Aquaman

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Ipertrofico e fracassone, Aquaman di James Wan non fa altro che confermare, minuto dopo minuto della sua fluviale durata, di essere una sorta di grande magazzino dell’usato, intento costantemente a rispolverare e riciclare il cinema del passato, armato di un gusto vintage kitsch e di poche idee.

Usato, come nuovo

A metà degli anni ’80, un guardiano del faro e la regina di Atlantide si innamorano e da loro nasce un bambino che non avrebbe dovuto esistere. Perché non c’è nessuna connessione tra la gente della terra e quella dell’acqua, almeno finché il piccolo Arthur non vede la luce e inizia poi a sentirsi connesso all’acqua e ai suoi abitanti. Attraverso il consigliere reale Vulko, Arthur apprende il suo destino, ma non desidera andare lì dove risiedono le sue radici materne. Almeno fino a quando non viene a sapere cosa stia accadendo lì. [sinossi]

Mascella volitiva, muscoli scolpiti, una sostanziale invulnerabilità. Il DC Extended Universe (DCEU) non rinnega il suo solido – e talvolta stolido – modello superomistico e, giunto al sesto capitolo cinematografico con Aquaman di James Wan, punta soprattutto ad amplificare il suo immaginario fantastico, con avventure multi-location, un pizzico di ironia bambinesca, sventagliando poi uno stordente caleidoscopio ittico, raddoppiando i cattivi, gonfiando i muscoli. Il tutto pare essere stato moltiplicato e assemblato proprio per sostituire e non far rimpiangere quel tallone d’Achille che caratterizza invece l’eroe Marvel, con il suo bagaglio di pericoli, sviluppi narrativi e senso del tragico.

Dal momento che l’eroe in questione non è mai effettivamente in pericolo, ogni evento in Aquaman fa seguito all’altro senza suscitare particolare tensione empatica e così, gradualmente, diventa chiaro quanto l’intero film sia soprattutto una sorta di contenitore, ricolmo a dismisura, di quanto da un punto di vista visivo e narrativo solitamente funziona o ha già funzionato altrove. A partire dagli elementi del racconto di stampo fiabesco che, come è risaputo, fanno sempre il loro dovere, basta rimescolarli per bene. Ecco allora l’eroe riluttante (anche se per poco) accettare infine di assumere il suo ruolo, ecco il fratello malvagio (Re Orm/Patrick Wilson), il consigliere-addestratore saggio (Vulko/Willem Dafoe), un nuovo nemico giurato assetato di vendetta (Manta/Yahya Abdul-Mateen II), l’eroina (Mera/Amber Heard) come solida spalla comica e/o avventurosa. Per venire incontro ai palati più fini, sopraggiungono poi citazioni da Jules Verne e H.P. Lovecraft, Pinocchio e Re Artù: il protagonista d’altronde si chiama Arthur e non a caso deve dimostrarsi degno di estrarre dallo scoglio il suo, predestinato, tridente.

Con Zach Snyder oramai relegato al ruolo di produttore, in questo capitolo del DCEU vengono meno i rallenty epici, ma di certo non l’inscalfibile solidità dell’eroe di turno, con la retorica d’ordinanza pronta a scivolare nel ridicolo. Il muscolare Jason Momoa fa qual che può, il suo personaggio è stato poi opportunamente addolcito da qualche battuta che occhieggia a un pubblico dal target infantile (quella sull’urina, per capirci, già visibile in uno dei trailer del film) ed è affiancato da una compagna d’avventure graziosa, atletica e sufficientemente saccente interpretata da Amber Heard. Il battibecco tra i due dovrebbe omaggiare le sempiterne screwball comedy della Hollywood classica o la loro sapida rilettura nell’indimenticabile All’inseguimento della pietra verde di Zemeckis, ma entrambi i modelli sono piuttosto lontani da Aquaman. Anzi, sembra quasi che l’intero cinecomic sia fatto apposta per far rimpiangere quel cinema del passato, divertente e avventuroso, che non si fa più, quasi fosse una chimera ormai irraggiungibile. E in fin dei conti Aquaman, con quegli scenari subacquei che racchiudono l’immaginario fantastico di Avatar, Ventimila leghe sotto i mari e Pomi d’ottone e manici di scopa non fa altro che confermare, scena dopo scena, minuto dopo minuto della sua fluviale durata (circa due ore e mezza) di essere una sorta di grande magazzino dell’usato, intento costantemente a rispolverare e riciclare, omaggiare e aggiornare, armato di un gusto vintage dai risvolti kitsch e poche idee innovative.

