Indiana Jones e il tempio maledetto

Indiana Jones e il tempio maledetto

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Schiacciato tra le superpotenze I predatori dell’arca perduta e L’ultima crociata, Indiana Jones e il tempio maledetto è stato spesso oggetto di dileggio, tra i titoli meno “difesi” dell’intera filmografia di Steven Spielberg. Pesano sul giudizio un gusto ludico che si spinge fino al limitar del luna park e una narrazione in qualche modo slegata dal resto della saga.

I misteri del palazzo di Pankot

Indiana Jones scampa in maniera rocambolesca alle grinfie del gangster cinese Lao Che, ma si ritrova insieme alla cantante di night club Willie Scott e al piccolo Shorty, suo aiutante, su un aereo senza piloti. Salvatisi ancora una volta per il rotto della cuffia i tre si ritrovano in India, dove gli abitanti di un poverissimo villaggio chiedono loro aiuto: i loro bambini sono scomparsi nel nulla, perché il Male è tornato a vivere nel Palazzo di Pankot, luogo di meraviglie e orrori… [sinossi]

In ogni saga che si rispetti si ha a che fare con il capitolo “minore”, con il titolo che appare meno preciso nella messa a fuoco, e al quale si legano pochi entusiasmi, e ancor minore idolatria. Per quanto concerne la tetralogia dedicata all’archeologo statunitense con il vizio dell’avventura esotica Indiana Jones e il tempio maledetto è senza dubbio il lavoro su cui ci si è soffermati con minore attenzione, spesso ritraendosi con grande rapidità e senza nascondere un sottile velo di disgusto. Perfino il tanto vituperato Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ha potuto godere di un trattamento meno sussiegoso, probabilmente per via dell’apparato nostalgico tornato a galla nel ritrovarsi a quasi venti anni di distanza a tu per tu con Indy e i suoi compagni d’avventura. Un salvagente che non ha soccorso le notti demoniache nel castello di Pankot, che ha trovato sul suo percorso solo voci critiche. Dopotutto è lo stesso Steven Spielberg a parlarne di malavoglia, sottolineando nelle poche occasioni in cui ciò è capitato che l’unica cosa che lo lega tuttora al film è il fatto che sul set ebbe modo di conoscere Kate Capshaw, allora pressoché esordiente nel ruolo della cantante di night club Willie Scott e dal 1991 sua sposa. Galeotto fu il film… A pesare sulla memoria storica del secondo capitolo è anche il fatto che Lawrence Kasdan, sceneggiatore del capostipite, rifiutò categoricamente di scriverlo, considerandolo troppo sciocco, e abbia poi rincarato la dose a posteriori definendolo “oggettivamente brutto”; la critica, che si aspettava un nuovo I predatori dell’arca perduta, non apprezzò la scelta fortemente dark e oscura della vicenda, che convinse relativamente anche gli spettatori, se è vero che Il tempio maledetto fu il meno fortunato al botteghino, attestandosi sotto i duecento milioni di dollari di incasso. Insomma, una vera e propria débâcle, che si inserisce in un momento particolare all’interno della filmografia di Spielberg e Lucas. Il primo torna a dirigere un lungometraggio in solitaria dopo il successo planetario senza precedenti di E.T. l’extraterrestre, e quando è già in procinto di spingersi verso una drammaticità della narrazione che rifugga il fantastico (nel 1985 arriva Il colore viola, nel 1987 L’impero del sole); il secondo ha finalmente terminato la trilogia di Star Wars e a sua volta si interessa a produzioni lontane dai perimetri del fantastico, visto che nel 1985 escono sia Mishima – Una vita in quattro capitoli di Paul Schrader che Ran di Akira Kurosawa, cui era già corso in soccorso insieme a Francis Ford Coppola ai tempi di Kagemusha.

