Venezia 2021 – Bilancio

Venezia 2021 – Bilancio

Venezia 2021, ritorno in sala e alla dimensione collettiva per migliaia di persone (non tutte presenti a Cannes o a Locarno, i due eventi più importanti tra quelli che hanno preceduto il lavoro al Lido), è stato un momento di passaggio forse cruciale, e per questo è necessario che si mettano sul piatto della bilancia tutti gli elementi, siano essi degni d’elogio o portatori di criticità. La testimonianza della necessità del grande schermo per vivere e giudicare il cinema, punto di ennesima ripartenza nel percorso di lettura, e di comprensione dell’oggi attraverso il potere dell’immagine in movimento.

Venezia 2021, settantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, si è chiusa sull’immagine di una raggiante Audrey Diwan che chiama accanto a sé la protagonista de L’événement (in Italia uscirà con il titolo 12 settimane, distribuito da Europictures), la ventiduenne Anamaria Vartolomei per cui in molti preconizzavano un riconoscimento con il Premio Mastroianni o con la Coppi Volpi. È andata decisamente meglio al film, che si aggiudica un coraggioso ma non per questo inatteso Leone d’Oro. Pur non volendo soffiare sul vento della polemica spicciola, occorre forse fare una digressione iniziale prendendo spunto dalle ultime parole della frase precedente: inatteso e Leone d’Oro. Si parta proprio dal Leone d’Oro. Il massimo riconoscimento va infatti a una quarantunenne cineasta francese all’opera seconda, a solo un paio di mesi dal trionfo a Cannes di una regista trentottenne, anche lei a sua volta francese e alla seconda sortita dietro la macchina da presa. Per quanto le similitudini tra Titane e L’événement si fermino qui, a meno di non voler scomodare una riflessione sul corpo – ma si tratterebbe di un accostamento scivoloso, viste le enormi differenze nella messa in scena dello stesso – buona parte della critica e degli addetti ai lavori si è immediatamente lanciata nella sovrapposizione tra l’assegnazione dei premi sulla Croisette e al Lido. Il motivo scatenante di questo clamore sovente carico di più o meno velata indignazione è a conti fatti uno solo: sono due film diretti da donne. La colpa, se così si può dire, de L’événement non è quella di essere un film “inferiore” ad altri, dato che è stato mediamente accolto con un certo favore dalla stampa, ma solo ed esclusivamente di aver vinto, volendo assecondare la vulgata comune, in quanto la regista è una donna. Una lettura dei premi che è stata estesa persino a Jane Campion, vincitrice del riconoscimento per la migliore regia: si potrà anche obiettare sul valore complessivo di The Power of the Dog, ma chiunque si occupi di cinema in modo serio non può avere da ridire su una messa in scena impeccabile, profonda, sontuosa, e perfettamente in grado di affrontare da un’angolazione personale la storia che deve raccontare. È forse giunta l’ora che il mondo della stampa e della critica si stacchi dall’idea ossessiva del “film figlio del metoo” (altro luogo comune che si sta vieppiù sclerotizzando: anche l’ottimo The Last Duel di Ridley Scott, presentato fuori concorso, è stato ridotto a questa neonata e beota categoria) e inizi a ragionare sul fatto che è del tutto lecito che una donna vinca un premio in un contesto festivaliero. A Berlino, dove ha vinto meritatamente Radu Jude con Bad Luck Banging or Loony Porn, nessuno ha alzato il ditino gridando “ti pareva che non facevano vincere un uomo!”. Questa ossessione per il “film figlio del metoo” è del tutto fuori luogo: se si vuole “accusare” la giuria di una scelta comoda, si potrebbe al massimo suggerire come il tema abbia prevalso sull’impianto cinematografico nel suo complesso. Anche qui però non si tratterebbe di nulla di nuovo, perché anche i vari Vera Drake e 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, per rimanere solo a titoli in grado di mettere d’accordo una giuria sul premio più rilevante, probabilmente vennero scelti anche per il tema che affrontavano. Per chiudere su questo punto, c’erano film migliori de L’événement in concorso a Venezia? Sì, se si pensa ai grandi esclusi Il collezionista di carte di Paul Schrader, Illusions perdues di Xavier Giannoli e Qui rido io di Mario Martone, tanto per fare tre titoli. È questa una rarità nella prassi dei festival? No, dato che mettere d’accordo sul “valore artistico” sette persone con idee sovente differenti sul significato della parola cinema non è esercizio semplice, e ancor meno scontato. Ma solitamente non si alza tutto questo polverone. Ognuno tragga le sue conclusioni.

