I fratelli De Filippo
di Sergio Rubini
Nell’anno in cui Mario Martone con Qui rido io raggiunge una delle vette della sua filmografia, anche Sergio Rubini torna alla regia (a due anni da Il grande spirito) per raccontare i fratelli De Filippo. Il suo film, spostato più avanti nel tempo – tra la seconda metà degli anni Venti e i primissimi anni Trenta –, non possiede la stratificazione di Martone, né lo sguardo registico riesce a dimostrarsi puramente cinematografico, ma non si può dubitare della sincerità del suo autore, aiutato dalle ottime interpretazioni di Mario Autore, Domenico Pinelli, e Anna Ferraioli Ravel.
Qui ridiamo noi
È l’inizio del Novecento, i tre fratelli Peppino, Titina ed Eduardo, vivono con la bella e giovane madre, Luisa De Filippo. In famiglia un padre non c’è, o meglio si nasconde nei panni dello “zio” Eduardo Scarpetta, il più famoso, ricco e acclamato attore e drammaturgo del suo tempo. Scarpetta, pur non riconoscendo i tre figli naturali, li ha introdotti fin da bambini nel mondo del teatro. Alla morte del grande attore, i figli legittimi si spartiscono la sua eredità, mentre a Titina, Eduardo e Peppino non spetta nulla. Ai tre giovani, però, “zio” Scarpetta ha trasmesso un dono speciale, il suo grande talento, che invece non è toccato al figlio legittimo Vincenzo, anche lui attore e drammaturgo, diventato titolare della compagnia paterna. Il riscatto dalla dolorosa storia familiare passa per la formazione del trio De Filippo, sogno accarezzato per anni da Eduardo e dai suoi fratelli e finalmente realizzato, superando difficoltà e conflitti. [sinossi]
In Qui rido io, che ha illuminato il concorso della Mostra di Venezia 2021 pur rimanendo completamente ignorato dalla giuria, Mario Martone fa sì che il piccolo Peppino De Filippo, scorbutico e fisico nell’esternare il proprio disagio (duplice: quello di figlio di padre ignoto, e per di più abbandonato per i suoi primi sette anni con una balia in campagna), in fuga dal palco teatrale venga raggiunto e richiamato dal fratello maggiore Eduardo che gli indichi proprio il palco come unico luogo in cui a loro verrà concessa quella libertà cui aspirano. Anche Sergio Rubini ne I fratelli De Filippo racconta in parte l’infanzia dei tre eredi – non riconosciuti legalmente – del grande Eduardo Scarpetta, ma punta su un accento molto diverso: ai ragazzini non è consentito recitare, vengono continuamente ripresi dal padre che loro chiamano “zio”, sono maltrattati da una famiglia, gli Scarpetta, che non fa altro che umiliarli. Una presa di posizione netta, che forza il materiale storico (è notorio come tutti i De Filippo siano saliti sul palco con il genitore anche per ottenere piccole parti – ad esempio il Peppiniello di Miseria e nobiltà, cui è regalato il tormentone più celebre del teatro scarpettiano: “Vincenzo m’è pate a me!”) per corroborare le future psicologie dei suoi protagonisti. Rubini, giunto alla quattordicesima regia per il cinema in trent’anni di attività dietro la macchina da presa (l’esordio, La stazione, è del 1990), non ha mai perso per strada l’ambizione di raccontare un’umanità ferita che cerca il proprio riscatto – si pensi alle svolte narrative de L’anima gemella, La terra, L’uomo nero, Il grande spirito, perfino il quasi demenziale Mi rifaccio vivo –, e deve aver visto queste peculiarità nella storia della più importante rivoluzione nel teatro popolare italiano del Novecento. La seconda più grande rivoluzione nella commedia napoletana dopo quella compiuta proprio da Eduardo Scarpetta: “lui è dell’Ottocento” sottolinea Eduardo De Filippo al fratello Peppino in un passaggio del film, quasi a sottolineare proprio il punto dirimente della questione. C’è bisogno di una continua palingenesi delle forme per poter leggere davvero la realtà, per essere veri di fronte al pubblico.
