White Building

White Building

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Il cambogiano Kavich Neang esordisce alla regia di un lungometraggio con White Building, che parte come racconto generazionale sulla gioventù di Phnom Penh e si trasforma in un resoconto della gentrificazione, minimo comun denominatore dell’economia mondiale di oggi. Alla Mostra di Venezia in Orizzonti.

La coreografia perduta

Il ventenne Samnang e due suoi amici vivono nel White Building, storico caseggiato di Phnom Penh. In una città che muta velocemente, i tre giovani si allenano sulle loro coreografie sognando di partecipare a qualche talent show, mentre i genitori rimangono legati a uno stile di vita più tradizionale. Quando il White Building viene destinato alla demolizione, Samnang osserva il padre che cerca invano di mettere d’accordo i vicini, divisi sugli indennizzi che il governo offre per spingerli ad andarsene, mentre lui deve affrontare la partenza dalla Cambogia del suo migliore amico. Samnang scopre allora che le solide fondamenta del mondo che ha sempre chiamato ‘casa’ sono in realtà molto instabili. [sinossi]

Il White Building, costruito all’inizio degli anni Sessanta lungo il Samdach Sothearos Boulevard, non distante dal punto in cui il fiume Bassac si congiunge al Mekong, fu uno degli elementi architettonici che spinsero a forza Phnom Penh nella modernità, e divenne ben presto la casa prediletta di artisti e funzionari ministeriali di medio livello, che leggevano nella sua struttura le potenzialità della “nuova” Cambogia. L’avvento al potere degli Khmer Rossi, cui fece seguito il disastroso genocidio interno, fece abbandonare l’edificio, che venne però rioccupato da gran parte di coloro che erano scappati una volta sconfitti gli uomini di Pol Pot nel 1979. Ma la travagliata storia del White Building, conosciuto dagli abitanti della capitale anche come “gli appartamenti municipali”, non termina qui e non è destinata a un lieto fine: divenuto quasi uno squat, con i suoi cinquecento appartamenti sovente occupati da sbandati, drogati, e prostitute, l’enorme palazzo lungo 450 metri cadde in uno stato di abbandono, fino a essere demolito nel 2017 per lasciare spazio a un grattacielo di ventuno piani contenente al proprio interno abitazioni di lusso e persino un casinò. È da qui che parte l’opera di esordio di Kavich Neang, presentata in concorso nella sezione Orizzonti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove ha conquistato il premio per la migliore interpretazione maschile, assegnato al giovane Piseth Chhun. Un racconto che affonda le radici nella biografia del regista, visto che tra gli sfrattati del White Building, dopo una lunga battaglia per la preservazione del palazzo – considerato fatiscente dalle autorità – in quanto esempio di un’architettura di pregio, c’erano anche i genitori di Neang. Nasce dunque da esigenze strettamente personali questo film che in modo quasi dicotomico sembra suggerire un ideale confronto tra i generi cinematografici che possa essere letto anche come dialettica tra le generazioni, e riappropriazione della storia cambogiana.

Bodeng sar, questo il titolo originale khmer, muove i suoi primi passi in effetti in direzione del teen-movie, seguendo le imprese del ventenne Samnang e dei suoi due migliori amici. I tre, che vivono proprio nel palazzo destinato alla demolizione, sono inseparabili: mangiano insieme, vanno in giro per la città sullo stesso motorino scalcinato – che li lascerà appiedati –, cercano di rimorchiare senza troppo successo delle ragazze (a loro volta in tre sul motorino, ma con una spigliatezza maggiore alla guida: questo goffo corteggiamento nel bel mezzo della carreggiata è forse la sequenza più iconica, ma anche riuscita, del film), e sognano di raggiungere la fama televisiva come ballerini. Studiano infatti in modo certosino una coreografia. Ma non è solo il palazzo a cadere in pezzi. Uno dei tre infatti decide di seguire la sua famiglia, che abbandona il caseggiato per raggiungere dei parenti in Francia, e cercare di rifarsi una vita. A questa vicenda, che Neang tratteggia con delicatezza e una non comune capacità di leggere le ansie e i sogni a occhi aperti di una generazione fallita prima ancora di nascere (perché vittima di un duplice fallimento, quello polpotiano prima e capitalista poi), se ne lega un’altra: il padre di Samnang, artista in pensione dopo aver lavorato per lo Stato, sta cercando disperatamente di convincere i condomini a non svendere i propri appartamenti e a non accettare le proposte del governo cittadino, ma deve fronteggiare la grave cancrena al piede dovuta al diabete che rischia di fargli perdere la gamba.

Neang pone al centro del discorso il concetto di fondamenta, e la facilità con cui queste possono sgretolarsi. Ci sono le fondamenta degli affetti, che crollano sotto il peso di un’amicizia che scompare da un giorno all’altro, trasmigrata all’estero. Ci sono le fondamenta dei palazzi, un tempo fulgido esempio dell’innovazione e ora crepati e a un passo dalla (auto)distruzione. Ci sono le fondamenta su cui si reggono i singoli individui, che possono però subire la necrosi. Ci sono infine le fondamenta di uno Stato che ha sposato il capitalismo più selvaggio – quello che d’altro canto che agogna lo stesso Samnang, visto che vorrebbe diventare una star della televisione – senza superare le tradizioni più vetuste. In questa dialettica di per sé estremamente interessante Neang finisce forse per perdersi, perché se da un lato è ovvio che solo un reale consulto medico potrebbe salvare la gamba del padre del protagonista, che si ostina invece a ricorrere a metodi tradizionali privi di fondamento scientifico – il miele, l’acqua calda e via discorrendo –, dall’altro il desiderio di far parte della nuova Cambogia del tutto liberista è tratteggiato con partecipazione. Ma quella che può apparire come una confusione è comunque parte di un discorso affascinante sulla Phnom Penh di oggi, sulla gentrificazione che è la base portante dell’ideologia capitalista urbana, e sulla disgregazione, tanto intima quanto collettiva (furono oltre cinquecento le famiglie sfrattate dal White Building, e spesso ricollocate in estrema periferia, o addirittura in campagna). Kavich Neang, come i suoi personaggi, è ancora alla ricerca delle proprie fondamenta cinematografiche, e questo può generare disequilibri nella narrazione visiva, scelte più o meno opportune. Ma ha un’idea di cinema, e questa è cosa assai più rara e preziosa: non è casuale, probabilmente, che tra i produttori esecutivi si legga anche il nome di Jia Zhangke, che di edifici demoliti e nuova urbanizzazione – e quindi nuovo popolo – ha fatto una poetica politica e visionaria.

Info
White Building sul sito della Biennale.

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