Dumbo

Dumbo

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Tim Burton, sotto contratto con la Disney, firma il rifacimento in live action di Dumbo, il classico d’animazione. Ecco dunque di nuovo l’elefantino volante dalle enormi orecchie, l’ambiente circense, e il racconto di un’emancipazione.

Elefanti sotto la tenda del circo: volanti

Holt Farrier, ex star del circo, ritrova la sua vita messa a soqquadro quando torna dalla guerra. Il proprietario del circo, Max Medici, lo ingaggia per prendersi cura di un elefante appena nato, le cui orecchie giganti lo rendono oggetto di scherno di un circo già in difficoltà. Ma quando i figli di Holt, Milly e Joe, scoprono che Dumbo può volare, il convincente imprenditore V. A. Vandemere e l’artista trapezista Colette Marchant si gettano a capofitto per trasformare lo speciale elefantino in una stella. [sinossi]

Dumbo è sempre lui, con quelle orecchie gigantesche che lo rendono così goffo all’apparenza, privo dell’eleganza innata dei suoi simili. C’è anche il circo, l’immenso baraccone che promette meraviglie ma spesso deve accontentarsi dei giochi ottici, del prestigio e non della magia. C’è perfino Timoteo, il topino fedele sodale di Dumbo. Anzi, è su di lui che si apre il film, con un’inquadratura ad hoc. Uno dei mille depistaggi di un’opera che vorrebbe essere tante cose, fallendo nella stragrande maggioranza dei casi l’obiettivo. Timoteo c’è, con tanto di cilindro da capobanda, ma è confinato nella sua gabbietta insieme a un paio di altri muridi. E ovviamente non parla. Antropomorfismo vietato in questa riedizione “dal vero” del quarto classico Disney di tutti i tempi in ordine cronologico. Sono trascorsi settantotto anni dal 1941, ma sembrano passate intere ere geologiche per l’immaginario, e non solo. Nel cuore del conflitto mondiale la storia tragica e buffa del cucciolo di elefante che impara a volare nonostante tutte le avversità che lo sovrastano poteva muoversi in un contesto breve, essenziale, diretto e privo di fronzoli. Dumbo infatti durava poco più di un’ora, tanto da mandare su tutte le furie la RKO, all’epoca ancora distribuzione ufficiale per i film Disney: la casa di produzione fondata da David Sarnoff e Joseph P. Kennedy avrebbe voluto un film più lungo o in alternativa avrebbe voluto poterlo programmare come un b-movie, in modo da accompagnarlo con un altro titolo. Niente da fare, Disney fu irremovibile e pretese per la sua creatura un trattamento da film di prima fascia. Aveva ragione lui, ovviamente. Altre epoche, e altra epica. Tim Burton non la accarezza neanche, per quanto il suo sguardo di quando in quando si muova in quella direzione. Al suo terzo film con produzione Disney – i precedenti, atto di tregua dopo una guerra a distanza che radica le proprie origini nei primissimi anni Ottanta, quando Burton era un promettentissimo cineasta e animatore – il regista di Burbank conferma di avere un rapporto conflittuale con le dimensioni narrative della Casa del Topo. Così, dopo il disastroso Alice in Wonderland e l’apprezzabile Frankenweenie (che trovava linfa vitale proprio nel suo essere creatura aliena rispetto alla prassi disneyana), ecco Dumbo.

