Io sono tempesta

Io sono tempesta

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Un buono spunto e uno sviluppo incerto, anche Io sono Tempesta di Daniele Luchetti cade nell’incancrenito problema della commedia italiana. La vittima principale poi, è sempre quella: il grottesco, rimpianto, agognato e costantemente rimosso dal nostro cinema, anche quando sembra cercarlo.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

Numa Tempesta è un finanziere che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro e vive solo nel suo hotel deserto, pieno di letti in cui lui non riesce a chiudere occhio. Tempesta ha soldi, carisma, fiuto per gli affari e pochi scrupoli. Un giorno la legge gli presenta il conto: a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. E così, il potente Numa dovrà mettersi a disposizione di chi non ha nulla, degli ultimi. Tra questi c’è Bruno, un giovane padre che frequenta il centro con il figlio. L’incontro sembrerebbe offrire ad entrambi l’occasione per una rinascita. Ma c’è il denaro di mezzo e un gruppo di senzatetto che, tra morale e denaro, tenderà a preferire quest’ultimo… [sinossi]

Sarà per via della situazione politica incerta, fatta di eterni ritorni e nuove figure in cerca di una porta d’accesso al potere, ma sembra proprio che il cinema italiano senta la necessità, specie in questo ultimo scorcio di stagione cinematografica, di raccontare Berlusconi e il berlusconismo. Per quanto riguarda il primo argomento, si attende l’imminente Loro elaborazione in due parti del culto della personalità del Silvio nazionale (almeno così pare da quel poco che si è visto del film); nell’attesa, il berlusconismo e i suoi possibili retaggi sono ora affrontati in chiave di commedia non troppo ridanciana dal nuovo lavoro di Daniele Luchetti Io sono Tempesta.

Proprio come l’ex presidente del consiglio, infatti, il protagonista del film è ricco, gestisce un fondo miliardario, specula nell’edilizia, si contorna di escort e viene condannato ai servizi sociali per frode fiscale. Ma andiamo con ordine. Squalo di una finanza contemporanea piuttosto creativa e scellerata, Numa Tempesta (Marco Giallini), in compagnia della sua corte di avvocati (tre in tutto), sta per concludere una speculazione edilizia in Kazakistan, storico snodo commerciale dell’Asia centrale, noto soprattutto per il suo sottosuolo, ricco di giacimenti petroliferi. L’affare kazako però viene temporaneamente congelato per via di una vecchia condanna che ora il finanziere non può più esimersi di scontare e che riguarda, ça va sans dire, un problemino di evasione fiscale. Il riccone si ritrova così assegnato ai lavori sociali in un rifugio diurno per senzatetto, con l’incarico di nutrirli, rivestirli, lavarli e, soprattutto, provare empatia per loro.
Inizialmente respinto dai clochard per via della spocchia e della ostentata ricchezza, il condannato stringerà man mano amicizia con Bruno (il solito ruspante Elio Germano), padre single con figlioletto al seguito, ben presto sedotto dai magheggi finanziari e dal sogno di “soldi facili” che Numa incarna. Sarà proprio Bruno a mettersi a capo di un gruppo di altrettanto indigenti colleghi, per sfruttare a proprio vantaggio i consigli truffaldini di Numa. Il dubbio che queste pratiche non siano proprio ortodosse né eticamente corrette c’è, almeno per lo spettatore, ma tutto poi scivola leggiadro verso uno straniante happy-end. A fare da contorno, incentivando i problemi morali che il film in ogni caso pare voler mettere in luce, ci sono poi la rigida e religiosissima direttrice del ricovero incarnata da Eleonora Danco e un terzetto di graziose e ciarliere prostitute che aspirano a diventare psicologhe, e diagnosticano prontamente a Numa un complesso edipico.

Ci sono almeno due argomenti assai interessanti e insoliti per il panorama della commedia nostrana contemporanea in Io sono Tempesta. Il primo è relativo alla seduzione insita nelle truffe finanziarie che, forte di quello stimolo adrenalinico che eccita i giocatori d’azzardo, contagia facilmente chi non ha niente. Per cui ecco che i metodi poco ortodossi di Numa Tempesta vengono presto accolti dal gruppo di clochard, poiché i “poveri” sono facile preda della mitologia e del culto della personalità dei ricchi imbroglioni. Un sunto ineccepibile del berlusconismo, dunque.
Il secondo tema del film, strettamente collegato al primo, riguarda poi il fatto che il confine tra un ricco finanziere contemporaneo e un nullatenente è sottilissimo, dal momento che chi gestisce fondi finanziari altrui può facilmente ritrovarsi sul lastrico da un momento all’altro.

