Starship Troopers

Starship Troopers

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Starship Troopers è la dimostrazione forse più palese del ruolo svolto a Hollywood da Paul Verhoeven; quello del dissacratore, del ribaltatore di schemi, dell’annullatore di qualsiasi cliché. Ecco dunque che Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein, uno dei romanzi di fantascienza più reazionari, pubblicato nel 1959, si trasforma in un inno anti-bellico, sardonica elegia anti-imperialista che gioca sulla propaganda statunitense ancora in vigore. All’epoca non venne compreso, e ancora oggi è un oggetto che in molti si rifiutano di maneggiare, temendo di essere accusati di simpatie fascistoidi e perdendo così l’occasione di immergersi in un universo a parte, in cui il genere e la sua parodia si muovono di pari passo, cercando risposta all’annoso quesito: qual è la differenza tra Civile e Cittadino?

Siamo uomini o cittadini?

Siamo in un lontano futuro. Finito il liceo, Johnny Rico decide di arruolarsi come volontario nella fanteria mobile. A spingerlo non sono motivi patriottici, ma il desiderio di conquistare il cuore di Carmen Ibanez, di cui è innamorato e che invece con molta grinta si prepara a diventare pilota di astronavi. Insieme ad altre giovani reclute, Rico arriva nel campo dove si sottopone ad un duro addestramento. Qui, dopo qualche tempo, incontra Dizzy Flores a sua volta segretamente innamorata di lui fin dai tempi di scuola. Conosce anche Ace Levy, con cui fa amicizia. Ben presto Rico si mette in evidenza per capacità e preparazione, al punto da guadagnarsi il ruolo di caposquadra. Ma, durante un addestramento da lui guidato, si verifica un tragico incidente, che gli fa capire di aver fatto la scelta sbagliata. Quando ormai è sul punto di ritirarsi, arriva la notizia che i Bugs, giganteschi insetti con volontà omicida, stanno per sferrare un feroce attacco contro la Terra, e già hanno raso al suolo Buenos Aires, la città di Rico… [sinossi]

Starship Troopers ha da poco festeggiato i venti anni, visto e considerato che uscì nelle sale statunitensi nel novembre del 1997. Un anniversario passato in sordina, nel silenzio critico più assoluto. Certo, il film sembra provenire da un’epoca lontana, visto che Paul Verhoeven non gira più a Hollywood oramai – dal 2000, anno dell’uscita de L’uomo senza ombra – e che il ritorno in Europa ha coinciso con un rallentamento dei ritmi per il regista olandese, con tre film diretti in diciassette anni a fronte dei sette portati a termine nei precedenti quindici. Ma il punto non è solo questo. Starship Troopers paga ancora oggi la stessa incomprensione che lo accompagnò venti anni fa. Paga la sua totale libertà espressiva, il nitore di un ribaltamento completo di senso rispetto al romanzo d’origine, la tensione verso lo sberleffo all’ordinamento dello Stato, la ghignante presa in giro delle radici stesse di un determinato pensiero diffuso negli Stati Uniti. E non solo negli Stati Uniti…
Starship Troopers è la dimostrazione forse più palese del ruolo svolto a Hollywood da Paul Verhoeven; quello del dissacratore, del ribaltatore di schemi, dell’annullatore di qualsiasi cliché. Ecco dunque che Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein, uno dei romanzi di fantascienza più reazionari, pubblicato nel 1959, si trasforma in un inno anti-bellico, sardonica elegia anti-imperialista che gioca sulla propaganda statunitense ancora in vigore. All’epoca della sua realizzazione tutto questo però non venne compreso, e per questo ancora oggi il film è un oggetto che in molti si rifiutano di maneggiare, temendo di essere accusati di simpatie fascistoidi e perdendo così l’occasione di immergersi in un universo a parte, in cui il genere e la sua parodia si muovono di pari passo, cercando risposta all’annoso quesito: qual è la differenza tra Civile e Cittadino?

