Il primo re

Il primo re

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Il primo re è la versione di Matteo Rovere della storia di Romolo e Remo, e dunque della fondazione di Roma. Parlato in proto-latino, ambizioso nella scelta delle immagini, indeciso tra aspirazione autoriale e riverberi di genere, il film è limitato soprattutto da una sceneggiatura tesa alla continua semplificazione, e da una voglia di epica sempre castrata. Il senso della nascita di una nuova città può essere davvero ridotto alla triade tutta italiana Dio-Patria-Famiglia?

Ab urbe condĭta

Due fratelli, soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda. [sinossi]

È stato il primo re Romolo o Remo? Parte da questa domanda, e arriva a questa domanda, il quarto lungometraggio diretto in un decennio da Matteo Rovere, che a trentasei anni sembra intenzionato a “prendere il potere”, e quindi Roma – intesa come epicentro di un sistema produttivo che cerca di convincersi giorno dopo giorno, anno dopo anno, di non avvertire al proprio interno alcuna crepa strutturale, e di non essere in crisi. Vuole prendersi la città/cinema, Rovere, come gli sbandati e reietti capitanati da Remo cercano di acquisire potere, magari scacciando una volta per tutte l’esercito organizzato da Alba Longa, la città dominante, l’egemone. Scriveva Cicerone, partendo da Platone: “Facillime autem ad res iniustas impellitur, ut quisque altissimo animo est”. In sostanza, più l’animo è altissimo, più è facile incorrere in azioni inique, ingiuste. L’ambizione è fonte di cattive azioni. Non è facile approssimarsi a un oggetto come Il primo re senza trovare appiglio in alcune ‘giustificazioni’ fin troppo ovvie: l’elefantiasi del progetto, la scelta di uscire dai canoni espressivi nazionali, la volontà di tornare a ragionare da vicino sulla storia stessa non solo dell’Italia – che da Roma, suo malgrado, discende – ma del suo cinema, dell’immaginario che ha prodotto e che non produce più. Sotto questo profilo non si può non riconoscere a Rovere uno smarcamento continuo, al di là dei risultati estetici ottenuti: il teen-movie slabbrato e malsano in Un gioco da ragazze, la commedia agrodolce con punte di intenso dramma ne Gli sfiorati, il film sportivo con Veloce come il vento, a oggi la sua regia più complessa e compiuta.

Il primo re guarda inevitabilmente alla gloriosa – e completamente dimenticata, quando non apertamente irrisa anche dalla critica attuale – epoca del peplum, che dagli albori del cinema (Gli ultimi giorni di Pompei di Arturo Ambrosio e Luigi Maggi, il fondativo Cabiria di Pastrone) si inerpicò fino alla fine degli anni Sessanta per poi scemare, e progressivamente scomparire dagli schermi. Era forse dall’interessante e sbrigativamente rimosso De reditu di Claudio Bondì, quindici anni fa, che il cinema italiano non tentava di ritrovare la via del peplum, dell’ambientazione latina classica. L’operazione di Rovere però prevede uno scarto ulteriore: non si torna infatti alla Roma repubblicana o imperiale, con il senato e le coorti, con gli intrighi di palazzo e le sofisticate interpretazioni legislative. Non vi è qui la decadenza del Caligola di Tinto Brass, né la follia paranoide di Nerone, né tantomeno l’anarchico coronato Eliogabalo narrato da Artaud. Rovere affronta direttamente la mitologia, il concetto di nascita di una nazione. Parte dalle origini. È qui che si rintraccia il primo elemento di discordanza strutturale del film. La scelta del proto-latino, unica lingua parlata, e di affidarsi a docenti di archeologia per rispettare la verità storica, cozza profondamente con la necessità allo stesso tempo di ragionare su un elemento – la fratellanza di Romolo e Remo – di per sé legato alla simbologia, al culto, alla perpetuazione di un rito. Questo ovviamente comporta la volontà di non affidarsi in nessun caso al soprannaturale, e di abbandonare perfino la componente del segno: via dalla narrazione dunque la nascita divina, via dalla narrazione lo svezzamento dai capezzoli della lupa, via dalla narrazione infine anche il duello a colpi di avvistamento di avvoltoi e perfino il superamento del pomerio.

L’approccio si fa dunque naturalistico, quasi etnografico. Lo dimostra la sorprendente sequenza iniziale, con i due fratelli travolti dalla piena del fiume e trascinati con violenza sott’acqua, tra scontri con gli scogli ed escoriazioni di vario genere. Riemersi sulle sponde del fiume vengono catturati insieme ad altri uomini dai guerrieri di Alba Longa, e costretti a combattere l’uno contro l’altro. Con uno stratagemma però i due riescono a sgominare gli avversari e a liberare gli altri prigionieri, portando con loro nella fuga – ma Romolo è gravemente ferito a un fianco, e privo di sensi – la vestale che protegge il fuoco sacro, il dio. A questo incipit fa seguito l’irruzione, in modo più forte e deciso, del genere, e Il primo re sembra guardare con insistenza dalle parti di Walter Hill, in particolare I guerrieri della notte e I guerrieri della palude silenziosa. La fuga è infatti una vera e propria anabasi, con il tentativo di raggiungere le sponde del Tevere per attraversarlo, e allo stesso tempo gli uomini (e la donna) si muovono in un terreno boschivo e paludoso, sulla carta attorniati da nemici. Se sotto il profilo atmosferico Rovere dimostra le proprie qualità registiche, a venire meno è però il senso dell’epica, del ritmo, la capacità di elevare una narrazione al di sopra della realtà per permetterle di divenire universale, e di contenere al proprio interno segni e simboli da decriptare. Il naturalismo diventa dunque esclusivamente descrittivo, con un intento quasi didattico che paradossalmente lo impoverisce, lo depaupera del suo effettivo potere discorsivo: anche l’occhieggiare al Mel Gibson di Apocalypto si riduce a un mero vagheggiamento autoriale, privo com’è Il primo re di una reale e stringente emotività.

