La guerra dei mondi

La guerra dei mondi

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Steven Spielberg rilegge con La guerra dei mondi il classico della fantascienza di H.G. Wells, raccontando l’apocalisse dell’umanità, il crollo inevitabile del mondo moderno, il rapporto con l’alieno come qualcosa di tragico. Insieme a Minority Report il più dichiaratamente politico dei suoi blockbuster.

Le gocce di rugiada

Ray Ferrier è un operaio portuale residente in un piccolo borgo del New Jersey; divorziato dalla moglie Mary Ann, riceve i figli Rachel e Robbie in custodia per il fine settimana, che la donna trascorrerà a Boston con il nuovo fidanzato Tim e i suoi genitori. Lo stesso giorno si forma in cielo una nube a muro che scaglia a terra dei potenti fulmini, disattivando tutti gli apparecchi elettronici ed elettromeccanici della zona, inclusi orologi e autovetture. Ray si reca nel centro città per capire cosa stia succedendo e improvvisamente il terreno inizia a tremare. Si formano grandi crepe e dal sottosuolo fuoriesce una gigantesca macchina aliena tripode che con un raggio laser incenerisce chiunque e qualunque cosa incontri sul proprio cammino. L’uomo riesce a scampare al disastro e, tornato a casa incolume e sconvolto, decide di fuggire con i figli. [sinossi]

C’è la guerra dei mondi e la guerra del tempo. La seconda Steven Spielberg la combatte da decenni, se è vero che dai tempi del dittico composto da Jurassic Park e Il mondo perduto (rispettivamente 1993 e 1997) le sue narrazioni si lanciano nel passato – dialogando con la Storia – o guardano al futuro – dialogando con la fanta-storia. Anche West Side Story, che dovrebbe irrompere sulle scene il prossimo dicembre, ritorna indietro alla New York degli anni Cinquanta, alle baruffe fra bianchi e portoricani. Spielberg, come altri grandi autori del cinema statunitense (due nomi su tutti, John Ford e Stanley Kubrick), non ama trovare nel contemporaneo la risposta alla sua interrogazione infinita sull’immagine e il suo senso. La sua speculazione con il passare degli anni si è fatta sempre più attenta allo studio del singolo messo di fronte ai turbamenti politici: si pensi senza dubbio a Munich, War Horse (il singolo in questo caso è addirittura un cavallo, svicolando dunque dall’antropocentrismo), Lincoln, Il ponte delle spie, The Post, ma anche a ben vedere a The Terminal, o addirittura a Prova a prendermi. A cosa si deve tutto ciò? Quando Rachel, la figlioletta dell’operaio Ray Ferrier interpretata dall’enfant prodige Dakota Fanning (che piacere è stata ritrovarla nello Spahn Ranch in C’era una volta… A Hollywood), assiste al primo attacco dei tripodi che sono sbucati dal sottosuolo, chiede al padre se per caso non si tratti di terroristi. L’America colpita al cuore nel settembre del 2001 con il collasso delle Torri Gemelle, è spaventata, confusa, terrorizzata. La paura dell’alieno viene ben prima di abitanti di altri pianeti e galassie. La guerra dei mondi è già guerra nel Mondo, e il popolo è sempre – negli Stati Uniti e al di fuori di essi – la prima e forse unica vittima. Anche per questo quando Robbie, il figlio maggiore di Ray, sceglie di unirsi ai militari nonostante le rimostranze paterne, non può che uscire dalla narrazione, che si concentra solo sull’uomo e la figlia. Non c’è istituzione che tenga, in questo racconto di sopravvivenza prima che di lotta. Ray non ha alcuna intenzione di combattere, ma di vivere.