La vera colpa di Indiana Jones e il tempio maledetto è quella di esplicitare senza mezzi termini la sua caratteristica principale: il gioco. Privato della principale patina di “serietà”, vale a dire la presenza come antagonisti dei nazisti, i villain per eccellenza della Storia moderna che vengono sostituiti da assai meno universali adoratori della Kali che si dilettano nei sacrifici umani, Indiana Jones è “ridotto” a mero avventuriero, e da un lato Tartarin di Tarascona e dall’altro Rocambole non possono che fare immediatamente capolino. Consci di questo gli sceneggiatori Willard Huyck e Gloria Katz (coppia anche nella vita), assoldati per la bisogna, spingono il pedale dell’acceleratore in direzione della farsa, senza mai prendersi eccessivamente sul serio, neanche nelle sequenze più truculente – si veda, in tal senso, la morte di un thug per colpa del ventilatore. È probabilmente questo aspetto a lasciare interdetti gli spettatori: l’elemento ludico, una volta disvelato, proietta la silhouette di Indiana su un immaginario dichiaratamente infantile, al punto che è lecito se non addirittura inevitabile che l’aiutante dell’archeologo sia un bambino, quel Jonathan Ke Quan che appena un anno più tardi diventerà noto a livello mondiale per l’interpretazione di Data ne I Goonies. Eppure, al di là di alcune debolezze strutturali – la seconda metà, dopo l’ingresso dei tre (Indy, Shorty e Willie) nelle segrete del castello di Pankot, appare effettivamente frettolosa, quasi che si cercasse di arrivare alla conclusione nel modo più rapido e indolore possibile –, l’impressione è che si sia voluti passare oltre al film senza rendersi conto di ciò che prendeva corpo sullo schermo. Raffinati cinefili, come gli stessi produttore e regista d’altro canto, Huyck e Katz costruiscono un’avventura d’antan che riecheggia le epopee del cinema classico senza mai dimenticare una modernità che è elemento distruttore, e non salvifico. Così l’India pre-Gandhi (il film è ambientato nel 1935, anno successivo all’uscita dalla scena politica del Padre della Patria, deciso a dedicarsi a una forma solo spirituale) sembra uscita da Alle frontiere dell’India di John Ford, non a caso con protagonista la bambina per eccellenza del cinema, Shirley Temple.

Ma è tutto il film a muoversi su un piano cinefilo, distante dall’avventura pura e semplice: c’è l’horror, ovviamente, nella sua variante più esplicita e disgustosa (il pranzo reale a base di scarafaggi, serpenti, cervelli di scimmia in semifreddo e zuppa d’occhi è diventato a suo modo leggendario, come il tunnel sotterraneo abitato da insetti d’ogni tipo, forma e dimensione) e quindi infantile; i siparietti amorosi tra Indiana e Willie seguono l’impronta della screwball comedy, e l’incipit – su cui si tornerà in conclusione – gioca con l’immaginario noir, e con le coreografie danzanti degli anni Trenta. La dimensione, ed è questo lo scoglio da superare, è in tutto e per tutto quella di un luna park bene attrezzato. Le attrazioni ci sono tutte, dalle montagne russe (la corsa sui carrelli della miniera) alla casa degli orrori, dai percorsi ad ostacoli al ponte sospeso: è un cinema colto che si confronta, a volte vincendo e a volte perdendo, con lo scenario socio-politico – e quindi produttivo – di plastica dell’era reaganiana. E a questo orrore è ben più difficile sfuggire che alle bamboline voodoo di un maharaja ragazzino sotto sortilegio. È un peccato d’altro canto che si sia persa una dimensione così puramente ludica del cinema, così conscia del proprio limite e allo stesso tempo in grado di sfruttarne i confini per esercitare una libertà totale di linguaggio. Nell’autocitazione in cui di fronte alla sciabola Indiana Jones sfodera la sua pistola – sequenza celebrata del primo episodio – Huyck e Katz già riflettono sulla necessità di demitizzare un mito appena nato, per ridimensionarne l’epica. Saranno quasi gli unici a permetterselo, fino in fondo. Loro, che avevano già scritto per Lucas il capolavoro American Graffiti, porteranno a termine due script che saranno diretti da Huyck, e che ben testimoniano l’impronta autoriale nel rapporto con i codici del linguaggio: La miglior difesa è… La fuga e Howard e il destino del mondo. Se poi ci si ostina a voler voltare le spalle a Indiana Jones e il tempio maledetto si abbia almeno l’accortezza di gustare i primi dieci minuti, ambientati nel night club di Shanghai in cui Indiana incontra per la prima volta Willie: un film nel film clamoroso, metà slapstick metà noir, con spruzzate di coreografie e una gestione della messa in scena che lascia a bocca aperta. Nell’anno in cui finalmente Spielberg si confronta con il musical, riprendendo West Side Story, un frammento indimenticabile della sua grandezza registica.

Info
Il trailer di Indiana Jones e il tempio maledetto.

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