Scherzetto
di Mario Martone
Giunto al dodicesimo lungometraggio di finzione, e al sesto negli ultimi otto anni, Mario Martone confeziona con Scherzetto un piccolo gioco in interni, mettendo il sempre ottimo Toni Servillo e il bimbo Lorenzo Perrotta insieme per tre giorni quasi esclusivamente in uno spazio chiuso. Ne viene fuori un’opera senza dubbio minore ma che conferma una volta di più le qualità autoriali del cineasta napoletano.
Questi fantasmi
Una casa in cui hai abitato da bambino e dove non abiti più, una città che hai lasciato, un balcone, il vuoto, le voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità, e poi la sfida tra un nonno e un nipotino. Il nonno, Daniele Mallarico, ha superato i settant’anni, è un noto illustratore che, ormai vedovo, vive da solo a Milano. Il nipote si chiama Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, conosce tutto, sa fare tutto, spiega ogni cosa. I suoi genitori sono orgogliosissimi di lui. È stata proprio la figlia Betta a chiedere a Daniele di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, per tenere per qualche giorno Mario mentre lei e il marito, Saverio, sono fuori per un convegno, ma certo non poteva immaginare… Tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi. [sinossi]
In un’inquadratura iniziale che ricorda alla lontana quella celeberrima che apre Una giornata particolare di Ettore Scola, Mario Martone introduce il suo Scherzetto con un movimento di macchina roboante – realizzato utilizzando un drone – che “aggira” un’intera palazzina napoletana non lontana dalla stazione centrale per scendere poi al livello del suolo anticipando di un istante l’ingresso in scena di Daniele Mallarico (lo interpreta Toni Servillo, alla quinta condivisione di set con Martone: la prima fu trentaquattro anni fa per Morte di un matematico napoletano), settantenne che torna nella casa in cui è nato e cresciuto e che ora appartiene alla figlia Betta, docente di matematica sposata – con un collega universitario – e con un figlio di cinque anni, Mario. Betta e Saverio, questo il nome del marito, devono partire per un convegno e Daniele si è prestato da buon nonno per badare al nipotino durante i tre giorni di assenza dei genitori; un’occasione per mettere di nuovo piede a Napoli, visto che oramai da anni si è trasferito in pianta stabile a Milano, dove svolge il suo apprezzatissimo lavoro di illustratore (è al lavoro su una nuova edizione di The Jolly Corner di Henry James, ma secondo Mario – che vede le prime bozze – le tavole sono troppo poco colorate). Il ritorno a Napoli è per Daniele un ritorno ai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, e quindi disegnare di spettri è forse il modo migliore (o il peggiore) per esorcizzare i ricordi traumatici di un tempo, lui che per definirsi è dovuto scappare. Napoli come terra di fantasmi, di ritorni e approdi utopici/mortuari è una componente forte del cinema di Martone, già presente in nuce nel succitato Morte di un matematico napoletano e poi corroborato dai racconti al centro di L’amore molesto, dalla parentesi partenopea de Il giovane favoloso e poi da Nostalgia, dove Piefrancesco Favino tornava a sua volta in città senza neanche più conoscere la lingua.
L’anziano Mallarico la lingua la capisce ancora, la struttura portante della città la sa vivere, non ha paura neanche a muoversi nelle vie meno indicate, quelle in cui un semplice diverbio a causa di una macchina che si è fermata con qualche metro di ritardo rischia di tracimare in vera e propria rissa. Non ha paura di nulla, Mallarico, nemmanco di aprire la porta all’iraconda vicina di qualche piano più in basso che recrimina perché il piccolo Mario si ostina a calare dal balconcino della sua camera da letto giocattoli che vuole condividere con un coetaneo, ma che poi Betta afferma essere stati rubati. “Perché sei rimasta a vivere qui?” chiede d’altronde il genitore alla figlia, sottintendendo la differente classe sociale cui oramai loro appartengono rispetto alla media del palazzo; “Perché è casa mia!” è la risposta, sic et simpliciter. Traendo spunto da un libro di Domenico Starnone, autore con cui Martone non si era ancora confrontato, il regista sa di muoversi all’interno di un kammerspiel composto di poco o nulla: un appartamento, un nonno, un nipotino piccolo. Basta. Sono gli unici veri elementi scenici attorno al quale si edifica l’intero impianto produttivo, al punto da apparire da un lato come una sfida e dall’altro come uno scherzetto, per l’appunto. Il vecchio e il bambino giocano assieme, discutono animatamente, cenano riscaldando il cibo che gli ha preparato Salli, la signora che ogni giorno va a fare le pulizie. Daniele dovrebbe lavorare al libro, ma non riesce, perché i fantasmi – che Martone non si limita a suggerire, ma mostra nell’immaginazione del protagonista – lo assillano con la loro promessa/minaccia di verità su un passato con il quale è difficile scendere a patti proprio perché passato, andato, svanito per sempre. Nonno e nipote di quando in quando si fanno uno “scherzetto”, una burla che possa cogliere l’altro di sorpresa, ed è proprio uno di questi momenti a proporre l’unico vero scarto sensibile narrativo, che pone una volta di più l’uomo di fronte a una solitudine con la quale deve necessariamente dialogare. Per quanto si tratti – ed è forse inevitabile che sia così – di un piccolo esercizio di stile, Scherzetto pare inserirsi con una certa vitale sincerità all’interno della ricerca umana ed estetica di Martone, regista sempre più preciso nel cogliere l’essenza primigenia dei suoi personaggi, la loro vertigine nascosta, il vuoto nel quale rischiano di cadere o – peggio ancora – di galleggiare. Arricchito dalla presenza scenica di un Servillo che sa come far gravare su di sé il peso di un intero film ma rifugge ogni tipo di birignao e di comodità interpretativa, Scherzetto illumina il volto vispo e gentile del piccolissimo Lorenzo Perrotta, che riesce a reggere il ruolo di spalla con una levità insospettabile, e del tutto distante dalle abitudini della sua età. Quel che ne viene fuori è un’opera piccolissima ma non esile, soave e dolcissima seppur terrifica nel leggere la vita e quel che fu prima e sarà dopo.
Info
Scherzetto sul sito della Biennale.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Scherzetto
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Mario Martone
- Sceneggiatura: Ippolita Di Majo, Mario Martone
- Fotografia: Paolo Carnera
- Montaggio: Jacopo Quadri
- Interpreti: Gianluca Di Gennaro, Giovanni Ludeno, Leonardo Lidi, Lorenzo Perrotta, Serena Rossi, Toni Servillo
- Colonna sonora: Valerio Vigliar
- Produzione: EDI Effetti Digitali Italiani, Mad Entertainment, Picomedia, Rai Cinema
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 105'







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