Niente antropomorfismo, si è già scritto. Una scelta forzata, visto che l’elefante sembra essere solo un elemento fantastico atto a enfatizzare e metaforizzare le pulsioni, le paure e i desideri di emancipazione di due bambini, fratello e sorella, orfani di madre e con un padre cavallerizzo che è tornato dalla Grande Guerra con un braccio di meno. Il proprietario del circo per cui lavora, e dove i bimbi hanno atteso il suo ritorno, non ha cuore di licenziarlo ma avendo già venduto i cavalli con i quali si esibiva gli affida il compito di “badare” agli elefanti. Il resto, verrebbe da dire, è ampiamente prevedibile: ovviamente il neonato con le orecchie a sventola, zimbello di tutti, troverà nei bambini gli unici amici, e solo loro scopriranno l’incredibile e meravigliosa capacità di Dumbo di librarsi in aria grazie i suoi padiglioni auricolari decisamente fuori misura.
In realtà esistono due Dumbo: il primo è un mediometraggio asfittico che narra della vita quotidiana in un circo sgarrupato, e della nascita di una stella. Nel farlo vengono affastellati cattivi che più cattivi non si può – il sadico guardiano che gode nel maltrattare gli animali, e di cui il film si disfa abbastanza in fretta, facendolo perire in un crollo strutturale del tendone causato dalla furia di mamma Jumbo –, si cercano gag risibili come quella che vede per protagonista una scimmietta dispettosa, e nel complesso non si capisce dove si voglia veramente andare a parare. Già, perché in realtà questa prima parte, lunga melodrammatica e verbosa serve solo ed esclusivamente a preparare la seconda, che inizia con l’ingresso in scena di Michael Keaton ed Eva Green, rispettivamente un losco impresario con manie di grandezza e la stella del suo spettacolo, e forse sua concubina. Qui inizia un secondo film, ci si sposta in un luogo fermo e non itinerante come la carovana circense, sbocciano amori e si cementano odi e amicizie. Sempre con l’elefantino volante come collante.

A non volare è una sceneggiatura recalcitrante, che procede a singhiozzo e alla quale manca, oltre a una certa verve dialogica, uno scopo reale. Intorno alla narrazione più basica – due ragazzini orfani che stringono amicizia con un elefantino strappato all’amore materno – spuntano idee episodiche come lo sketch di un clown, e con gli stessi capitomboli accidentali e creati ad arte. A venire meno è il senso stesso dell’insieme, rispetto all’originale del 1941: se lì l’aria di crudele motteggio nei confronti di Dumbo acquisiva senso perché tutti i protagonisti erano animali – in grado dunque di discernere il ridicolo in un elemento fisico di un loro “simile” –, in questo caso appare difficile comprendere perché un gruppo di adulti dovrebbe arretrare inorridito di fronte a un cucciolo che ha il solo difetto fisico di essere dotato di orecchie troppo grandi.
Incapace di reggere il confronto con l’animazione, il film cerca poi di citarne i passaggi più noti per solleticare la cinefilia dello spettatore: ma trovate come quella degli elefanti rosa – giochi di bolle di sapone per anticipare l’ingresso nel proscenio circense del piccolo pachiderma – o come la battuta sul non dare champagne a Dumbo appaiono davvero prive di spessore, inerti. Un po’ come la regia di Burton, sciatta e disinteressata al senso intimo della vicenda. Non c’è pathos, non c’è tensione, non ci si libra mai in aria insieme al protagonista, non si partecipa in nessun modo del suo dolore o di quello degli altri personaggi. Tutto scivola sulla superficie, come quella computer grafica curata ma allo stesso tempo fredda, incapace di rendere il calore terapeutico dell’animazione: per di più gli animali antropomorfizzati consentivano un’adesione anche nel pubblico più piccolo che qui inevitabilmente viene meno. Resta la spiacevole sensazione che la Disney oramai rincorra solo l’idea attorno alla quale ruotava Saving Mr. Banks: decostruire l’immaginario, depotenziarlo e ridurlo a meccanismo della mente per trasfigurare la realtà e non viverne i traumi. La somiglianza tra i due personaggi interpretati da Colin Farrell nei due film invita a una riflessione di questo tipo. Dove vuole andare a collocarsi la Disney live action degli anni Dieci del terzo millennio? E dove ha intenzione di andare a parare Tim Burton, colui che fu in grado di ridisegnare il concetto di diverso, attingendo a piene mani al gotico e oggi fatica anche a trovare una forma adeguata per rappresentare un lupo mannaro? Un dilemma che resta insoluto, purtroppo, come questa storia tirata per le lunghe fino alle estreme conseguenze.

Info
Il trailer di Dumbo.
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