Sibyl

Con Sibyl, in concorso a Cannes 2019, Justine Triet certifica già la crisi del suo cinema, dopo l’eccellente esordio con La bataille de Solférino e dopo il mezzo falso di Tutti gli uomini di Victoria: la vicenda di una psicoterapeuta che prende a scrivere un romanzo e immagina vite diverse diventa la messa in scena auto-riflessiva di un’empasse in cui resta invischiata la stessa regista.

Attenzione alla sibilla

Sibyl è una psicoterapeuta che torna alla sua prima passione: la scrittura. Ma la sua nuova paziente, l’attrice Margot, si rivela essere una fonte di ispirazione troppo invitante. Sibyl così finisce per lasciarsi travolgere dalla vita tumultuosa di Margot. [sinossi]

Justine Triet si trova nella paradossale posizione per cui più va avanti, più sembra tornare indietro, più sembra rinchiudersi in una atarassia registica che pare immobilizzarla. Se La bataille de Solférino, suo primo lungometraggio, era stato presentato nel 2013 ad ACID, dunque una sezione parallela e considerata “minoritaria” a Cannes, e se il suo secondo film, Tutti gli uomini di Victoria, era stato accolto alla Semaine del 2016, ora addirittura il suo terzo lavoro, Sibyl, entra nell’empireo del concorso principale qui alla Croisette, come per una scalata ai vertici che però non corrisponde a un’identica crescita del suo discorso poetico, anzi.
Oltre che dalla stessa attrice protagonista (Virginie Efira), Sibyl parte anche dagli stessi presupposti narrativi, simbolici ed emotivi di Tutti gli uomini di Victoria: una donna con famiglia a carico che cerca di fuggire dal suo quotidiano per evitare di affrontare di petto la crisi di mezza età.

In questo caso, Virginie Efira interpreta il personaggio che dà il titolo al film, Sibyl per l’appunto, e il suo nome è tutto un programma, visto che come una sibilla vuole essere in grado di prevedere e controllare quel che le accadrà, senza ovviamente riuscirci fino in fondo. La donna, che è un’apprezzata psicoterapeuta, decide di mollare tutto per dedicarsi alla sua prima passione, la scrittura, ma nel momento in cui una giovane attrice (Adèle Exarchopoulos, che ancora non ha trovato una sua strada dopo il successo di La vita di Adele) la supplica di prenderla come paziente, non sa rifiutarsi sia perché è affascinata dalla sua vita movimentata, sia perché è tentata dall’idea di prendere spunto dai turbamenti della ragazza per costruire il suo romanzo. Ecco che allora, a partire da questo momento, si dipana una serie di piani narrativi, immaginari e no, ricordi del passato o no, scene da mettere nel romanzo o solo da cullare nella propria mente, tutti tanto telefonati da apparire prevedibilissimi nella loro costruita e artefatta imprevidibilità. In questa fase l’omaggio – e soprattutto – il debito al Resnais di Providence ci consegna una importuna sensazione di déjà-vu, di operazione manierista tipicamente da cinema francese azzimato, laddove si vuole essere un po’ eccentrici e un po’ bizzarri senza però mai veramente uscire dalla norma.

Poi, Sibyl si fa più interessante nel momento in cui la protagonista sceglie di mettersi definitivamente in gioco, di non limitarsi cioè semplicemente a immaginare o ad ascoltare e spiare le vite degli altri ma di cominciare ad agire. Si reca allora su un set a Stromboli dove la sua attricetta-musa sta vivendo una terribile crisi, visto che è stata messa incinta dall’attore protagonista.
E qui Sibyl, pur dando l’impressione di aver cambiato totalmente registro e di essere diventato un altro film, suscita qualche interesse, spingendo il pedale sul grottesco e sul surreale e descrivendo anche qualche ritratto curioso, dalla scalmanata e ansiogena regista tedesca al sornione e giovane aiuto-regista italiano. Ma, di nuovo, si ha la sensazione di assistere a qualcosa di già visto, a qualcosa persino che punta troppo in alto, visto che si occhieggia sia al Godard de Il disprezzo sia al Fassbinder di Attenzione alla puttana santa. In quei due capolavori, però, il discorso si costruiva a partire dall’empasse e dal dilemma di continuare a fare cinema, un aut aut che si riversava anche nella stessa lavorazione di quei due film, mentre la Triet sembra non poter sfuggire dall’idea che si stia assistendo solamente all’empasse del suo cinema, a un auto-compiacimento puramente intellettualistico, auto-assolutorio e non sentito e percepito sinceramente. Sembra, insomma, di assistere – puramente e semplicemente – a una posa autoriale.

Così, quando è il momento di chiudere il discorso e di mettere le varie linee narrative e simboliche al loro posto, Sibyl deraglia definitivamente, prima con una trovata involontariamente ridicola e immotivata (le resta attaccato il radio-microfono e tutta la troupe sente una sua telefonata), poi con un ritorno al privato e agli affetti familiari che pare totalmente forzato.
L’impressione conclusiva che se ne ha è che Justine Triet abbia un gran voglia di uscire da sé e dal suo mondo poetico, ma che ancora non ne abbia trovato la chiave. Speriamo che ci riesca con il suo prossimo film.

Info
Il trailer di Sibyl.
La scheda di Sibyl sul sito del Festival di Cannes 2019.
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