L’altro termine da tenere a mente era Inatteso. Il giorno conclusivo della Mostra il direttore Alberto Barbera ha pubblicato un tweet in cui se la prendeva con “l’esercizio” del TotoLeone, definendolo “fastidioso e ingeneroso”, “battuto solo dalla scorrettezza di chi – ogni tanto – anticipa i nomi dei vincitori, battendo sul tempo la cerimonia di premiazione”. Nella conferenza stampa della domenica mattina, in cui tradizionalmente vengono tirate le fila del discorso per quel che concerne l’edizione appena terminata, Barbera ha poi – sollecitato dalla domanda di un giornalista – rincarato la dose, affermando: “Per anni e anni ho accettato senza fiatare il gioco del TotoLeoni che mi dà fastidio. È irrispettoso nei confronti della giuria, del nostro lavoro di programmatori del festival e degli autori. Pensate a cosa vuol dire per un autore che si vede sbattuto in pagina: questo è candidato al Leone d’oro. E poi non prende neanche un premio secondario. Non è carino, non è bello. Ho esercitato il diritto a manifestare il mio dissenso su un gioco che è troppo poco rispettoso. Vi ricordate quando il giorno prima si sapevano già tutti i vincitori e nessuno si faceva scrupolo di annunciarli prima della cerimonia finale? Cosa ancora più irrispettosa anche nei confronti del pubblico. È stato un tweet fatto in maniera retroattiva e preventiva. Mi fate le pulci su tutto e io non posso farle a voi? Basta, parliamo di cose serie”. Questo sfogo, probabilmente fisiologico dopo due settimane stressanti, è indicativo però di un rapporto incrinatosi tra il direttore e la platea degli accreditati. Additare un gioco come il TotoLeone che si pratica da decenni senza che nessuno abbia avuto da lamentarsi (vi partecipava il gotha della critica nazionale, contro cui difficilmente si sarebbero alzati rimbrotti) è un modo forse per rispondere alle numerose critiche sopravvenute per l’organizzazione di Venezia 2021. Tanto era stata elogiata infatti l’edizione passata, quanto quest’anno fin dai primissimi giorni si sono evidenziate crepe nella struttura organizzativa. Il sistema di prenotazione, affidato a Boxol, non ha funzionato a dovere, e i motivi sono molteplici. Innanzitutto gli spazi, che a causa del perdurare delle misure di sicurezza nei confronti della pandemia sono – come lo scorso anno – stati ridotti della metà: in sala Grande al massimo potevano dunque entrare 518 persone, in Darsena 704, al Palabiennale 880, in sala Perla e Perla 2 rispettivamente 225 e 135, sia in sala Casinò che in sala Volpi 75, alla Pasinetti 60 e nella sala Giardino (il cubo rosso davanti al Palazzo del Casinò) 223. Il totale complessivo segna 2895 posti, che diventano 3075 se si conteggiano anche le due sale del cinema Astra. Se si considera che il numero di accreditati, stando ai dati ufficiali, è salito del 30% rispetto al 2020, sfiorando le 10.000 unità, appare evidente come lo squilibrio tra posti disponibili in sala e richiesta sia troppo grande per non creare problemi, e susseguenti dissapori. Nella prima settimana, quand’erano concentrati alcuni dei titoli più attesi della kermesse – Spencer di Pablo Larraín, Dune di Denis Villeneuve, Madres paralelas di Pedro Almodóvar, per portare tre esempi – e quindi la presenza al Lido era più massiccia, in molti (troppi) sono rimasti fuori dalle sale, in particolar modo ovviamente i “portatori” degli accrediti meno riconosciuti, dai periodici (che faticavano ad accedere alle proiezioni dei film in concorso, dove avevano maggior spazio i daily) ai culturali, che con difficoltà riuscivano a prenotare perfino le proiezioni al Palabiennale, sede da sempre deputata soprattutto a loro. La Mostra ha cercato di porre rimedio, in qualche modo, ma i numeri sono impietosi nel loro rigore, e far entrare novemila persone in sale che al massimo possono contenerne un terzo è operazione degna di Houdini. Per il 2022, sempre che non si possa tornare a riempire le sale al 100% della capienza, sono necessariamente da prendere in considerazione altre opzioni: Cannes, si sa, da quest’anno si è dotato di un multisala in più, rifugio soprattutto dei cinéphile ma non solo. Questo a Venezia appare un miraggio, perché gli spazi per edificare e le concessioni sono probabilmente fuori da ogni ragionamento possibile. Eppure sarà doveroso organizzarsi per tempo, in modo da evitare una frattura così netta tra accreditati e Mostra. Allo stesso tempo il piano per le prenotazioni dovrebbe essere rivisto: prenotare con tre giorni di anticipo è un lasso di tempo magari eccessivo, e congiuntamente a questo sarebbe preferibile non dover contare 74 ore di distanza dalla singola proiezione ma avere l’opportunità – com’era sempre a Cannes: copiare gli altri quando le cose funzionano non è un male – di prenotare l’intera giornata in un singolo momento, magari mettendo come orario di inizio prenotazione la mezzanotte, o le 7.30 del mattino, in modo da garantire a tutti una gestione più semplice di un meccanismo che rischia, in alcuni casi, di far accumulare stress a stress.

