Spaccapietre

Con una descrizione puntuale, livida eppure credibile, di un macrocosmo come quello del caporalato, Spaccapietre ricerca l’equilibrio tra la dimensione politica e quella più intima del racconto: un equilibrio perseguito ma non sempre raggiunto, che tuttavia non impedisce l’emergere i momenti di buon cinema.

Uomini e caporali

Giuseppe, Angela e Antò sono una famiglia che si mantiene esclusivamente grazie al lavoro della donna nei campi, anche a causa della menomazione di Giuseppe a un occhio. Quando Angela muore all’improvviso per un malore sul lavoro, Giuseppe e Antò sono costretti a lasciare la casa in cui vivono per cercare un impiego tra i braccianti stagionali. [sinossi]

Raccontare una realtà come quella del caporalato, nel cinema italiano del 2020, senza scadere nella retorica, non è certo compito facile: va quindi dato atto, preventivamente, ai fratelli gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio, di aver diretto con Spaccapietre un film di un certo coraggio: un’opera che, muovendo da un dramma familiare, non arretra di fronte alla descrizione esplicita di un macrocosmo livido, attraversato da un padre e un figlio come una sorta di girone dantesco. Padre e figlio sono Giuseppe e Antò, rispettivamente coi volti di Salvatore Esposito (noto per la serie tv Gomorra) e del giovanissimo Samuele Carrino: i due sono costretti a cercare lavoro nei campi, tra i braccianti stagionali, quando la moglie di Giuseppe muore a causa di un malore sul lavoro. Il padre ha un occhio di vetro a causa di un vecchio incidente, ma non si risparmia nel tentativo di assicurare al figlio – che ha la passione per i fossili e sogna di fare l’archeologo – una sussistenza che risulta sempre più ardua da mantenere. Sullo sfondo, un universo spietato che risponde a regole proprie, avulse da quelle della legislazione di un paese occidentale del ventunesimo secolo.

Spaccapietre ricerca un suo equilibrio tra lo sguardo politico, quello che ci offre significativi scorci della vita dei caporali alternata a quella dei braccianti, e quello più intimo, su un rapporto padre-figlio descritto in modo semplice e diretto. Un equilibrio che il film dei fratelli De Serio non sempre riesce a mantenere, sacrificando un po’ nella descrizione contestuale il privato dei due protagonisti, che non emergono quali personaggi a tutto tondo così come sarebbe stato lecito attendersi. In particolare la figura del piccolo Antò, che non esita a credere alla promessa fattagli da Giuseppe per cui avrebbe riavuto sua madre, risulta poco sviluppata, non riuscendo quasi mai a emergere come carattere a sé, indipendente dal contesto nel quale viene inserito. Il film dei De Serio ha così il limite di porsi (anche) come dramma su un nucleo familiare menomato – in cui tuttavia gli affetti sopravvivono – ma di non riuscire poi a sviluppare compiutamente questa componente. Quello di Giuseppe e Antò è un viaggio negli inferi che sembra rinsaldare il loro legame, in modi che tuttavia la sceneggiatura non fa che lasciarci intuire.

Con un’ambientazione geograficamente e temporalmente definita – la Puglia del giorno d’oggi – ma volutamente sfumata nei contorni, Spaccapietre riesce comunque a dire la sua sul tema che è alla sua base, senza cadere nella trappola del film a tesi. La sceneggiatura organizza il dramma dei due protagonisti – insieme a quello della variegata umanità che gira loro intorno – come un crescendo, in cui l’irruzione della violenza nel quotidiano si fa sempre più pesante, fino a un’accelerazione finale che colpisce dritto allo stomaco. Grazie anche a una fotografia che ben rende il paesaggio su cui la storia si muove – un paesaggio di degrado e sopravvivenza nelle circostanze più estreme – il film si fa ritratto puntuale, quasi claustrofobico nella sua mancanza di sbocchi esterni, di una realtà su cui i riflettori mediatici vengono accesi solo a intermittenza. In mezzo, il miraggio di una “normalità” che trova ostinatamente – quasi disperatamente – i suoi modi per incunearsi nella storia (l’invito a cena da parte di Antò dell’amica di sua madre) e l’odissea di due personaggi in un contesto sociale che si fa sempre meno umano e sempre più bestiale. Nonostante i limiti fisiologici e gli squilibri (inevitabili?) del racconto, un risultato complessivamente apprezzabile.

Info
Spaccapietre sul sito delle Giornate degli Autori.

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