Logan – The Wolverine
di James Mangold
Presentato in anteprima alla Berlinale e distribuito nelle sale italiane dal primo marzo, Logan – The Wolverine è un granitico e crepuscolare cinecomic dalle venature western. Attorno alla fisicità e al carisma di Logan/Jackman, un underdog con molti punti in comune con lo Stallone di Cop Land, Mangold costruisce una realtà parallela, futuribile, assai distante dai colori sgargianti e dalle spacconate del Marvel Cinematic Universe. Polvere, sangue, carne e sofferenza: l’ultima avventura di Logan è una ballata dolente.
When the Man Comes Around
Nel prossimo futuro, un esausto Logan si prende cura di un malato Professor X in un nascondiglio al confine con il Messico. I tentativi di Logan di nascondersi dal mondo e dalla sua eredità si rivelano inutili quando incontra una giovane mutante, inseguita da forze oscure… [sinossi]
When the man comes around
The hairs on your arm will stand up
At the terror in each sip and in each sup
Will you partake of that last offered cup?
Or disappear into the potter’s ground
When the man comes around…
Johnny Cash – The Man Comes Around
Non può che avere il sole alle spalle Logan.
Logan, non Wolverine.
La scelta del titolo italiano Logan – The Wolverine è ridondante. Una precisazione fuori luogo. Come se il titolo originale Logan non dicesse già tutto. Semplice, efficace, definitivo.
Il sole, il nome, l’ambiguo concetto di definitivo. Partiamo da qui, dalla fine. Nel dare l’addio al binomio Wolverine/Jackman, probabilmente l’icona più carismatica dell’universo marveliano, James Mangold parte da alcune suggestioni del cartaceo Vecchio Logan (Old Man Logan, 2008/2009): l’ambientazione rurale e da Far West che si sposa così bene col suo immaginario e la sua filmografia, la riflessione sul decadimento fisico e sulla morte, la violenza portata all’estremo.
Gioca sulle debolezze Mangold, sul ribaltamento di uno stereotipo fisico. Provato da mille battaglie, dal tempo e dalla morte che lo insegue e lo circonda, Wolverine è stanco, avvelenato dallo stesso adamantio che lo rende un supereroe leggendario. I muscoli meno agili e potenti e il fattore rigenerante sempre più flebile riecheggiano la sordità e l’evidente sovrappeso dello sceriffo Freddy Heflin di Cop Land, con Stallone calato in un ruolo che prefigurava le parabole fisiche delle saghe Rocky (e Creed), Rambo e I mercenari, o del nostalgico crossover Il grande match.
Mangold spoglia Wolverine delle sovrastrutture spettacolari e cromatiche della Marvel, riduce al minimo indispensabile la componente fantascientifica e riporta il solitario mutante a una dimensione terrena, umana e mortale. Logan è Shane de Il cavaliere della valle solitaria, è Will Anderson de I cowboys, è Ben Shockley de L’uomo nel mirino. Ed è anche Robin “Randy The Ram Robinson” Ramzinski di The Wrestler. Ancora un corpo e dei muscoli che rispondono sempre meno. Il dolore, il declino. Non solo Ramzinski, ma anche Mickey Rourke. Un dualismo che in piccola parte ritroviamo anche nel legame attore/personaggio di Jackman/Logan, perché gli anni passano per tutti.
Dalle tavole di Steve McNiven e dalla storia di Mark Millar, Mangold prende il sangue, la carne, la violenza. E la morte. Nella linearità della trama, che in fretta diventa on the road, le esplosioni di violenza sono accompagnate da dettagli granguignoleschi, dalle visibili ferite – veri e propri squarci – che segnano oramai indelebilmente il corpo di Logan. I suoi nemici, intanto, vengono fatti a pezzi, come se l’assenza degli orpelli marveliani avesse liberato la violenza, il realismo delle carni lacerate.
Alternativo agli X-Men, ambientato in un distopico 2029, Logan si nutre di pochi ma significativi elementi: quel che resta di Charles Xavier, emblema della gloria perduta dei mutanti e della loro deriva autodistruttiva; villain che diventano carne da macello; la piccola Laura (X-23), collante emotivo tra passato, presente e (?) futuro; gli spazi aperti del western e la frontiera, doppia ed emblematica, col Messico che è sempre più pressante e il Canada come terra di libertà e giustizia.
Prevedibile, certo. Fin troppo lineare, privo di cambi di rotta. Questo Wolverine stanco e umanizzato si (ri)mette in gioco e in viaggio come Roy di Midnight Special o come Andrew di Fenomeni paranormali incontrollabili: padri, figli, in mezzo dei cattivi. Già visto, ma anche questo è il (suo) bello. Logan è un granitico e crepuscolare cinecomic dalle venature western e non ha bisogno di reinventarsi troppo, pesca a piene mani da quello che ha già. Attorno alla fisicità e al carisma di Wolverine/Jackman, underdog stalloniano, Mangold costruisce una realtà parallela, futuribile, assai distante dai colori sgargianti e dalle spacconate del Marvel Cinematic Universe.
Polvere, sangue, carne e sofferenza: cadenzata dalle note e dalla voce di Johnny Cash (Hurt e The Man Comes Around, per rendere ancora più solido l’architrave mangoldiano), l’ultima avventura di Wolverine è una ballata dolente.
Un lungo addio, un nuovo possibile inizio.
Alba o tramonto che sia, il sole è alle spalle di Logan.
Cavaliere solitario. Feroce e indomabile.
Info
Il trailer italiano di Logan – The Wolverine.
La scheda di Logan – The Wolverine sul sito della Berlinale.
Il sito ufficiale di Logan – The Wolverine.
- Genere: action, avventura, cinecomic, drammatico, fantascienza
- Titolo originale: Logan
- Paese/Anno: USA | 2017
- Regia: James Mangold
- Sceneggiatura: James Mangold, Michael Green, Scott Frank
- Fotografia: John Mathieson
- Montaggio: Dirk Westervelt, Michael McCusker
- Interpreti: Al Coronel, Anthony Escobar, Boyd Holbrook, Brandon Melendy, Dafne Keen, Daniel Bernhardt, Elise Neal, Elizabeth Rodriguez, Eriq La Salle, Frank Gallegos, Hugh Jackman, Jeremy Fitzgerald, Krzysztof Soszynski, Patrick Stewart, Quincy Fouse, Reynaldo Gallegos, Richard E. Grant, Ryan Sturz, Stephen Dunlevy, Stephen Merchant
- Colonna sonora: Marco Beltrami
- Produzione: Donners' Company, Kinberg Genre, Marvel Entertainment, TSG Entertainment, Twentieth Century Fox
- Distribuzione: 20th Century Fox
- Durata: 137'
- Data di uscita: 01/03/2017







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