Franco Battiato – Il lungo viaggio

Franco Battiato – Il lungo viaggio

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Seguendo l’onda lunga dei vari Fabrizio De André – Principe libero, Io sono Mia e La bambina che non voleva cantare Renato De Maria firma con Franco Battiato – Il lungo viaggio un biopic semplicistico ma accorato dedicato al genio musicale siciliano, tra simbolismi e tentativi di rimessa in scena del vero. Buona la performance di Dario Aita.

Ho fatto scalo in Rai la domenica di marzo

Franco Battiato – Il lungo viaggio è uno sguardo avvincente sulla vita e sulle passioni di uno dei più grandi artisti della musica italiana. Il film segue il percorso del giovane Battiato dalla Sicilia al suo arrivo a Milano, esplorando i momenti cruciali del cammino verso il successo e seguendolo fino al ritorno nell’amata terra d’origine. Il racconto di un viaggio interiore, in cui la natura dell’artista, già incline alla spiritualità, si trasforma in una ricerca più consapevole. Al centro della narrazione anche l’evoluzione del suo talento musicale e alcuni degli incontri significativi che hanno plasmato la sua carriera e il suo spirito creativo, tra cui quello con Giuni Russo, Juri Camisasca e Giusto Pio, amico e coautore di molti dei brani più iconici del repertorio di Battiato. [sinossi]

Sono oltre quarant’anni che il varesino Renato De Maria si muove con una certa dimestichezza all’interno delle traiettorie musicali italiane, anche e soprattutto le meno allineate: negli anni bolognesi lavorò dapprima con le scena wave e post-punk – suo il videoclip di Telepornovisione dei Gaznevada, mentre all’allora neonato Cinema Giovani di Torino accese un certo clamore il video Trilogy of Banal Life, che aveva come protagonista Freak Antoni degli Skiantos – per poi avvicinarsi all’area rap che sul finire degli anni Ottanta investì la città emiliana grazie al centro sociale L’Isola nel Kantiere. Fu lì che incontrò il salentino transfuga Papa Ricky, dapprima militante nei Isola Posse All Stars e nei Sangue Misto e quindi autore in solitaria, cui dedicherà sotto produzione Rai il documentario Lu Papa Ricky, in concorso in Spazio Italia sempre a Torino nel 1992. In una certa qual misura appare quasi naturale che De Maria abbia avuto l’occasione di trasporre in immagini un pezzo rilevante della vita personale e artistica di Franco Battiato, somma figura dello scacchiere compositivo italiano ed europeo, tra i pochissimi in grado di mescolare l’alto e il basso “senza abbellimenti” (come canterebbe Giovanni Lindo Ferretti, che a Battiato ha sempre guardato con stima e deferenza). Poco importa in tal senso che Franco Battiato – Il lungo viaggio, pensato per il passaggio televisivo ma in grado di raggiungere il grande schermo per tre giornate a inizio febbraio, nasca produttivamente sospinto dall’onda lunga di una serie di fiction biografiche dedicate a figure preminenti del pop italiano – si pensi ai vari Fabrizio De André – Principe libero, Io sono Mia su Mia Martini e La bambina che non voleva cantare, focalizzato sui primi vagiti artistici di Nada. Nonostante non sfugga a un buon numero di semplificazioni, né sappia smarcarsi dai codici del genere, imitando il vero con la speranza che la “fotocopia” permetta allo spettatore/cultore di sentirsi a proprio agio (in tal senso paradossalmente si sarebbe potuto fare a meno della riproposizione fedele dei videoclip del Battiato commerciale), questo Il lungo viaggio sottolinea fin dal titolo la volontà di mettere in campo un’ambizione maggiore.

Lo si percepisce fin dall’incipit misterico, con un uomo di spalle che discende dall’Etna innevato mentre l’inquadratura si riempie delle note de La cura, che torneranno immancabili nel finale. Certo, potrebbe essere una visione del giovanissimo compositore, a terra sanguinante con il naso fratturato, ma si tratta allo stesso tempo dell’apertura di De Maria verso l’insondabile, il mistero interiore – quell’esoterismo che ha sempre rappresentato una branca di studi appassionante per Battiato. Una scelta che marca una dichiarata differenza e distanza dalle abitudini del biografico televisivo, così prossimo all’agiografia e al “fatto” da dimenticare l’umano, e la sua possanza. Ci si ripete: chi si aspetta da Franco Battiato – Il lungo viaggio un’opera esteticamente illuminante resterà con ogni probabilità deluso, perché il peso produttivo di un lavoro per la televisione di Stato è troppo imponente anche per le volontà della famiglia del genio siciliano – a loro nasce l’idea di un’opera di finzione che ne riporti in immateriale vita le idee sull’arte –, ma ciò non deve distogliere dal cogliere invece gli aspetti più interessanti di un film che diventa quasi “educativo” nei confronti della massa. De Maria pone al centro del discorso l’interscambio di Battiato con l’umanità che lo ha circondato, discorso che vale per l’amore quanto per le amicizie e ancor più per le collaborazioni musicali: la presenza in scena dei personaggi di Juri Camisasca, Giusto Piu o Giuni Russo non si fa mai esornativa, ma serve a sottolineare l’importanza che in Battiato rivestiva l’incontro con l’altro per edificare il proprio impianto dapprima filosofico, e dunque sonoro. Semmai è un peccato che la dialettica umana finisca per soffocare qualunque tentativo di comprendere e mettere in scena il côté artistico di Battiato: si racconta la sua voglia di misurarsi con il grande pubblico senza mandare all’aria la composizione colta, ma non si cerca mai davvero di stratificare il discorso, che resta inevitabilmente in superficie finendo per risultare piatto. È questo il peccato maggiore di Franco Battiato – Il lungo viaggio, ma forse sarebbe stato sciocco pretendere troppo di più da un prodotto Rai. Il fatto è che Battiato, artista tra i più rilevanti della scena musicale europea del secondo Novecento, avrebbe meritato un lavoro cinematografico puro, libero dai legacci delle commissioni “parentali” e in grado di rivendicare l’urgenza artistica del Genio, e non la sua prammatica di vita. Chissà, magari qualcuno prima o poi tenterà la sorte.

Info
Franco Battiato – Il lungo viaggio, un trailer.

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