Alla sua prima esperienza con il cinecomic, l’esperto di saghe, sia in qualità di regista che di produttore, (Saw, The Conjuring, Insidious e il notevole Fast & Furious 7) James Wan tenta di imprimere la sua personalità al film fin dal principio. Il suo obiettivo dichiarato pare essere quello di evitare a ogni costo di fare di Aquaman un film introduttivo dedicato al suo personaggio principale, che tra l’altro è già apparso – e questo appare un vezzo forse ancora poco sfruttato del DCEU – in Batman v Superman: Dawn of Justice e nel crossover superomistico Justice League. Per cui ecco che l’antefatto, con il concepimento di Arthur/Aquaman da parte del guardiano del faro (Temuera Morrison) e della regina di Atlantide (Nicole Kidman) è sbrigato nei minuti che precedono i titoli di testa del film. Le prime scoperte dei propri poteri e il successivo addestramento del giovane Arthur da parte del saggio Vulko (Dafoe) fanno capolino in brevi flashback più avanti nella storia, ma la loro comparsa appare talmente casuale e straniante, da far sospettare che la struttura à rebours sia stata pensata solo in una fase avanzata di lavorazione del film.

Tornando alla regia di Wan, il primo corpo a corpo sul sottomarino che segna l’incontro con il cattivo Manta (Yahya Abdul-Mateen II) vanta un buon utilizzo della location e una direzione ben calibrata, condita da carrellate fumettose che simulano il passaggio da una vignetta all’altra, elemento linguistico che però non diventa mai una scelta rigorosa, restando un mero ammiccamento utile a compiacere i fan degli albi DC. Se alcuni momenti appaiono più convenzionali, come ad esempio il canonico inseguimento sui tetti (ambientato in una Sicilia da cartolina anni ’50), va detto che le sequenze acquatiche serbano un certo fascino, per quanto, come si è detto, di seconda mano. Suggestivo è lo stile imperiale della statuaria di Atlantide e assai interessante il lavoro sul sonoro subacqueo, così come l’ottima resa delle chiome fluttuanti. Il momento migliore dal punto di vista dello spettacolo è poi senz’altro quello della battaglia finale, peccato che arrivi davvero tardi, dopo una serie di avventure in fin dei conti accessorie, oltre che poco convincenti. Che qualcosa non abbia funzionato a dovere lo dimostra poi la tardiva presentazione, proprio nel corso dello scontro finale, del regno dei granchioni dalla testa antropomorfa, che appaiono in scena giusto pochi istanti prima dell’estinzione.

Se dunque dal canto suo James Wan pare aver deciso di non fare un film introduttivo su Aquaman, il compositore Rupert Gregson-Williams non è da meno e sembra proprio essersi autoimposto di non abusare di composizioni orchestrali tonitruanti e retoriche. Un proposito nobile, certo, la cui riuscita è però in fin dei conti assai dubbia, dal momento che i numerosi exploit di musica elettronica da un lato si fanno notare in maniera sin troppo evidente e dall’altro lo portano a sfiorare il plagio del Moroder di La storia infinita e del Vangelis di Blade Runner. Interessante però è il ritorno del leitmotiv musicale collegato alla comparsa dell’eroe, già sperimentato con successo da Gregson-Williams in Wonder Woman. Ma anche questa trovata non viene portata avanti coerentemente e svanisce soffocata da suoni, immagini, location e personaggi.

La musica si fa sentire parecchio dunque in Aquaman e anche i costumi, opera di Kym Barrett, ci tengono a farsi notare, sospesi come sono tra il fumettistico e il supercafone, con l’apice raggiunto dall’abito di squamose paillettes della Kidman nel prefinale del film. Prevedibile, data la loro inusuale evidenza, una nomination all’Oscar per entrambe le categorie. Ma se non si fossero fatti notare così tanto, sarebbe certo stato un bene per il film.
Nel complesso, in termini in entertainment, Aquaman fa il suo, ma lo fa in maniera mediocre, trascinandosi avanti troppo a lungo, tra digressioni avventurose/tediose, verbosità varie e ridondanza di concetti quali ambizione e potere, coraggio e responsabilità, il tutto per arrivare poi a dire che terra e mare sono una cosa sola.

Tutto appare poi diluito in una durata sfibrante, dannosa al film del suo complesso e utile solo a giustificare l’acquisto del biglietto per chi al cinema ci va esclusivamente per i così detti “grandi eventi”. Ma la grandezza non va confusa né con la grandeur né con il minutaggio. E con buona pace della sequenza di guerra subacquea finale, in Acquaman più che incantati ci si ritrova sfiancati, quasi prigionieri di un cinecomic che moltiplicando gli ingredienti genera una “grande abbuffata” ittica che rischia di far esplodere lo spettatore, rimpinzato per le feste, inebetito, preda di una fantasmagoria sovrabbondante e vana, utile solo a fargli rimpiangere un cinema del passato che aveva ben presente l’ormai smarrito senso della misura.

Info
La pagina dedicata ad Aquaman sul sito della Warner Bros.
Il trailer di Aquaman.
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