La sedia della felicità

La sedia della felicità

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Il ritorno alla regia di Carlo Mazzacurati avviene con La sedia della felicità, una commedia sbilenca che punta sul pedale del grottesco cercando di rintracciare una volta di più le coordinate dell’umanesimo del regista patavino. Non sempre riuscendovi. Al Torino Film Festival in Festa Mobile.

Elmicagneto

Un tesoro nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, si innamorano, un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali, poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che, tra equivoci e colpi di scena, li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una sperduta valle vivono un orso e due fratelli… [sinossi]

Per arrivare a La sedia della felicità forse conviene tornare indietro nel tempo. Lido di Venezia, settembre 2000. Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica viene presentato, con notevole successo di pubblico e di critica, La lingua del santo, ottavo lungometraggio (contando anche l’autoprodotto esordio Vagabondi, del 1980) diretto da Carlo Mazzacurati. Il film, commedia agrodolce immersa negli umori e nei ritmi della Pianura Padana, racconta il sogno di eversione e di libertà di due piccoli uomini, Willy e Antonio, interpretati da Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese.
All’epoca della sua uscita La lingua del santo era apparso il naturale punto di arrivo di una carriera, come quella di Mazzacurati, costellata di titoli in grado di fluttuare tra l’interessante e il prezioso (Il prete bello, Un’altra vita, Il toro), mentre segnava all’insaputa di tutti la svolta verso un decennio e poco più di completa sofferenza autoriale. Tra recuperi fuori tempo massimo di altre epoche produttive del cinema italiano (A cavallo della tigre), improbabili melò dalle malriposte ambizioni storiche (L’amore ritrovato), drammi ‘sociali’ con risvolti gialli (La giusta distanza), il cinema di Mazzacurati ha percorso un terreno in continua salita, smarrendo pezzo dopo pezzo la propria essenza. Anche La passione, che pure aveva segnalato nel 2010 un pur labile passo in avanti, si era dimostrata alla resa dei conti un’opera inerte, scritta con garbo ma priva di qualsiasi riflessione ulteriore.

Purtroppo il ritorno dietro la macchina da presa con La sedia della felicità, presentato in anteprima alla trentunesima edizione del Torino Film Festival all’interno di Festa mobile – il fuori concorso della kermesse sabauda – non fa che confermare in maniera ineluttabile lo stato di crisi del cinquantasettenne cineasta patavino. La crisi si avverte con ancora maggior forza proprio perché nel mettere in scena il film Mazzacurati guarda, con occhio sbilenco e malinconico, al già citato La lingua del santo. Stesso il panorama umano e geografico analizzato (il nord-est italiano e la crisi economica), stesso il sogno di stabilità economica che agita i pensieri e le azioni dei protagonisti, stesso anche lo spirito di una commedia sempre in bilico sul crinale della farsa.
Perso nello sguardo al (proprio) passato, Mazzacurati non si accorge però di maneggiare una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, scritta a sei mani dal regista insieme ai sodali Doriana Leondeff e Marco Pettenello: non basta affastellare una sequela pressoché ininterrotta di bizzarrie per dimostrare di saper screziare un film con le armi del surreale. Tra preti debosciati e avidi, sedute spiritiche, ristoranti cinesi che nascondono bambini febbricitanti, impiegate al tribunale dedite al sadomasochismo, pittori eremiti che vivono in una valle dominata da un orso, collezionisti di sedie, maghi, convention di gelatai, La sedia della felicità non si fa mancare nulla, ma allo stesso tempo sembra del tutto inadatto a maneggiare qualsivoglia tipo di narrazione.

Boutade poco divertente, La sedia della felicità si muove senza una reale direzione, lavorando per accumulo e pigiando il pedale dell’assurdo senza timori né reticenze. In questo modo risulta sprecato anche il notevole cast allestito, con il solo Valerio Mastandrea in grado di mantenersi sui livelli che gli sono consoni: quasi volesse omaggiare una volta di più il proprio cinema, Mazzacurati si circonda di amici di vecchia data, regalando loro piccole parti del tutto insignificanti, cameo che non riescono mai ad aggiungere qualcosa a una commedia sbagliata fin dalla sua concezione. L’impressione, sempre più forte, è che il cinema di Mazzacurati si sia oramai abituato a girare a vuoto, abbia perso la “giusta distanza” e non sappia più in quale direzione muoversi. E anche la voglia di portare sullo schermo una storia d’amore non convenzionale è completamente disattesa nei fatti. La speranza è che la carriera di Mazzacurati, interrottasi bruscamente dopo La lingua del santo, riprenda il proprio percorso grazie a un film che di quella commedia è solo la pallida eco. Chissà…

Info
Il trailer de La sedia della felicità.
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