Sarebbe ingeneroso proporre un paragone tra I fratelli De Filippo e Qui rido io, perché la stratificazione del senso e del linguaggio utilizzato mostrerebbero un disequilibrio fin troppo forte: dopotutto Martone quello che con ogni probabilità è il miglior film italiano dell’anno. È anche curioso che si stia correndo in modo così forte in direzione di un recupero di quel pezzo di storia teatrale, ribadito sia da altri progetti cinematografici di Martone – l’assai meno riuscito adattamento de Il sindaco del rione Sanità –, sia da una fiction Rai che insieme a Picomedia ha prodotto a Edoardo De Angelis ben tre riletture di drammaturgie di De Filippo, Natale in casa Cupiello, Sabato, domenica e lunedì, e Non ti pago. Si torna a De Filippo per cercare di ritrovare quell’anima sanamente popolare che il cinema sembra aver perso, e non è casuale se nelle scritte finali che come d’ordinanza raccontano quello che è accaduto “dopo” si affermi che Eduardo è stato uno dei precursori del Neorealismo: quindi narrare le disavventure dei fratelli De Filippo da giovani serve in qualche modo a Rubini per parlare di cinema, e del racconto di un’epoca che non è più. A maggior ragione, vista quest’indole, ci si rammarica della forma nella quale I fratelli De Filippo è inguainato: uno sguardo per lo più televisivo, strutturato su primi piani e campi controcampi, poco dialettico nel racconto tra le varie epoche – l’incipit e la conclusione, che raccontano la prima teatrale al Kuursal (ora Filangieri) di Natale in casa Cupiello, fungono da cornice del flashback che “spiega” al pubblico come ci si sia ritrovati in quella condizione –, e che non osa mai più del dovuto, non si eleva a reale discorso sul cinema e sull’arte, non cerca di entrare in profondità nelle contraddizioni non solo dei personaggi in scena, ma perfino di un’epoca (si sta pur sempre parlando del primo decennio fascista, quello della massima spinta propagandistica, e nel film non ve n’è traccia alcuna).
Non si può negare la sincerità di Rubini, la sua affezione pura verso i tre De Filippo, ma la costruzione della compagnia Scarpetta e del suo fondatore a mo’ di impero del male stona, e non serve ad altro se non a permettere al pubblico di scegliere tra buoni e cattivi: per di più la rappresentazione della drammaturgia scarpettiana come un avanspettacolo volgare e sciatto grida vendetta. Ed è proprio l’elemento del rapporto tra i tre fratelli, del loro legame di sangue che diventa rivendicazione di una presa del potere dal basso, l’aspetto più interessante del film, che diventa una sorta di “Qui ridiamo noi”. Non è dunque casuale che in un cast ricco di figure riconoscibili a rubare la scena siano proprio i tre protagonisti (Mario Autore, Domenico Pinelli, e Anna Ferraioli Ravel, rispettivamente Eduardo, Peppino e Titina), gli unici a trasmettere stille di verità, forse perché loro stessi sono alla ricerca di una presa del potere, di un sovvertimento che gli permetta di guadagnare il proscenio e la luce dei riflettori anche se si è considerati morfologicamente inadatti al ruolo – l’ossessione di Titina per il ruolo di soubrette, per esempio. In quell’anfratto si può quindi rintracciare lo spirito di un film che per il resto si riduce a costruzione agiografica di tre geni (uno più genio degli altri due, sia concesso scriverlo). Se si volesse davvero imparare la lezione di Eduardo si dovrebbe gettare all’aria la nostra commedia di prammatica attuale, i suoi schemi, la sua struttura, la sua logica espressiva. Questo Rubini non lo fa mai, accontentandosi del ricordo di un’epoca lontana. Così lontana che non ha più eredi.
Info
Il trailer de I fratelli De Filippo.
- Genere: biopic, drammatico
- Titolo originale: I fratelli De Filippo
- Paese/Anno: Italia | 2021
- Regia: Sergio Rubini
- Sceneggiatura: Angelo Pasquini, Carla Cavallucci, Sergio Rubini
- Fotografia: Fabio Cianchetti
- Montaggio: Giogiò Franchini
- Interpreti: Anna Ferraioli Ravel, Augusto Zucchi, Biagio Izzo, Domenico Pinelli, Giancarlo Giannini, Giovanni Esposito, Lucianna De Falco, Marianna Fontana, Mario Autore, Marisa Laurito, Maurizio Casagrande, Maurizio Micheli, Nicola Di Pinto, Susy Del Giudice, Vincenzo Salemme
- Colonna sonora: Nicola Piovani
- Produzione: Nuovo teatro, Pepito Produzioni, Rai Cinema, Rs Productions
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 142'
- Data di uscita: 13/12/2021



Qui rido io
Il sindaco del rione Sanità
Il grande spirito
Dobbiamo parlare
La stazione
Mi rifaccio vivo
L’uomo nero