Perché tutto parte da qui, da quella domanda posta dal professor Rasczek a Rico, quando ancora questi si trova a scuola, prima di intraprendere la carriera militare: “Qual è la differenza in senso morale, se c’è, tra un Civile e un Cittadino?”
La risposta del giovane è pronta: “Un Cittadino si assume personalmente la responsabilità della sicurezza dello Stato, e lo difende con la propria vita. Un civile… No”. Il professore, dal canto suo, ha a sua volta una ribattuta da fare: “Le esatte parole del testo. Ma le capisci? Ci credi?”. Tutto, in Starship Troopers, ruota attorno a questi due verbi: capire e credere. Rico, Ace, Carmen, Dizzy e i loro amici e commilitoni credono di capire, fin dall’inizio, si sforzano di capire, si arrovellano dietro concetti che sono alla base della società descritta nel film, e nella quale solo chi mette la sua vita a disposizione dello Stato, accettandone tutti i dogmi, ha diritto di voto, e occupa posizioni di rilievo nella scala sociale. Credere, obbedire e combattere, questi sono i diktat – mai esposti così nettamente – da seguire per chi sceglie di vivere come un Cittadino. Lo slogan per eccellenza del fascismo guida le gesta “eroiche” di questi ragazzi, e le loro divise riecheggiano quelle dei soldati del Terzo Reich. Eppure la Terra vive in una supposta pace, seguendo i dettami economici del capitalismo statunitense… Il sarcasmo di Verhoeven è sottile, crudele, privo di compromessi: quel mondo ideale disegnato da Heinlein, dominato da una meritocrazia legata a determinate scelte facoltative (si ottengono pieni diritti di cittadinanza solo partecipando in maniera attiva alla macchina bellica), viene messo alla berlina con un urlo sguaiato, lo stesso dei soldati che vanno a morire su pianeti ostili neanche stessero pagando l’ingresso a un grande parco giochi. Sul finire di un decennio che ha visto gli Stati Uniti dare vita alla Prima Guerra del Golfo per poi preparare il terreno per l’offensiva su larga scala – arriverà nei primi anni del Ventunesimo Secolo, con gli attacchi all’Afghanistan e all’Iraq – Verhoeven si permette in maniera plateale il più sconcio (ma veriteriero) degli accostamenti. Gli USA patria della libertà usano la propaganda bellica nella stessa identica maniera già sperimentata in passato dal nazismo.

Anche per questo da un punto di vista cinematografico il regista di Spetters, Atto di forza ed Elle si muove con un’eleganza del tutto estranea a prodotti similari tra lo sci-fi e i documentari pro-bellici, ma anche all’interno del concetto di propaganda tra Why We Fight e Il trionfo della volontà. Una volta di più l’american way of life posta in campo controcampo con il nazismo. Una volta di più l’ideale americano della libertà conquistata con il sangue si lega all’ideale nazista dell’avversario sconfitto nel sangue. Le due parti si legano. Il fatto che per condurre un’operazione ideologica così strutturata e tutt’altro che semplice (e infatti spesso incompresa, tacciata – e qui si approssima il paradosso estremo – a sua volta di fascinazione verso il fascismo) Verhoeven utilizzi una macchina produttiva in tutto e per tutto incastonata in un sistema dello spettacolo rende Starship Troopers un’opera ancora più potente, estrema, per la quale è praticamente impossibile trovare paragoni credibili.
L’immagine, in un evidente blockbuster come Starship Troopers, è così netta e chiara da non permettere chiaroscuri. Proprio in quella nettezza, che è la stessa di un pensiero conformato e assoluto, a sua volta privo di chiaroscuri, svela l’ottusità di un mondo che rigurgita la propria purezza evidente in un oceano di proiettili e bombe da sganciare contro nemici che devono essere tali, che sono nemici perché di altre forme e dimensioni, e sono nemici anche se ignorano di esserlo. Vanno distrutti, gli insetti. Annientati. Seviziati quando sono prigionieri. Nessuno, sperso nello spazio e con tutti quei milioni di dollari a disposizione, aveva prima e ha dopo mai portato a termine un’operazione così compiutamente iconoclasta, così spudoratamente anti-eroica, così priva di caratteri con i quali provare una istintiva empatia e sintonia. Quando nel 2014 l’attore Michael Ironside, che nel film interpreta il megafono della propaganda Rasczak, chiese a Verhoeven perché avesse girato un film così profondamente fascista, il regista rispose senza indugi: “If I tell the world that a right-wing, fascist way of doing things doesn’t work, no one will listen to me. So I’m going to make a perfect fascist world: everyone is beautiful, everything is shiny, everything has big guns and fancy ships, but it’s only good for killing fucking bugs!”. C’è bisogno di aggiungere altro?

Info
Il trailer di Starship Troopers.
Starship Troopers commentato dal regista Paul Verhoeven e dallo sceneggiatore Edward Neumeier.
Paul Verhoeven parla di Starship Troopers alla Berlinale del 2013.
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