Rosso Istanbul

Rosso Istanbul

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Tra frasi fatte sul rapporto arte e vita, volti e nuche dei personaggi a occupare costantemente lo schermo e l’eterno ritorno della casa abitata dai fantasmi del passato, Ozpetek con Rosso Istanbul dichiara apertamente la crisi in cui versa il suo cinema.

Scrittori monchi

Orhan Sahin torna a Istanbul dopo venti anni di assenza volontaria. Come editor deve aiutare Denis Soysal, famoso regista cinematografico, a finire la scrittura del suo libro. Ma Orhan rimane intrappolato in una città carica di ricordi rimossi. [sinossi]
Ha tutte le carte in regola
per essere un artista.
Ha un carattere melanconico,
beve come un irlandese.
Se incontra un disperato
non chiede spiegazioni,
divide la sua cena
con pittori ciechi, musicisti sordi,
giocatori sfortunati, scrittori monchi.
Ha tutte le carte in regola – Piero Ciampi

Quello del nostos (traduzione letterale dal greco: ritorno), con i suoi eroi tormentati e messi a dura prova da mille ardimentose difficoltà è un topos narrativo di imperitura efficacia che dall’epica greca ai moderni supereroi cattura lettori e spettatori con grimaldelli narratologici infallibili. Vi fa appello anche Ferzan Ozpetek, a un livello diegetico (tutto interno al film) ed extradiegetico (con un ritorno alla patria Turchia come set e origine di finanziamento) per Rosso Istanbul, suo nuovo melodramma corale e intimo, frutto di una coproduzione italo-turca e liberamente tratto dall’omonimo romanzo autobiografico.
Protagonista è lo scrittore fallito – solo un volume di successo alle spalle, dedicato alle favole anatoliche – e ora editor Orhan (Halit Ergenc) che, dopo anni di esilio volontario a Londra, fa ritorno nella patria Istanbul per aiutare il regista Deniz (Nejat Isler) a terminare il suo libro. Il volume ha, proprio come quello di Ozpetek da cui il film è tratto, una natura autobiografica, in esso infatti sono raffigurati amici e parenti di Deniz e dunque per Orhan è necessario incontrarli tutti, magari attorno a una tavola riccamente imbandita, meglio ancora se in un barocco appartamento prossimo ad essere sgomberato e abitato dai fantasmi di un tumultuoso passato familiare.

In Rosso Istanbul torna dunque uno dei topoi abituali del cinema di Ozpetek, quello della casa abitata da fantasmi del passato, già utilizzato abbondantemente sul suolo capitolino con La finestra di fronte e, in maniera ancora più specifica (c’erano davvero, purtroppo, dei fantasmi) con Magnifica presenza. Torna anche l’attrice feticcio di Ozpetek Serra Yilmaz che qui, ridoppiandosi in maniera cantilenante, incarna una sorta di domestica-grillo parlante, sempre pronta a dire che la stanza è pronta, il caffè già zuccherato, la casa tutta in disordine. E tornano anche le ossessioni del maestro di sempre Almodovar, con un ruolo all’apparenza (viene poi messo presto in disparte) da perno centrale della narrazione attribuito alla madre-matriarca (la famiglia di Deniz ha, naturalmente, delle forti e preponderanti componenti femminili) incarnata da una Cigdem Onat parecchio somigliante alla Marisa Paredes di Tutto su mia madre. Ci sono poi i desideri e le relazioni omosessuali, ma per par condicio anche le pulsioni eterosessuali del regista/scrittore Deniz, rivolti ora verso Orhan, ora verso l’amante tormentato Yusuf (Mehmet Gusur), ora devoluti all’amica del cuore di sempre Neval (Tuba Buyukustun).

Quando poi a un certo punto il regista e scrittore Deniz scompare misteriosamente di scena lasciando Orhan alle prese con i vari fantasmi del caso, suoi e dell’amico, la questione si complica, facendosi più teorica e via via sempre meno interessante. L’obiettivo di Ozpetek è d’altronde chiaro, si tratta qui di analizzare le complesse relazioni tra arte e vita condendole con la principale conseguenza del “nostos” di sui sopra: il fare i conti con il passato e i suoi rimpianti. Rimpianti al cubo, dato che i personaggi maschili principali sono due.
Con l’uscita di scena di Deniz, il film inizia dunque a prendere una piega già nota, da “thriller dell’anima”, con i correlati sdoppiamenti e identificazioni (a Orhan non resta che identificarsi con lui, per poter meglio portare a termine il suo libro), per cui siamo dalle parti di “identificazione di un uomo”, parafrasando Antonioni, ma anche de “l’uomo che visse due volte”, echeggiando Hitchcock, mentre gli scarti temporali, l’osservazione insistita degli oggetti e il soggettivismo di fondo aspirano a emulare il nouveau roman.

