Frère et Sœur

Frère et Sœur

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Frère et Sœur è il settimo film di Arnaud Desplechin a prendere parte al concorso di Cannes. Il tema, non raro nel cinema del regista francese, è quello del rapporto familiare, delle sue ambiguità, dell’impossibilità di superare in modo catartico il senso di colpa. Peccato che qui il tutto si risolva in un’ottica squisitamente bo-bo, e senza che la “follia” e il “desiderio” sappiano mai davvero farsi largo tra le pieghe della narrazione.

Alice e Louis

Alice è un’attrice, Louis uno scrittore. Pur essendo fratello e sorella non si parlano da anni: un grave incidente in cui sono rimasti coinvolti i genitori li costringe a ritrovarsi nella stessa città, Roubaix, e nello stesso ospedale… [sinossi]

Al centro del cinema di Arnaud Desplechin, e Frère et Sœur lo conferma, c’è sempre il tema della famiglia, o per meglio dire dell’appartenenza affettiva, del legame indissolubile e quasi pre-cosciente tra gli esseri umani. Un legame che assomiglia a quello che lega la filmografia di Desplechin e il festival di Cannes: dodici dei quattordici film “professionali” di Desplechin sono stati infatti presentati sulla Croisette, fin dal mediometraggio La Vie des morts, che nel 1991 venne selezionato alla Semaine de la critique nonostante fosse stato già visto alla Berlinale, contravvenendo dunque a una ‘regola’ tra le più ferree dei principali festival europei, quella che prevede di non replicare tra Berlinale, Cannes, e Venezia gli stessi titoli. In oltre trent’anni solo I re e la regina e il documentario L’Aimée hanno mancato l’appuntamento sulla Costa Azzurra, entrambi selezionati nei programmi della Mostra sotto l’egida di Marco Müller. Nessuno si è dunque minimamente stupito dell’annuncio della presenza in concorso di Frère et Sœur, dodicesimo lungometraggio di finzione del regista transalpino e settimo a prendere parte all’agone per la conquista della Palma d’Oro. Girato immediatamente dopo Tromperie, a Cannes nella sezione Premiere lo scorso luglio, questo nuovo film si muove in una direzione che i frequentatori del cinema di Desplechin non possono che avere ben chiara in mente. Si tratta infatti dell’ennesima riflessione sulla famiglia borghese, sui riti privati che quasi mai sarebbero considerati “pubbliche virtù”, sull’interpretazione di un ruolo, sul non detto che si agita negli angoli scuri delle famiglie bien cultivée, come si direbbe a Parigi e dintorni. Dopo Roubaix, une lumière, che aveva illuminato nel vero senso della parola il concorso del 2019 (pur senza andare incontro a chissà quali entusiasmi generali), Desplechin torna nella città in cui nacque sessantuno anni fa, la “Manchester francese” oramai decaduta, non più industriale ma ancora sottoproletaria, abitata da fantasmi che sono anche della mente, e dai quali pare non potersi liberare. Vola sulla città Louis dopo essersi strafatto di oppio, a mo’ novello Drugo Lebowski: ma non c’è nulla di davvero onirico in quel volo, perché la città pare già morta, così come sono destinati alla stessa fine i genitori di Louis e Alice – e anche di Fidèle, il terzo fratello che funge solo da anello di congiunzione tra parti che non hanno tra loro alcuna dialettica –, vittime di un terribile incidente stradale.

