Anche io

Anche io

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Maria Schrader con Anche io (pessimo adattamento italiano dell’originale She Said) affronta l’indagine giornalistica che portò alle incriminazioni nei confronti di Harvey Weinstein inseguendo il cipiglio del cinema civile hollywoodiano, da Tutti gli uomini del Presidente a Il caso Spotlight. L’azione si concentra però esclusivamente sull’azione delle due giornaliste protagoniste, lasciando in secondo piano il contesto. Un solido film di denuncia che appare però più adatto al piccolo schermo.

Il potere delle parole

La reporter del New York Times Jodi Kantor viene a sapere di molestie sessuali a Hollywood e inizia a indagare; la questione si rivela estesa e la sua collega Megan Twohey, tornata in redazione dopo la maternità, le si affianca nell’inchiesta. Che porterà molte donne a uscire dal silenzio e culminerà con l’articolo pubblicato il 5 ottobre 2017 in cui si accusa il produttore Harvey Weinstein di aver abusato sessualmente di molte lavoratrici del settore. [sinossi]

Un film di parole e sulle parole, in cui l’azione è evocata solo attraverso i racconti delle donne senza arrivare direttamente agli occhi dello spettatore: è questa l’intuizione registica messa in campo da Maria Schrader (I’m Your Man) nel portare sullo schermo il libro She Said di Jodi Kantor e Megan Twohey, ossia le due giornaliste del New York Times che lavorarono all’inchiesta che mise al muro Harvey Weinstein e da cui partì, in seguito, l’hashtag #metoo. She Said, ossia “lei ha detto”, è il titolo del libro e in originale il titolo del film di Schrader, perché appunto tutto ruota attorno “all’indiretto”, all’allontanamento dell’immagine tramite il discorso e alla pagina che si fa carico dei vissuti dolorosi delle donne: difficile forse renderne bene il senso, ma di certo la traduzione italiana Anche io non segue minimamente la traccia stilistica che struttura il film privilegiando il richiamo al Me Too che, però, non è per nulla al centro di questo lavoro. La questione non è banale proprio perché la scelta di far gravitare tutto attorno al peso della parola e della testimonianza è il tratto distintivo di Anche io, che ovviamente si inserisce nel filone giornalistico del cinema americano seguendo come Tutti gli uomini del presidente il comporsi del racconto che poi finirà sul giornale o, in questo caso, tramite un click sul sito del NYT. Essenziale, scabro, pudico e limpido nella sua nettezza, Anche io come il film di Pakula ruota attorno allo scavo di due tenaci e ottime reporter, Kantor (Zoe Kazan) e Twohey (Carey Mulligan), alle prese con un muro di omertà e nascondimenti; a differenza però dei più recenti The Post di Steven Spielberg o Il caso Spotlight di Tom McCarthy, qui non si esplora davvero la complessità del contesto, con le sue contraddizioni e le sue “attiguità” capaci di creare vere vicinanze con quel potere che si vuol mettere sotto la lente di ingrandimento, né si allude alla rete più vasta del singolo caso, quell’intrico capace di riperpetuarsi sotto altre forme o generare altre criticità. Anche io è insomma un film che si concentra solo sul dipanarsi delle dichiarazioni che permisero alle due reporter di raccontare il caso Weinstein, con i meriti e i limiti che questo comporta.

Il merito percepibile è soprattutto quello, palesato in alcuni momenti cruciali (come l’incontro con Samantha Morton, che interpreta da adulta Zelda Perkins, una delle voci fondamentali del reportage), di esprimere la dignità ferita delle tante donne messe sotto silenzio per decenni dalla macchina infernale costruita da Weinstein: la scelta di alludere agli atti criminali, mostrandone solo dettagli, facendoci sentire la necessità anche delle stesse vittime di voltare pagina non essendo state aiutate da nessuno ma solo ostacolate, è senza dubbio efficace, dolente, emotivamente coinvolgente. Così come è efficace portare alla ribalta le parole di Weinstein a più riprese, mostrandone un suo “doppio” attoriale solo alla fine, di spalle e senza farci sentire cosa dice: non è lui al centro della scena, ma semmai Twohey/Mulligan che lo ascolta, espressiva e molto attenta nel posizionare il proprio sguardo. Il contraltare è però un impianto visivo che, volente o nolente, riempie i vuoti dell’immagine con scene di raccordo un po’ di prammatica (tra cui i tanti scorci accennati di vita privata delle due protagoniste) e una messa in scena così semplice da risultare un buon prodotto per il piccolo schermo, un solido film di denuncia e ricostruzione che, per scelta, non si apre mai allo sguardo in nessun modo, affidandosi al discorso come elemento portante e alla scrittura come base strutturante (la sceneggiatura è di Rebecca Lenkiewicz, già co-autrice di Ida di Paweł Pawlikowski). Fatta la tara a questa impostazione, che può risultare potente e depotenziante allo stesso tempo, Anche io è un’opera che per le sue 2 ore abbondanti tiene sveglio l’interesse dello spettatore grazie a un andamento in cui i pezzi del puzzle vanno al loro posto lentamente ma inesorabilmente, con un susseguirsi di incontri importanti per comporre l’insieme dunque inchiodare il produttore. Significativamente, la prima sequenza del film si concentra su una giovane donna che ritroveremo decenni dopo, da adulta, alle prese non con le conseguenze della violenza sessuale subita all’inizio degli anni ’90, ma con il cancro al seno: la vita dopo gli abusi è proseguita e ogni personaggio femminile si trova in un momento differente della propria esistenza. Lo stesso si può dire delle due protagoniste: Kantor ha due figli e, rispetto alla figlia femmina più grande, sente di dover far qualcosa di importante per permetterle di vivere in un mondo meno ferale; Twohey è invece appena diventata madre, affrontando una depressione post partum con difficoltà e una certa vergogna. Kazan e Mulligan sono brave e formano una coppia ben assortita: la prima è piccina e a prima vista meno scaltra, la seconda più aggressiva e apparentemente più determinata, ma le parti del canovaccio finiranno per confluire l’una nell’altra e sarà Kantor/Kazan a dare un contributo determinante per l’inchiesta, andando a scovare le testimonianze “chiave”. Questo convergere e incontrarsi delle protagoniste è l’altro volto di un’evidenza che diventerà ben presto chiara: nessuna donna vuole esporsi da sola nell’affrontare un sistema pervasivo e minaccioso che già una volta le ha messe a tacere, ma tutte sono disposte a farlo se non sono sole, ma assieme alle altre. I fili invisibili dell’empatia e della solidarietà sono insomma essenziali sia per le protagoniste con le loro fragilità che per le vittime di Weinstein, molte delle quali hanno visto la propria vita, la propria carriera, il proprio futuro, rovinato e sabotato da un uomo abusante ma soprattutto potente. In questo senso la presenza di Ashley Judd nella parte di se stessa ci ricorda la concreta realtà di questa vicenda, in tutta la sua portata devastante per decine e decine di persone.

Anche io ha certamente delle qualità da molti punti di vista e vale la pena, dopo averlo visto, leggere il reportage di Kantor/Twohey pubblicato il 5 ottobre 2017 dal New York Times, un lavoro di grande metodo e serietà, intitolato Harvey Weinstein Paid Off Sexual Harassment Accusers for Decades (ossia “Harvey Weinstein ha pagato per decenni chi lo accusava di molestie sessuali”), che fa riconciliare col mestiere giornalistico. Almeno per il tempo della lettura.

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Il trailer di Anche io.

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