Come aveva già fatto con A.I. – Intelligenza artificiale e Minority Report, Spielberg si affaccia alla fantascienza con l’intenzione di utilizzarne gli stilemi per ampliare la sua speculazione incessante sull’umano, sulla capacità di trovare negli affetti una stabilità impensabile altrimenti nella bailamme del mondo. La guerra dei mondi però non può che essere apparentato ai suoi due predecessori che in maniera laterale. Innanzitutto, come si è già scritto, è uno dei pochissimi testi filmici di Spielberg a essere poderosamente intessuti nel presente, nonostante la deriva fantascientifica; e in secondo luogo nel metterne in scena la storia Spielberg non ha potuto attingere solo alla novella di riferimento, ma anche ad altre arti. La guerra dei mondi era già stato film per la regia di Byron Haskin nel 1953, certo, ma il vero riferimento è da ricercare soprattutto nel celeberrimo adattamento radiofonico che nel 1938 rese famosissimo Orson Welles. Il 30 ottobre così iniziò l’avventura radiofonica: «Signore e signori, vogliate scusarci per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News. Alle 7:40, ora centrale, il professor Farrell dell’Osservatorio di Mount Jennings, Chicago, Illinois, ha rilevato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute ad intervalli regolari sul pianeta Marte. Le indagini spettroscopiche hanno stabilito che il gas in questione è idrogeno e si sta muovendo verso la Terra ad enorme velocità». Welles prendeva il testo del quasi omonimo H.G. Wells e ne constatava l’assoluta pericolosità documentaria. Spielberg non può permettersi lo stesso artificio, ma anche per lui quel racconto è sempre rivolto al presente, aderendo dunque alla categoria del possibile. Perché? Perché “esistono” gli alieni? Improbabile. La verità è che La guerra dei mondi non è il racconto di un’invasione aliena, se non in modo del tutto epidermico, superficiale. Spielberg narra la necessità di sopravvivere, dell’uomo, non quella di sopravanzare il nemico di turno. Non sarà l’uomo a vincere la guerra, ma solo ed esclusivamente la biologia terrestre, che ha una forza (non militare) così ancestrale da poter resistere all’avanzata dei tripodi, ai loro bracci stritolanti, alla forza bruta.

Se il comportamento di Ray può apparire a prima vista pavido, ed è di questo che lo accusa il figlio, è perché ci si è abituati al “coraggio” della forza belluina; come farà in War Horse Spielberg guarda però con insistenza anche a La legge del Signore di William Wyler, e il suo Ray Ferrier ha più d’un tratto di somiglianza con il Jess Birdwell interpretato da Gary Cooper. Non ne possiede la tempra etica, ma ne condivide la necessità d’azione. Difensiva, non offensiva. Non è casuale, forse, che così come Welles utilizzò il romanzo all’epoca della tragica avanzata nazista, Spielberg vi tornò quando l’America era sul piede di guerra – con invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. E non è casuale che si prenda come base lo scritto di un intellettuale prossimo al socialismo, e fermo assertore del pacifismo. Il male dell’America non è davvero nel mondo che lo circonda, suggerisce Spielberg: al contrario, dorme da secoli nel suo sottosuolo. La società vi è stata costruita sopra, semplicemente. Un nemico di cui non si capiscono le ragioni, una guerra che non ha senso. Nel 1977 Incontri ravvicinati del terzo tipo raccontava la fondamentale necessità dell’uomo di ritrovare se stesso nel cosmo; trent’anni dopo il fallimento del mondo occidentale lo costringe a rinchiudersi nella propria famiglia, salvando i figli. Il cinema può, con lo strapotere dello spettacolo, raccontare la complessità dell’umano. Può raccontare, è Spielberg a dirlo, la catastrofe e il trionfo nella sua forma più compiuta e annichilente (l’affondamento del traghetto, la prima emersione dei tripodi dal sottosuolo, la lunga sequenza nello scantinato del folle Harlan Ogilvy interpretato da Tim Robbins), ma solo se in profondità sa ancora interrogarsi sull’umano. Altrimenti resta un guscio vuoto. Un tripode. E basta il più microscopico dei batteri per farlo fuori.

Info
Il trailer de La guerra dei mondi.

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  1. Trackback: La guerra dei mondi (2005) di Steven Spielberg – Recensione …

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