Ma niente sembra funzionare a dovere in Rosso Istanbul, tutto suona già visto, poco incisivo, i personaggi astratti, le loro frasi sibilline e tutto sommato banali, a partire da quel monito ricorrente che avverte: “Attenzione chi guarda al passato non vede il presente”. Un rimprovero che andrebbe esteso probabilmente all’ultimo cinema di Ozpetek tutto: incapace di rinnovarsi, di evitare quel calligrafismo futile e a tratti persino grottesco che gli impedisce di raggiungere un qualche tipo di autenticità. Tutto è costruito, niente suona mai autentico in Rosso Istanbul, un film che traduce i drammi dei suoi personaggi in frasi da cartolina datate e prive di nerbo.
Quanto allo stile di ripresa, il regista italo-turco sceglie di non rischiare e va a mettere in scena una galleria di ectoplasmi ripresi frontalmente, per lo più in primo piano, su uno sfondo indistinto.
Già perché la città, con la quale Orhan si deve pacificare, affinché il suo “nostos” sia completo e la sua identità alfine ricostituita, resta prudentemente fuori fuoco finché il percorso del personaggio non è ultimato. E allora quindi, quando Orhan decide di affrontarla, Istanbul finalmente appare: luminosa, vivace, piena di gente, locali, musicisti di strada, manifestazioni di protesta (un gruppo di madri in cerca dei propri figli, scomparsi probabilmente dopo un interrogatorio di polizia, come accadeva in Muffa di Ali Aydin), tramonti dorati, le correnti del Bosforo e, naturalmente, il rosso cui fa riferimento il titolo (sì, letteralmente, c’è del rosso).
Quanto al discorso sul tempo che passa poi – simbologia che investe i personaggi così come la città raffigurata come un cantiere aperto, animato dal bordone di sfondo del perpetuo martellare dei lavori in corso – ecco che la metafora è ben esemplificata dal negozio di orologi, ultimo superstite alla globalizzazione di più moderni franchise commerciali, governato dalla sorella di Orhan.

Ozpetek in Rosso Istanbul sembra quasi volersi fermare costantemente alle soglie della metafora, senza mai spingersi troppo oltre e costruirne seriamente qualcuna. Tutto è suggerito con un nitore didascalico, nessun significato è mai veicolato da immagini o dialoghi realmente ficcanti. Quanto a questi ultimi poi, il loro flusso linguistico risulta fatto di frasi tronche, prive di soggetto o complemento, a volte persino di verbo: “La vita…la vita…”, sentiamo a un certo punto vaneggiare da un personaggio. Rosso Istanbul è in fin dei conti un film fatto di puntini di sospensione, che non rimandano però ai non detti, piuttosto generano frasi inani in scene inani, dove è vero tutto e il contrario di tutto. O non è vero niente.
La svolta relativa al protagonista per caso Orhan è poi quasi demenziale: ecco una penna, tanto vale ricominciare a scrivere. Perché tornare a scrivere, è tornare alla vita, è mettere insieme passato e presente per aprire uno spiraglio di speranza sul futuro, perché gli scrittori fanno una vita migliore rispetto agli architetti, sempre “impegnati tra numeri e formule” perché quando uno può dire: “Sono lo scrittore e pure il regista, sono io che dico cosa fanno i personaggi”, allora c’è poco altro da aggiungere.

Anzi, qualcos’altro Ozpetek ci tiene ad inserirlo nel suo confuso, algido e decisamente poco originale melodramma intimo sul ritorno a casa, e sono tutti quei riferimenti agli angeli e alle loro ali, ali che adornano abiti da sera, che spuntano per caso nel percorso di Orhan e che lui ritrova anche nella stanza-sacrario dell’amico scomparso, ma che non vengono tematizzate in alcun modo all’interno della narrazione (si parla solo a un certo punto di “angeli o demoni”), presto preda di una deriva irredimibile e presentata con tutte le sue falle a uno spettatore che non può che restare basito e distante.
Si respira un sentore stagnante in Rosso Istanbul, dove ogni aspetto, dal racconto, ai personaggi, alle location è presentato sullo schermo senza essere direzionato, abbandonato lì e incapace di auto-redirmersi per comunicarci qualcosa. Il film, con le sue frasi fatte icastiche e inefficaci, pare parlare prevalentemente con se stesso e rispondersi da solo, ignorando del tutto la nostra presenza. Basta mettere insieme due frasi ascoltate nei dialoghi e tutto diventa chiaro: “Gli scrittori attraverso i personaggi parlano di se stessi”, e si potrebbe aggiungere principalmente a se stessi, e dunque questo in fin dei conti, come autodenuncia uno dei personaggi, non può che essere, e in senso lato, “un film molto tetro”.

Info
La scheda di Rosso Istanbul sul sito della 01 Distribution.
Il trailer del film.
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