Questa seconda argomentazione però in Io sono Tempesta viene lasciata per lo più sullo sfondo, non viene mai sviluppata in alcuna delle sottostorie presenti e dunque, pur essendo la deduzione cui approda lo spettatore nei primi minuti del film, resta inerte. Quanto al virus contagioso della truffa finanziaria, il tema è esposto assai bene dal film di Luchetti in una scena che spiega cosa sia una bolla speculativa: far fallire uno dei soci della cordata per dividersi le quote e gli introiti. Peccato che poi, questa pratica che naturalmente condurrebbe al tutti contro tutti, non porta a nulla: nessuno all’interno del gruppo dei senzatetto viene realmente messo in difficoltà né sfruttato dagli altri.
È un film che torna continuamente sui propri passi Io sono Tempesta, che sceglie un protagonista “insolito” (Giallini) ma poi gliene affianca un altro più blasonato (Germano), che lancia dallo schermo interessanti spunti sulla finanza, ma poi li spazza via vanificandone la presa con qualche gag usurata e poco divertente (si veda la scena con Elio Germano alle prese con l’idromassaggio o la reiterata questione dell’empatia) e che nella sua raffigurazione degli “ultimi” resta costantemente indeciso se mostrarli come potenziali iene pronte ad azzannarsi l’una con l’altra (cosa che di fatto non avviene mai) o come una squadra coesa che però arriva da qualche parte solo dopo un accurato trucco e parrucco (ebbene sì, i barboni ad un certo punto vengono sbarbati).

E se le tematiche portanti, come si è accennato, non raggiungono mai il loro obiettivo, è anche perché la struttura complessiva di Io sono Tempesta appare episodica, fatta di continue partenze frustrate, di personaggi appena abbozzati (le 3 prostitute, i 3 avvocati, il ruolo di Eleonora Danco) che non riescono a spostare la storia in avanti, né a rafforzarne le argomentazioni.
Fatto solo di brevi sussulti, trascinato in avanti da un ritmo sincopato e ondivago con relativo ripiegamento su se stesso, Io sono Tempesta sembra un film che è sfuggito di mano a un autore, pieno com’è di buone e coraggiose intenzioni che restano appena abbozzate. Tenere insieme questi personaggi potenzialmente esplosivi senza calcare troppo la mano deve essere stata un’impresa davvero improba e sembrano testimoniarlo poi anche quelle didascalie sparute e poco cadenzate che ogni tanto fanno capolino, quasi fossero appunti di lavoro lasciati lì per sbaglio dal montatore, che certo non deve aver avuto vita facile nel mettere insieme lacerti di “una storia” che non diventa mai davvero tale.

C’è un problema poi fondamentale che affligge la nostra commedia e che in Io sono Tempesta emerge con nettezza: è la rimozione del grottesco che da tempo caratterizza il nostro cinema. In passato solida base per la cattiveria esibita della commedia all’italiana, il grottesco oggi è uno specchietto per le allodole agitato davanti a un pubblico più smaliziato, solo per poi finire fagocitato in un complessivo e immancabile adeguamento ai toni più pacati, che si vogliono adatti al grande pubblico e a una visione televisiva in prime time.
Esemplare è in tal senso nel film di Luchetti l’utilizzo delle musiche firmate da Carlo Crivelli, che paiono quasi sovrimposte a questa storia foriera di una cattiveria liberatoria che invece viene costantemente addolcita da composizioni spennellate qua e là, per addolcire i toni e per far credere allo spettatore che no, non sta guardando una commedia nera, ma una commedia “normale”, come le altre.

E così Io sono Tempesta approda a un infelice paradosso, per cui il gioco d’azzardo, strumento che unifica i ricchi e i poveri, ovvero le due anime dei protagonisti di questa storia, non solo non viene condannato, ma finisce per essere uno strumento di incongruente riscatto. È proprio nell’epilogo di Io sono Tempesta che tutti i nodi vengono al pettine e si sciolgono in soluzioni, almeno apparentemente, consolatorie: sul versante della cattiveria del finanziere tutto si risolve infatti con l’usuale trionfo del familismo, mentre per quanto riguarda quella che la commedia all’italiana avrebbe trattato come una vittoria amara degli “ultimi” (l’unica prospettiva per i “poveri” è lucrare su altri poveri) risulta come una vittoria tout court, che oltretutto include come nota positiva la possibilità per il figlio di Bruno di frequentare una scuola privata, con tanto di divisa d’ordinanza. Quanto alle prostitute che volevano fare le psicologhe, meglio metterle dietro al bancone di un bar.

Certo, l’epilogo di Io sono Tempesta lo si può leggere anche come un’amara sconfitta, ma la decisione è lasciata a chi guarda; il film invece fa un passo indietro preferendo non prendere posizione. Non si vuole certo mettere in dubbio la buona fede di un autore come Luchetti che altrove (pensiamo soprattutto a Mio fratello è figlio unico) ha dimostrato di saper ritrarre con acume la nostra storia e la nostra società, quel che è evidente però, è che questo suo nuovo lavoro che occhieggia al cinema di Frank Capra, non ne possiede lo schietto socialismo, e quando vorrebbe recuperare l’acrimonia di Brutti sporchi e cattivi la posiziona sullo sfondo dove solo chi proprio vuole, riesce a vederla.

Info
Il trailer di Io sono tempesta.
La pagina dedicata a Io sono tempesta sul sito della 01 Distribution.
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