Ciò detto, e chiudendo su dissapori, pregiudizi e disservizi tanto della macchina festivaliera quanto della pattuglia giornalistica e critica, cosa rimarrà di questa Venezia 2021? Senza dubbio un concorso vario e che ha segnato davvero poche punte basse, senza proporre il “capolavoro inattaccabile” ma in grado di soddisfare ogni tipo di palato, dagli amanti del rigore estetico ai profeti del genere, dagli appassionati del mélo ai cultori del cinema classico. Un concorso di buon livello, forse il migliore per qualità media dell’intera era barberiana, un’era che conferma un indirizzo euro-centrico (l’oriente trova spazio soprattutto in Orizzonti, che però appare sempre più come un concorso di seconda divisione, e questo è un altro argomento su cui forse sarebbe lecito interrogarsi) ma che ha saputo smarcarsi dall’onnipresente peso hollywoodiano. In tal senso il tanto vituperato palmarès segnala un paio di punti fondamentali: perché se è vero che Toni Servillo nei panni di Eduardo Scarpetta regala una performance eccezionale, e Vincent Lindon non è da meno in Un autre monde di Stéphane Brizé, in pochi sembrano aver compreso la portata rivoluzionaria della vittoria della Coppa Volpi da parte di John Arcilla, splendido protagonista del fluviale e bellissimo On the Job: The Missing 8 di Erik Matti. Era dal 1994, quando il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile andò a Xia Yu per Giorni di sole cocente di Jiang Wen (il presidente di giuria era David Lynch), che un attore proveniente dall’estremo oriente non veniva premiato a Venezia – tra le donne nel 2011 ricevette la Volpi Deannie Ip per A Simple Life di Ann Hui. Arcilla è inoltre il primo attore del sud-est asiatico premiato a Venezia. In un mondo festivaliero che accoglie l’Oriente solo quando vi rintraccia temi chiari al mondo occidentale o un’estetica forte – finendo per premiare solo i film, o al massimo i registi – non si può non festeggiare per una scelta così forte e controcorrente. L’unica, forse Leone d’Oro a parte, che mostri una reale identità dichiarata per una giuria che per il resto si è mossa in territori più ovvi, anche se magari “condivisibili”.

Venezia 2021 conferma poi l’ottimo stato di salute del cinema proveniente dall’ex patto di Varsavia, presente in tutte le sezioni anche se premiato con il solo Imaculat di Monica Stan e George Chiper-Lillemark, vincitore sia delle Giornate degli Autori che del Leone del Futuro destinato all’opera prima, che del premio FIPRESCI. Il film rumeno è anche l’occasione per allargare lo sguardo alle sezioni collaterali, che hanno dimostrato un’estrema vitalità e la ricerca pervicace e ostinata del nuovo, spaziando geograficamente e cinematograficamente e garantendo alla Mostra una pluralità di sguardi che altrimenti sarebbe con ogni probabilità venuta meno, o presente in ogni caso con minor forza. Sia la Settimana della Critica capitanata da Beatrice Fiorentino che le Giornate degli Autori dirette da Gaia Furrer, sezioni che hanno pagato amaramente i disservizi nella prenotazione dei posti in sala cui si faceva cenno in precedenza (per gli accrediti stampa era quasi impossibile trovare spazio nelle proiezioni ufficiali, e quelle stampa erano sempre in concomitanza con i film del concorso), sono una delle fonti di ricchezza della Mostra. Il lavoro in sinergia tra le varie entità, a maggior ragione viste le difficoltà logistiche, è uno degli auspici maggiori per il futuro prossimo. Così come si può auspicare un coraggio ancora maggiore in determinate scelte – lo splendido Inu-oh di Masaaki Yuasa, ad esempio, meritava il concorso ufficiale –, anche se la strada tracciata sembra quella giusta. Venezia 2021, ritorno in sala e alla dimensione collettiva per migliaia di persone (non tutte presenti a Cannes o a Locarno, i due eventi più importanti tra quelli che hanno preceduto il lavoro al Lido), è un momento di passaggio forse cruciale, e per questo è necessario che si mettano sul piatto della bilancia tutti gli elementi, siano essi degni d’elogio o portatori di criticità. Venezia 2021, che testimonia la necessità del grande schermo per vivere e giudicare il cinema (al di là degli uccelli del malaugurio che preconizzano, di fatto auspicandolo, il cinema da divano, il salottino personale in cui l’ego può definitivamente sovrastare la dialettica), è stato un evento fondamentale, ed è un punto di ennesima ripartenza nel percorso di lettura, e di comprensione dell’oggi attraverso il potere dell’immagine in movimento.

Info
Il sito di Venezia 2021.

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