Kontinental ’25

Kontinental ’25

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Il cineasta rumeno Radu Jude torna alla regia con Kontinental ’25, che fin dal titolo guarda esplicitamente al capolavoro rosselliniano Europa ’51: oltre settant’anni dopo il continente è sull’orlo del baratro nazionalista, e mentre la popolazione si perde nella rassegnazione e nel senso di colpa che non trova spazio per un’azione politica concreta solo al cinema – inteso come assetto estetico-produttivo – è concesso ancora di scavare un solco nella società, nel tentativo di creare un argine contro i fascismi.

Tra i dinosauri

A Cluj, in Transilvania, un senzatetto si suicida dopo essere stato cacciato dal seminterrato dove aveva trovato rifugio. Orsolya, l’ufficiale che ha eseguito lo sgombero, è sopraffatta dal senso di colpa e tenta in modi sempre più goffi e disperati di trovare redenzione. Nessuno sembra ascoltarla. Con uno stile che alterna momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali, il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia post-socialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le gerarchie sociali. [sinossi]

C’è la locandina di Europa ’51 che fa capolino dietro il bancone del locale in cui sono andati a bere Orsolya e il suo ex studente a giurisprudenza, che ora per vivere fa il corriere a richiesta, il rider, scorrazzando con la sua bicicletta per le strade di Cluj-Napoca. Se quella locandina è lì, visibile a chiunque, lo si deve al fatto che Radu Jude non è un cineasta che gioca con i suoi spettatori, quella tipologia di regista-cinefilo che inserisce frammenti della propria memoria della settima arte per far sì che solo il pubblico più avveduto possa rendersi conto dei richiami. Jude in Kontinental ’25 non rimanda al capolavoro di Roberto Rossellini fin dall’eloquente titolo per elargire lacerti di cultura, come con ogni probabilità farebbe la sinistra salottiera più engagé. Riappropriarsi dell’eredità rosselliniana è un diritto politico e artistico, ribadirne l’urgenza espressiva nella contemporaneità una presa di posizione che non può permettersi infingimenti, titubanze, possibili incomprensioni di sorta. Lo sguardo di Jude è sempre cristallino, adamantino nella sua nudità: per questo all’epoca del sublime Bad Luck Banging or Loony Porn poteva permettersi persino un incipit in cui ci si muoveva nei territori della pornografia, o nel più recente – e ancor più clamoroso – Do Not Expect Too Much From the End of the World ardiva mettere in scena i reel deliranti di Angela alias Bobiţă, personaggio che nella vita reale l’attrice Ilinca Manolache incarna realmente. Se per i decadentisti ottocenteschi aveva ancora un legittimo senso “épater la bourgeoisie” come reazione ultima – e non priva di sarcasmo – di fronte alla crisi inemendabile del positivismo, per Jude il corpo borghese è stato già masticato in maniera frenetica e famelica dalle zanne del capitalismo, del liberalismo economico, e dal nazionalismo di ritorno (ma se n’era mai andato?). Kontinental ’25 parla di tutto questo, e d’altro ancora, e si muove come un filo rosso all’interno di una filmografia sfaccettata, mai doma, che affronta la finzione come il documentario, la sperimentazione avanguardista come la narrazione popolare, tessendo una trama che è sempre lucidamente politica, spietata ma non priva di una ironia sferzante.

La stessa ironia che sembra prendere da subito il sopravvento, perché è con profondo sarcasmo che l’iPhone con cui è girato il film – e su questa scelta si tornerà in guisa di conclusione più avanti – focalizza la sua attenzione sul signor Glanetaşu, un senzatetto che si aggira per il centro di Cluj-Napoca chiedendo spicci alle persone “impegnate a contare il tempo con gli aperitivi”, chiedendo senza alcuna fortuna un lavoretto seppur provvisorio, e potendo contare come unico sollievo sull’alcol, per poi magari fumarsi una sigaretta a fianco di quei dinosauri animatronici che adornano il “Dino Park” nei pressi della città. Per dormire il signor Glanetaşu ha trovato rifugio nella zona caldaie di un edificio, ora però acquistato da una corporation immobiliare che ha deciso di smantellare la zona per costruire immobili di lusso da destinare alla parte abbiente della popolazione. Anche il povero senzatetto è in fin dei conti un dinosauro in questi tempi di gentrificazione e “riqualifica” dei territori urbani, solo che nessuno costruirà mai un parco per commemorare la sua estinzione: così anche la più tragica delle evenienze, con il signor Glanetaşu che si impicca a un termosifone nel momento in cui viene sgomberato da una solerte – per quanto educata – dipendente comunale che lavora anche per la società immobiliare, acquista il tragicomico valore dell’indifferenza, e viene accolto genericamente con rammarico, ma senza apparenti sconvolgimenti, non fosse proprio per il senso di colpa di Orsolya, la donna che aveva accompagnato gli addetti allo sgombero del povero derelitto. È qui che in realtà principia davvero Kontinental ’25, come era solo la morte del piccolo Michel a scatenare la reazione di Irene/Ingrid Bergman: solo di fronte alla morte, e quindi all’irreparabile, la società borghese può accogliere l’idea – pelosa perché artatamente desunta dall’imprinting cristiano e quindi intriso di pietà – della colpa. Ma in fin dei conto Orsolya cosa poteva fare? La colpa non è certo sua se il fu Glanetaşu era privo di fissa dimora. Partendo da questo assunto, che è quel che tutte le persone con cui la sconvolta donna si interfaccia le ripetono ossessivamente quasi seguendo un copione – quel copione che al contrario sembra quasi non esistere in Kontinental ’25, tale è la potenza della verità di ciò che mette in scena Jude –, e allargando la visuale si può dire che la colpa non è certo della società del Capitale se i rider vengono sfruttati per una paga da fame anche quando sono laureati in ottime università, o non è certo dell’Europa (del “Continente”) se esistono Putin e Orbán. E via discorrendo.

La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

Info
Kontinental ’25 sul sito della Berlinale.

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