Animali fantastici – I segreti di Silente

Animali fantastici – I segreti di Silente

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Gli animali fantastici de I segreti di Silente, terzo capitolo della nuova saga ambientata nel mondo di Harry Potter, appaiono ben poco “fantastici”. La sceneggiatura, come i due lavori precedenti, è ancora confusa – e Steve Kloves è intervenuto in soccorso di J.K. Rowling, probabilmente inadatta al compito -, e la regia di David Yates conferma tutte le sue debolezze. Indecisa tra infantilismi e parallelismi storici con il nazismo, questa avventura mostra poche idee.

Le guerre dei maghi

Il professor Albus Silente sa che il potente mago oscuro Gellert Grindelwald è intenzionato a prendere il controllo del mondo magico. Non essendo in grado di fermarlo da solo, Silente affida al magizoologo Newt Scamander il compito di guidare un’intrepida squadra di maghi, streghe e un coraggioso Babbano pasticcere in una pericolosa missione, dove incontrano vecchie e nuove creature e si scontrano con la crescente legione di seguaci di Grindelwald. Con una posta in gioco così alta, quanto a lungo Silente potrà restare in disparte? [sinossi]

“Che cos’è la poesia?”, si chiedeva in forma retorica il fittizio saggio del fittizio professore emerito Jonathan Evans Prichard Comprendere la poesia, base di partenza per le lezioni iconoclaste di Robin Williams ne L’attimo fuggente di Peter Weir. Parafrasando il quesito, sarebbe opportuno chiedere a David Yates, e alla squadra produttiva che l’ha accompagnato, “Che cos’è la magia?”. La domanda sorge spontanea durante la visione di Animali fantastici – I segreti di Silente, e in fin dei conti non è altro che la prosecuzione di ciò che ha arrovellato la mente nei precedenti due capitoli di questa nuova saga che torna nell’universo potteriano spostando però indietro le lancette del tempo, e tornando all’epoca in cui Voldemort neanche esisteva (i fatti qui narrati si svolgono negli anni Trenta, quando Tom Riddle è appena un bambino), e lo spauracchio del mondo dei maghi era Gellert Grindelwald. A voler essere ancora più esatti, la stessa domanda si faceva spazio già durante la visione degli ultimi quattro film dedicati alle avventure di Harry Potter e dei suoi amici, vale a dire dal momento esatto in cui in cabina di regia si è seduto Yates. Può un’opera gargantuesca come I segreti di Silente, e una saga iper-milionaria quale quella nata dai romanzi di J.K. Rowling essere così fortemente condizionata dalle scelte registiche? In parte senza dubbio sì. La magia, e anche la poesia del meraviglioso, manca completamente allo sguardo di Yates: lo dimostrò in modo palese già Harry Potter e l’Ordine della Fenice, che tramutava uno dei migliori esiti letterari della saga in un pastrocchio confusionario, incapace di rappresentare l’epos. Oggi, quindici anni e sei film dopo, la situazione può definirsi definitivamente incancrenita: la terza storia con protagonista il “magizoologo” Newt Scamander non ha respiro epico, non riesce a tenere incollato lo spettatore alla poltroncina, non ha potenza espressiva, non produce neanche il più stiracchiato “ohhhh” di meraviglia.

Non lo fa pur tornando a Hogwarts, e cercando in maniera quasi disperata di incollare questa narrazione spuria all’unico blocco fantasy davvero credibile, quello che rimanda ancora agli otto segmenti in cui si raccontò l’educazione magica e sentimentale di Harry Potter. Il problema è che è davvero poco interessante scoprire come il mondo magico si schierò contro Grindelwald (stracciato il contratto con Johnny Depp a rivestire il ruolo è Mads Mikkelsen, forse più utile allo scopo), e in che modo Albus Silente abbia trovato un proprio spazio sempre più preminente all’interno del consesso dei suoi colleghi. È poco interessante Scamander, sono poco interessanti le creature che studia (qui c’è il qilin, per esempio, desunto dalla mitologia cinese, coreana e giapponese, probabilmente per aprirsi varchi economici in Estremo Oriente), non ha una scrittura rilevante il dramma di Silente, e ancor più quello di un Credence Barebone – a interpretarlo un pessimo Ezra Miller – che altri non è se non una versione in minore di Severus Piton. Come è stato già scritto da altri è fuori di dubbio che la sceneggiatura de I segreti di Silente sia meno deficitaria dei due film precedenti, e il merito va ascritto a Steve Kloves, corso in aiuto di Rowling, evidentemente inadatta a lavorare per la narrazione per immagini. Ma questo non riesce a salvare un lavoro a cui, di nuovo, manca totalmente l’idea di fantastico, ed è perfino indeciso sul pubblico a cui dovrebbe rivolgersi. I siparietti comici, in gran parte fatti ricadere sul babbano americano Jacob Kowalski e su alcune delle creature magiche, sono stucchevoli per quanto pensati a uso e consumo di un uditorio in età prescolare, e cozzano in modo severo con l’ambizione mai mascherata di Rowling, quella di rileggere la Storia novecentesca ricorrendo al fantasy. La sovrapposizione Grindelwald/Hitler era già presente nelle pagine dei romanzi dedicati a Harry Potter, e qui viene amplificata dalla collocazione temporale (il 1932), da quella spaziale (la Germania, ma anche il Bhutan che come l’intera regione himalayana attirava l’interesse nazista – si pensi alle imprese di Heinrich Harrer), e perfino dalla volontà del villain di ergersi a “Capo supremo”.

Da un lato le boutade infantili, dall’altro il peso della Storia. Nel mezzo scricchiola I segreti di Silente, privo di un’architettura in grado di sorreggere un simile disequilibrio. È in ogni caso probabile che la massa di spettatori, sempre più assuefatta alla prassi e con poche pretese da avanzare, consenta l’ennesimo incasso monstre della saga, ed è anche doveroso auspicarlo, visto il grave momento che sta attraversando l’industria cinematografica. Ma è davvero difficile appassionarsi a una pentalogia – mancano ancora due capitoli – che sembrava aver esaurito tutto ciò che aveva da dire a metà del primo film. E non è per via delle incongruenze con quanto lungamente spiegato nei romanzi (il Capo Supremo è scelto dal qilin, che riconosce i puri di cuore, attraverso un determinismo che la Rowling scrittrice aveva sempre fortemente negato; i babbani possono senza troppi problemi utilizzare una bacchetta magica), ma perché il fantasy, più di altri generi, si basa sull’assoluta fiducia nel meraviglioso, e sulla possibilità di accedere a un mondo e lasciarvisi assorbire in tutto e per tutto. A Yates resta solo l’effetto speciale, quello milionario messogli a disposizione dall’industria. Ma è poco, davvero troppo poco.

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Il trailer di Animali fantastici – I segreti di Silente.

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