L’incipit di Frère et Sœur è davvero molto convincente: dapprima un furioso litigio tra Louis, disperato per la morte del suo figlioletto di sei anni, sua sorella e suo cognato, quindi (con un’ellissi di cinque anni) il già citato incidente stradale in cui vengono coinvolti i genitori dei protagonisti. Due sequenze chiuse in sé stesse, folli, al limitar del caos totale, aperte a ogni rapporto con l’esterno. Sembra da principio di riconoscere il Desplechin organizzato ma in tutto e per tutto sensibile a raptus improvvisi ammirato in molti dei suoi film migliori, da Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) a I re e la regina, da Racconto di Natale a Trois souvenirs de ma jeunesse. Invece, immediatamente dopo, questo meccanismo si inceppa, o più esattamente inizia a guardare in direzioni differenti, con uno sguardo assai più ottuso e senza più la volontà di ragionare sull’irragionevole in modo caotico ma fervido tanto nell’immaginazione quanto e ancor più nella scrittura psicologica dei personaggi. Lo sviluppo di Frère et Sœur d’altronde è molto semplice: a seguito dell’incidente, con il padre cosciente ma allettato e la madre in coma, Alice e Louis che non si parlano da anni e hanno troncato ogni tipo di rapporto, sono costretti a ritrovarsi nella stessa città e a frequentare lo stesso luogo – l’ospedale – facendo sempre in modo di non incontrarsi direttamente. Attorno a loro si agitano altre persone che agevolano o complicano, a seconda dei casi, l’eventuale riprendere di una relazione affettiva. Desplechin torna dunque al cuore portante del suo discorso cinematografico, e lo fa portando al centro della scena l’universo bo-bo, quel cosmo a parte che è uno degli aspetti socialmente più rilevanti, per quanto com’è ovvio minoritari nel numero, della struttura politico-sociale francese. Alice è una grande attrice teatrale, la si vede interpretare in scena un adattamento di Gente di Dublino che prende però spunto dal film di John Huston invece che dal testo di James Joyce, e il suo volto domina la scena dai cartelloni in giro per la città. Louis invece è uno scrittore di successo, per quanto abbia abbandonato la collettività dopo il lutto che l’ha colpito per trasferirsi con la moglie Faunia in una casetta in mezzo ai boschi, lontano da tutto e tutti. La letteratura e il teatro, la scrittura e la sua verbalizzazione orale. Fin dalle scelte artistiche Alice e Louis sono opposti e complementari, si attraggono per distruggersi l’un l’altra. Desplechin guarda ovviamente a Caino e Abele (Abel per di più è il nome del padre dei due, ed era anche il nome del personaggio interpretato da Jean-Paul Roussillon in Racconto di Natale), ma forse ancor più a Eteocle e Polinice, con le porte scorrevoli di un ospedale al posto della settima porta di Tebe.

Trovandosi a tu per tu con un materiale arcaico, quasi archetipico come la lotta/amore tra fratelli – è evidente che nel sottobosco psicologico si agiti il tema dell’incesto, ma lo si lambisce con pruderie, lasciandolo fuori dal discorso concreto ad aleggiare in un’aria tremendamente viziata –, Desplechin si lascia andare a vagheggiamenti colti, tra visite a grotte dove si possono trovare pitture rupestri, discorsi sulla poesia e la scrittura, per poi far virare la dialettica verso l’invettiva, l’odio inveterato, la rabbia suprema. Uno schema che non viene mai meno, e che serve solo ad alimentare la brace altrimenti abbastanza sopita che divide i due litiganti, tra uno svenimento improvviso e del sangue che esce dal naso durante un’intervista. Desplechin si muove in modo ellittico, ma non riesce a tenere in piedi la narrazione, né a sostituirla con un profondo senso metaforico: si resta invece nel campo del vizietto borghese, innocuo e indolore eppure ammantato di una cornice quasi apocalittica, tra desideri di suicidio, sfoghi improvvisi, dettagli di vene ischemiche. Desplechin si adopera a mettere in scena il corpo in ogni modo possibile e immaginabile, ma è un gesto inerte, cui manca sia il desiderio che la dolcezza. Non esiste carezza alcuna in Frère et Sœur, né reale fremito erotico – lo testimonia la sequenza in cui Louis è nudo sotto le coperte con la sorella. C’è solo il gusto della rappresentazione di un senso di colpa atavico, che dovrebbe essere quello di un’intera classe sociale ma che Desplechin in modo inopportuno e sgraziato fa irrompere in scena ricorrendo a una giovane immigrata rumena appassionata della recitazione di Alice – ma senza i chiaroscuri da Eva contro Eva –, e peggio ancora in un finale delirante, con la donna che in ottica quasi “veltroniana” abbandona ogni cosa per ritrovare il senso della vita in Africa, in Benin, davanti ai luoghi che celebrano Béhanzin, il primo re in grado di battere l’esercito francese ricorrendo all’aiuto della popolazione indigena. Il cinema borghese a volte sa mettersi a nudo di fronte alla macchina da presa, più spesso pensa solo a spogliarsi, restando però ben vestiti. È questo purtroppo il caso.

Info
Frère et Sœur sul sito del Festival di Cannes.

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