Gremlins

Gremlins

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Parte dai gremlins di Roald Dahl per arrivare a Steven Spielberg il film più celebrato di Joe Dante; un horror buffonesco e sadico, che si incunea nel corpo (in)sano di Hollywood.

Mai nutrirlo dopo mezzanotte…

Il giovane Billy riceve per Natale un mogwai di nome Gizmo, un tenero e misterioso animaletto che il padre, uno strambo inventore, ha comprato in un negozio di cianfrusaglie di Chinatown. Le regole a cui attenersi sono: mai esporlo alla luce, che lo irrita: in particolare quella del sole, che lo ucciderebbe; mai farlo bagnare: l’acqua dà il via al suo ciclo riproduttivo, che è asessuato, e lo porta quindi a moltiplicarsi; mai nutrirlo dopo mezzanotte. Ma queste regole non sono facili da osservare… [sinossi]

L’incipit di Gremlins è a dir poco fuorviante, e lo è in maniera decisamente voluta. In una Chinatown ovattata da una leggera foschia serale, si aggira il padre del protagonista, un inventore che si improvvisa anche voce narrante del film. “Fu così che capitai in questo strano posto…”, con l’azione che procede da questo punto in poi. Un intento appare evidente fin da subito, ed è quello di incastonare il film in un’epica hollywoodiana d’antan, resa però schizofrenica da una contemporaneità in cui tutto è rapido, pulito e violento allo stesso tempo, eppure pressoché indolore. Dopotutto Joe Dante lo dirige a metà degli anni Ottanta, con la presidenza Reagan che avanza verso il suo secondo mandato e la yuppieficazione degli States che impera pressoché ovunque. In un momento simile rifugiarsi nel passato può significare due cose: o si fugge dalla realtà per evadere, nel senso più puro del termine, o si cerca nel cinema-che-fu la traccia iniziale per imparare a disinnescare l’ordigno mediatico, a derattizzare la cantina infestata. Perché i fantasmi sanno essere fin troppo reali, e materiali.
Ecco dunque Gremlins, che la mente di un giovanissimo Chris Columbus scrive in forma di sceneggiatura prendendo spunto da un racconto di Roald Dahl che lo stesso scrittore aveva tradotto in script in accordo con la Disney; del progetto originale non rimane che lo scheletro, perché Columbus decide di muoversi in una direzione completamente diversa, sollecitando il fantastico nella sua sfera più decadente e maligna e sposando all’orrore una commedia caustica sul perbenismo statunitense e l’ipocrisia del Natale. Rispetto al lavoro originale di Columbus la produzione – la Amblin di Steven Spielberg, che si toglie anche lo sfizio di apparire in scena in un piccolo cameo – intervenne con la scure, per eliminare le parti in cui il grand guignol prendeva il sopravvento e “salvare” alcuni personaggi da morte certa, in modo da potersi proporre a un pubblico più vasto e più normalizzato, ma l’indole del film rimane intatta, anche grazie al lavoro di Dante.

Fresco della partecipazione al lavoro collettivo Ai confini della realtà, Joe Dante aveva già dimostrato di saper maneggiare con una cura estrema l’horror sia nell’esordio cormaniano Piranha sia nell’eccellente L’ululato, che aveva anticipato il revival licantropico insieme al coevo Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Sarà però Gremlins il primo enorme successo della sua carriera, anche perché il film sfonderà al botteghino in una maniera impensabile anche per gli stessi produttori, assestandosi come quarto incasso del 1984 dopo Beverly Hills Cop di Martin Brest, Ghostbusters di Ivan Reitman (che in effetti giocava lo stesso tipo di partita, mescolando l’horror al comico), e Indiana Jones e il tempio maledetto di Steven Spielberg. Avvincente e spiazzante commedia natalizia in cui dei mostriciattoli – riprodotti per partenogenesi da un delizioso esserino di nome Gizmo, tenerezza che produce il mostruoso in un modo paradossale e grottesco – mettono a ferro e fuoco un’intera cittadina, Gremlins può essere vissuto come un gioco, e divertire, ma sarebbe una visione limitante, e forse a lungo andare poco appagante.
L’operazione portata avanti da Dante e Columbus – viene naturale segnalare il futuro regista di Mamma ho perso l’aereo come una sorta di co-autore – è ben più raffinata di quella proposta dagli ectoplasmi di Reitman, per rimanere al paragone già accennato dianzi. Non si tratta solo di lavorare sul terreno del mostruoso per svelarne la ghignante posa che si cela all’interno, né di sfruttare alcuni escamotage del teen-movie (la storia d’amore tra Billy e la bella Kate interpretata da Phoebe Cates è il subplot più rilevante del film) per innestarli in un thriller, e neppure di traumatizzare la prassi del film “natalizio” a colpi di vecchie che volano dalla finestra, incidenti stradali mortali e via discorrendo.

Gremlins è in qualche modo il canto del cigno del cinema classico, oramai ridotto a immagine da riutilizzare senza avere alcuna cura di ciò che trasporta con sé, di quel che contiene. È un’opera di riscoperta dell’age d’or che non produce scorie reazionarie ma al contrario cerca nell’epoca passata il grimaldello per scardinare il contemporaneo, dissolverlo all’aria come il crudele Ciuffo Bianco alla luce del sole. I gremlins sono dei mostri, ma seminano il panico in un mondo che è di per sé già mostruoso, in cui i gentili soccombono e gli arrivisti e i padroni capitalisti spadroneggiano – in questo il riferimento cinefilo si fa duplice, da un lato La vita è meravigliosa di Frank Capra, dall’altro Il mago di Oz di Victor Fleming, con il cagnolone Barney che è minacciato di soppressione – senza che nessuno metta loro un freno. E se queste bestiacce possono essere tratte in trappola è perché come dei bambini molesti si rinchiudono in un cinema a vedere Biancaneve e i sette nani; assai più difficile distruggere invece una prassi di vita borghese che asfissia, e dalla quale si può trovare una via d’uscita – rimanendo ai limiti della povertà – solo se ci si ostina a credere nell’invenzione, come il padre di Billy, nella scoperta di qualcosa che ancora non c’è.
Il potere del cinema non è dunque solo quello di staccarsi dalla realtà per volare là dove non ci sono limiti, ma è anche quello di ricordare che quei limiti della società possono essere superati, aggirati, ricollocati qualche centinaio di metri più in là. A distanza di più di trent’anni Gremlins è diventato a sua volta un classico, ha partorito una progenie anche senza essere stato bagnato con l’acqua, e appare figlio di un’epoca lontana, distante, incardinata in un tempo che non c’è più. In qualche modo è anche vero: oggi come oggi Joe Dante non ha più, se non occasionalmente, sceneggiature sulle quali lavorare, gli effetti speciali hanno preso una direzione totalmente immateriale e Chris Columbus non scrive più sceneggiature, togliendosi al massimo lo sfizio di essere tra i produttori di The VVitch di Robert Eggers. Il cinema d’intrattenimento hollywoodiano ha epurato le menti più libere di quella generazione, e procede a passo spedito verso la medietà.

Info
Il trailer di Gremlins.
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