Félicité

Félicité

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Presentato in concorso alla Berlinale 2017, Félicité è il quarto tassello di una poetica che non riesce a liberarsi dal giogo culturale dei finanziamenti europei, da quel cinema che guarda più ai Dardenne – e ai festival – che a una narrazione e a un’estetica finalmente altra. Lodevole la performance della protagonista Véro Tshanda Beya Mputu.

Terra straniera

Félicité è una donna orgogliosa e indipendente che lavora come cantante in un bar a Kinshasa. Ogni volta che va in scena, sembra lasciare il mondo e le sue preoccupazioni alle spalle. Il pubblico è immediatamente pervaso dal ritmo della sua musica e delle malinconiche melodie. Ma un giorno il figlio di Félicité ha un terribile incidente: mentre il figlio è ricoverato in ospedale, Félicité cerca disperatamente di racimolare i soldi necessari per l’operazione e le cure necessarie. Un tour senza fiato, dalle strade dissestate fino ai quartieri più ricchi della capitale congolese… [sinossi]

Cinema errante e di pedinamento. Cinema di immersione, caotica e disordinata. Cinema in bilico, ancora precario, tra Africa e Europa; in bilico tra una realtà che merita di essere raccontata e delle modalità narrative che sembrano sempre calate dall’alto, dall’altro. Il cinema errante di Alain Gomis sembra comunque fare dei passi in avanti: una poetica indubbiamente coerente, con delle traiettorie immediatamente riconoscibili che hanno attraversato i primi tre lungometraggi – L’afrance (2001), Andalucia (2007) e Aujourd’hui (2012) – e che con Félicité sono declinate al femminile. Riconoscibile continua però a essere anche l’impronta coproduttiva europea, che finisce per plasmare un cinema che ti aspetti [1]. Festivaliero e dai riflessi (post)coloniali.

In troppe sequenze di Félicité riecheggia il cinema ingombrante dei fratelli Dardenne, l’ombra lunga dei loro pedinamenti, delle nuche che camminano, di quella peculiare narrazione sociale e politica. A tal proposito, facciamo nostre le parole scritte da Roberto Manassero su Cineforum: «dispiace ma è inevitabile tirare ancora una volta in ballo l’idea di colonialismo culturale». Ecco, dispiace. «La questione è complessa, ampiamente dibattuta, ma ancora determinante» [2]. Perché la vita e le disavventure di Félicité e di suo figlio, del simpatico e vitale Tabù, della fiumana di persone tra le strade di Kinshasa, o persino la piccola parabola del frigorifero difettoso, sembrano sempre ricalcare schemi altri, osservate e raccontate da un narratore esterno, da un entomologo compassionevole. Un retrogusto amaro accompagna e permea anche la seconda parte della pellicola, apparentemente meno schematica e contraddistinta dalla componente onirica: eppure, come se fosse una variante programmatica, anche l’apparizione dell’okapi è quello che ti aspetti, che hai già (pre)visto. Come se fossimo di fronte a un film di genere, ai suoi – gustosi o meno – cliché.

A rendere Félicité una pellicola comunque interessante, oltre al percorso e al discorso portato avanti dal cinema di Gomis, sono soprattutto le performance attoriali e la fisicità della protagonista Véro Tshanda Beya Mputu (Félicité), che trova nel corpulento Papi Mpaka (Tabu), più pacioso che imponente, un adeguato contraltare. Attraverso le disavventure e le peregrinazioni di questa donna e madre orgogliosa e combattiva, Gomis cerca di tracciare un affresco collettivo, mettendo ancora una volta in scena la disgregazione di un paese privo di appigli. Félicité è l’eroina di una resistenza individuale, di un’arte di arrangiarsi tragicamente forzata, di una vita che si ritaglia piccoli spiragli di libertà (il legame con Tabu, la musica, il suo stesso orgoglio). A testa alta o bassa, Félicité avanza, cade e si rialza. È l’unico modo per sopravvivere in quella scheggia impazzita che è Kinshasa, che è il Congo, sembra volerci dire Gomis.

Note
1.
Félicité batte bandiera francese, belga, tedesca, libanese e senegalese.
2. Roberto Manassero, Félicité di Alain Gomis, Cineforum.it, 11 febbraio 2017.
Info
Il trailer originale di Félicité.
La scheda di Félicité sul sito della Berlinale.
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