmente gravose. Eppure da mesi stanno raccogliendo denaro, che nascondono sottoterra, con l’intento di utilizzarlo per affrontare il “Viaggio”, la grande traversata dapprima del deserto e quindi del mare, unico modo per chi non può permettersi un biglietto aereo o un mezzo di trasporto legale per raggiungere il Vecchio Continente e provare ad avere una vita migliore. Fin dalle intenzioni e dalle primissime affermazioni fatte da Matteo Garrone sul film, l’undicesimo nella sua quasi trentennale carriera, era apparso evidente come Io capitano avrebbe approcciato uno dei temi cruciali degli ultimi anni, vale a dire l’immigrazione, da una prospettiva mitica, distante dunque dal cronachismo o dalla lettura meramente documentaria. Una scelta non priva di fascino, e che si poteva facilmente legare all’attrazione per la fabula di Garrone, deflagrata con forza con Il racconto dei racconti e Pinocchio ma a ben vedere presente come un sottile filo rosso in gran parte della sua filmografia, perlomeno a partire da L’imbalsamatore, dove il racconto del delitto del “nano di Termini” trasfigurava in ipotesi non prettamente realistiche, veleggiando verso i lidi più oscuri. Ecco dunque che Io capitano può essere letto come una reinterpretazione del cosiddetto “viaggio dell’eroe”, il monomito studiato inizialmente dall’antropologo Edward Burnett Tylor, teorizzato quindi dal linguista sovietico Vladimir Jakovlevič Propp in Morfologia della fiaba e quindi divenuto il motivo portante del cinema classico come sintetizzato tra gli altri da Robert McKee. Dopotutto come si fa a non considerare un eroe a tutto tondo il giovane Seydou, amoroso uomo di famiglia sinceramente attaccato alla madre e a fratelli e sorelle? È lui che nel deserto rischia persino di perdere le tracce della guida che lui e gli altri disperati stanno seguendo pur di non abbandonare negli ultimi istanti di vita una sconosciuta agonizzante; è sempre lui che si aggira di cantiere in cantiere solo per trovare il cugino e rinuncia anche a un viaggio forse più “protetto” pur di non staccarsi da Moussa lasciandolo indietro; è sempre lui, pur tra mille titubanze, ad accettare di guidare la barchetta che è l’unica speranza di salvezza, nonostante non sappia nuotare, e non sia mai salito su una imbarcazione in vita sua.
Gli elementi messi in fila da Garrone sono d’altro canto chiari, e servono a sottolineare un punto indispensabile per scardinare il racconto canonico della lunga e terribile traversata: Seydou non ha alcun motivo concreto di abbandonare la casa materna, eccezion fatta per il desiderio di conoscere ciò che c’è di fuori. Non è un essere umano disperato, potrebbe continuare a vivere a Dakar con la sua famiglia se il cugino/Lucignolo non lo solleticasse con il racconto di un’Europa che non avrà le strade lastricate d’oro come sognavano gli immigrati che raggiungevano Ellis Island prima di subire il contraccolpo della realtà, ma è comunque una terra di opportunità immense, impensabili nella vita senegalese. Questa scelta, che è cruciale e non va trattata con sufficienza, apre al primo dei cortocircuiti che innestano dubbi durante la visione di Io capitano, perché in fin dei conti è “vero” ciò che ribadiscono all’adolescente Seydou la madre, e poi persino uno sconosciuto che però in Europa è andato e da lì è tornato, vale a dire che è molto meglio se rimane a vivere in Senegal, se si vuole rimanere in campo fiabesco alla maniera del there’s no place like home ripetuto da Dorothy a Oz mentre batte i tacchi delle scarpette rosso fuoco. Se è evidente come l’intento di Garrone e dei suoi fedeli sodali in fase di scrittura (Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso, e Andrea Tagliaferri) sia tutt’altro, si fa però strada durante la visione l’idea che in fin dei conti basterebbe rimanere in casa propria per non patire, al punto che il Senegal è descritto come un luogo festoso, gioioso, dove ci si lancia in balli sfrenati collettivi e tutti sono pronti a darti un lavoretto sottobanco, se si ha la necessità. Questa ipotesi del suol natio come rifugio certo da ogni male è successivamente corroborata e rinforzata nel corso del film da una rappresentazione del resto dell’Africa a dir poco incubale. Ovviamente i passaggi quali la prigione libica o la traversata del deserto non possono che rappresentare tutto ciò che di orribile e tragico c’è in questa contemporaneità allucinata, ma qui si fa riferimento all’umanità descritta: eccezion fatta per gli altri disperati che come Seydou e Moussa affrontano le impervie condizioni pur di trovare una vita migliore altrove – e che comunque non hanno nome, in una spersonalizzazione di ciò che è estraneo a Seyodu su cui si tornerà tra poco –, tutti gli esseri umani incontrati durante il Viaggio sono traffichini, corrotti, criminali, assassini, ladri, sfruttatori. Una visione che accentua il tratto infernale del racconto ma che fa perdere l’idea di un contesto davvero credibile. L’aggettivo mitico è d’altronde l’unica vera chiave d’accesso a questo universo, come evidenziano anche le svisate oniriche, in cui il concetto di volo assume quasi il ruolo di psicopompo, o comunque di medium tra un mondo e l’altro.
Il fulgore estetico di Io capitano è a tratti abbacinante, grazie a una messa in scena che soprattutto nel tratto che riguarda il deserto non fa che conferma le indubitabili doti registiche di Garrone (altrove, come nella sequenza che vede un diverbio scoppiare sulla carretta del mare, l’azione si fa più confusionaria, e meno controllata), ma l’impressione è che si sia per lo più rimasti in superficie, come se la stessa esistenza di Seydou valesse come paradigma per raccontare quella che è la più grande tragedia degli ultimi decenni, nonché un olocausto pressoché quotidiano cui nessuno sembra voler porre termine. Lo splendore estetico, le derive oniriche, contrappuntano esteticamente un racconto che non sembra però avere una chiara visione politica, ragionando sul singolo e rigettando quel collettivo che è invece il vero nocciolo della questione: l’impianto scenico del film si concentra su Seydou rendendolo eroe, ma così facendo tramuta in massa un’umanità composita, quella collettività che viene continuamente negata da chi non ha alcuna intenzione di “accogliere” i migranti – e di nuovo dunque ci si trova di fronte a un cortocircuito rispetto alle intenzioni di chi il film l’ha pensato e realizzato. Tra utilizzi un po’ troppo facili del ricchissimo folklore wolof (molto stimabile invece la scelta di girare interamente in lingua), e una meccanicità degli snodi del racconto che nei fatti depaupera la possibilità di emozionarsi ed empatizzare davvero con i protagonisti, Io capitano assume i contorni di un’occasione almeno parzialmente sprecata, incerta tra il favolistico e il concreto, e infine forse privo di una reale lettura politica della tragedia dei popoli migranti, e di ciò che al di là dell’afflato sentimentale quel viaggio – che per i più non sarà mai dell’eroe – comporta.
Info
Io capitano, il trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Io capitano
- Paese/Anno: Belgio, Italia | 2023
- Regia: Matteo Garrone
- Sceneggiatura: Andrea Tagliaferri, Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
- Fotografia: Paolo Carnera
- Montaggio: Marco Spoletini
- Interpreti: Bamar Kane, Doodou Sagna, Hichem Yacoubi, Issaka Sawadogo, Khady Sy, Moustapha Fall, Seydou Sarr
- Colonna sonora: Andrea Farri
- Produzione: Archimede, Pathé Films, Rai Cinema, Tarantula
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 121'
- Data di uscita: 07/09/2023



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