Per quanto ben diretti, i combattimenti non bruciano di furore, e tengono a distanza lo spettatore, quasi che nel fango primigenio in cui si rotolano i corpi debba restare solo l’immagine, senza coinvolgimenti ulteriori. L’uso degli elementi diventa il primo approdo del linguaggio, e così è tramite l’acqua e il fuoco che gli uomini baccagliano e si rappacificano. A questa semplificazione estrema, quasi abbecedaria, del rapporto di forza tra esseri umani nel 750 a.C. o giù di lì fa da contraltare il desiderio di costruire un’evoluzione psicologica di Remo che è da un lato esageratamente rapida – dopotutto il film si svolge nell’arco di pochissimi giorni – e dall’altro tira in ballo concetti elevati come la negazione dell’esistenza di un dio e la necessità della creazione di un regno “ateo” per smarcarsi dalla sudditanza in cui gli uomini hanno sempre vissuto. Questo Remo anarcoide passa poi da centro nevralgico della narrazione a villain nel giro di brevissime sequenze del tutto prive di qualsivoglia approfondimento: perché mai Romolo dovrebbe uccidere il “guardiano” del villaggio che ha oramai conquistato e dove è trattato come un re? Solo perché gli dei attraverso la dottrina aruspicina gli hanno detto che un fratello ucciderà l’altro? E la sua verve eretica perché lo porta lontano dal villaggio, a vagare con i suoi fedeli – forse – sodali?
Giunto al punto culminante del discorso Rovere, accompagnato nella fase di scrittura da Francesca Manieri e Filippo Gravino, si limita a contrapporre il re buono al re cattivo, o per meglio dire impazzito per la cupidigia del potere. Una scelta di comodo, anche perché Romolo si dimostra la parte savia della famiglia solo ed esclusivamente per la sua volontà di continuare a preservare la cultura dominante, accettandone i dogmi religiosi, le abitudini sociali, le forme di potere. Da un’egemonia, sembra dire Il primo re, ci si può liberare solo dando vita a un’altra egemonia, ancora più ferale e spietata. Allora, e solo allora, potrà germinare il seme che porterà un piccolo villaggio di storte capanne a conquistare buona parte del mondo conosciuto. Il Remo interpretato da Alessandro Borghi è un eretico, ma Rovere vede in questo un segno di debolezza. Romolo ha diritto, perfino divino, di governare. E per questo il popolo è con lui. Perché lui porta avanti la triade sacra, e su cui si fonderanno tante storture nel corso del Tempo: il Dio, la Patria, e la Famiglia. Letto in quest’ottica Il primo re acquisisce una forma preoccupante, così come quella mappa che racconta l’evoluzione dell’impero e che sembra quasi guardare con nostalgia all’epoca in cui Roma, da sola, governava sull’Europa sottomettendo galli e germanici, ispanici e britanni. Riecheggiando, si spera involontariamente, visioni politiche contemporanee raggelanti.

Info
Il trailer de Il primo re.
Il primo re, la pagina sul sito di 01 Distribution.
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2 Commenti

  1. Renato Santoro 01/02/2019
    Rispondi

    Come si fa presto in Italia a diventare “evento”. Il film manca della scintilla artistica. Esercitazione di stile non vuol dire invenzione. Paesaggi e controluci da spot, intellettualismi e lentezze che non giustificano un’ora e mezzo in sala. Paradossalmente c’era più creatività e onestà nel “Romolo e Remo” con il leggendario Steve Reeves. Borghi è il classico palestrato italiano che nonostante il fango incrostato è pronto per le riviste patinate

  2. enzo saponara 02/02/2019
    Rispondi

    Rovere sta facendo da nuovo apripista al futuro del cinema italiano. Dopo Italian Race, arriva questo bellissimo, audace e ambizioso film che non ha niente di americano (non è ruffiano, banale) ed esplora un sentiero forse mai battuto da mezzo secolo a questa parte nei dintorni di Cinecittà: ritornano gli stuntman, le evoluzioni della cinepresa, la tecnica raffinata, il racconto asciutto e realistico. Il film segna il passaggio da un’umanità brutale e violenta ad una nuova, incarnata dal futuro re di Roma. Per questo motivo credo abbia poco senso ha la dietrologia politica con echi di attualità descritti nella recensione. Piuttosto la collocazione è in una sfera antropologica di materialismo contrapposto ad un nuovo umanesimo. Remo si trova a fronteggiare i guerrieri di Alba Longa e, forse, la presenza di uno specifico antagonista avrebbe dato ulteriore forza allo script.

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