The Water Diviner

The Water Diviner

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L’esordio alla regia di Russell Crowe mira abbastanza in alto, guarda all’epica e al familismo, si immerge in scenari mozzafiato e in una narrazione romanzesca vecchio stile. Ma The Water Diviner non ha spalle robuste a sufficienza e le premesse si esauriscono in un nulla di fatto, in una confezione esotica decisamente esangue.

Respiro epico dal fiato corto

Il film, ambientato quattro anni dopo la devastante battaglia di Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale, vede protagonista lo stesso Crowe nei panni di Connor, un agricoltore australiano che intraprende un lungo viaggio verso la Turchia alla ricerca della verità riguardo la sorte dei suoi tre figli, dati per dispersi in battaglia. Qui instaura una relazione con una bellissima donna turca (Olga Kurylenko), proprietaria dell’albergo in cui alloggia. Animato dalla speranza e forte dell’aiuto di un ufficiale turco, Connor attraversa il Paese sulle tracce dei suoi figli… [sinossi]

Ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte, sugli attori che passano alla regia. Si tratterebbe per forza di cose di un resoconto frammentario e disarticolato, perché ogni storia personale è ovviamente diversa dall’altra ed è molto difficile assimilare percorsi nati sotto stelle differenti, ma è innegabile che la regia sia per qualche interprete, specie se navigato ma in flessione di appeal e di carriera, una sorta di salvacondotto. O, per meglio dire, la ricerca forzata di una seconda giovinezza, oltre che di una rinnovata identità artistica. C’è poi chi, con l’irruenza della gioventù, si espone ai fucili spianati di un massacro critico alquanto prevedibile, cosa che capitò alla grande star in disarmo di questi tempi, Johnny Depp, con il suo Il coraggioso; ma anche chi riesce a rilanciarsi in maniera stupefacente, basti pensare al Ben Affleck regista degli ultimi anni, esempio di un’effettiva riabilitazione su larghissima scala nel firmamento hollywoodiano. Il primo dei modelli chiamati in causa è però quello più pertinente per parlare dell’esordio alla regia di Russell Crowe, The Water Diviner. L’attore premio Oscar indubbiamente non possiede più il carisma ruggente di un tempo, né tantomeno la stessa forza al botteghino. Il momento perfetto, quindi, per provare a stare dall’altra parte della barricata, anche solo per tastarne l’ebbrezza e le eccitanti conseguenze.

Il suo personaggio, perché Crowe rimane anche davanti la macchina da presa (una scelta spesso discutibile, che in molti casi non premia), è un uomo che parte per la Turchia con l’intento di ritrovare i suoi tre figli, che non vede da quasi un lustro e di cui non si sa più nulla, molto probabilmente defunti e in attesa di degne esequie. Il contesto storico è quello della battaglia di Gallipoli, avvenuta durante la Prima Guerra Mondiale, che decimò in modo spaventoso l’esercito nazionale australiano, causando migliaia e migliaia di vittime e ferendo al cuore un intero paese. L’immaginario cui Crowe si rifà pare mutuato da alcuni dei registi con cui ha collaborato, si pensi soprattutto all’epica farraginosa di Noah di Darren Aronofsky o all’ultimissimo Ridley Scott. Ma l’attore australiano punta a un dispiegamento dell’epos più sbilanciato sul piano della commozione e del sentimento, tentando, attraverso l’autenticità dell’emozione, di non rendere l’operazione un colosso polveroso e autoreferenziale ma di scuoterla e farle prendere vita in qualche modo, cosa che i due registi citati ormai non si sforzano più di fare, preoccupati come sono da ambizioni ombelicali e indaffarati come non mai a trainare i loro carrozzoni.

La montagna finisce nondimeno col partorire un topolino, in particolar modo a causa della goffaggine scolorita di Crowe nel far coesistere una visione bellica familista e semplificatoria e l’immersione negli angoli più bui della propria storia nazionale . Il neoregista fatica a tutti i livelli nel tenere salde le varie, potenziali anime del film, riunite in modo telefonato sotto l’egida dell’anniversario della battaglia di Gallipoli, di cui quest’anno ricorrono i 150 anni: da un lato ci sono il realismo e la denuncia obbligata, il tributo all’amor patrio e la requisitoria civile che tuttavia non risparmia stoccate indirizzate proprio agli australiani; dall’altro delle aperture più magiche, in senso letterale, e sognanti, che non rinnegano il sapore dolciastro di una speranza da tenere a mente, di un romanticismo – e di un corrispondente spiritualismo – come caparbia alternativa alla violenza da portare nel cuore. Un’alternanza di toni che il regista non pare in grado di bilanciare adeguatamente, appesantendo eccessivamente il suo film sotto il profilo delle aspirazioni e rendendolo allo stesso tempo sfilacciato e pallido. Perché sono palesemente troppo esili le spalle destinate a sopportare tale peso e tale vocazione all’eclettismo a tutti i costi, tipico delle prime volte, di chi vuole impressionare e ostentare sicurezza, maneggiando più mazzi di carte e muovendosi su più tavoli da gioco. E al minestrone romanzesco già di suo piuttosto rivedibile si aggiunge anche una vena illustrativa che conferma lo spessore mediocre e pressoché nullo di un’opera che parte dallo spirito storico-umanistico ma si riduce più che altro alla noia estetizzante e soporifera, oltre che sfacciatamente pro loco e in quanto tale non molto distante, se si esclude la componente divistica in questo caso assente, da Australia di Baz Luhrmann. Derive autopromozionali che tradiscono un’ispirazione un pizzico insincera, anche al di là della piattezza allarmante dell’insieme, il cui respiro vorrebbe insomma essere il più ampio possibile ma il cui fiato, tirando le somme, appare davvero cortissimo. Anche qui c’è una tempesta di sabbia su cui si investe molto in termini di messa in scena, anche se il confronto con quella di American Sniper, ancora fresca fresca negli occhi di chi l’ha vista, di sicuro non le giova.

Info
Il trailer italiano di The Water Diviner su Youtube.
Il trailer originale di The Water Diviner.
The Water Diviner, la pagina facebook.
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