Deux

Presentato nel concorso internazionale Nuove visioni del Sicilia Queer Filmfest 2020, dopo un tour festivaliero iniziato a Toronto e passato per il BFI e l’IFFR, Deux è una delicata storia d’amore senile raccontata da Filippo Meneghetti al suo esordio, in terra francofona, alla regia di un lungometraggio.

Giocare con la sostanza della vita

Nina e Madeleine, due pensionate, sono segretamente innamorate da decenni. Per tutti, inclusa la famiglia di Madeleine, sono semplicemente le dirimpettaie dell’ultimo piano del palazzo. Le due, in realtà, vanno e vengono tra gli appartamenti condividendo la tenerezza del quotidiano. Finché, un giorno, il legame viene messo alla prova da una malattia che porta Madeleine in uno stato vegetativo. [sinossi]

Una storia d’amore ostacolata dalle convenzioni sociali, una storia vecchia come il mondo cui hanno da sempre attinto drammaturghi, letterati e anche registi. Questa è l’essenza di Deux, l’esordio alla regia di Filippo Meneghetti, filmmaker di origine veneta che da qualche anno si è trasferito in Francia. Cosa fanno Nina e Madeleine di così disdicevole a parte amarsi? Il loro amore è tenuto clandestino non tanto per la sua natura omosessuale, che ormai non dovrebbe rappresentare più un problema per i benpensanti almeno in una società come quella francese, quanto per la loro appartenenza alla terza età.

Volendo siamo dalle parti di Gerontophilia di Bruce LaBruce, di cui la storia di Deux rappresenta una variante dove entrambi i membri della coppia sono coetanei. E come quel film anche questo condivide un andamento classico, uno stile non sperimentale, non aggressivo per lo spettatore (come invece lo è buona parte della filmografia di Bruce LaBruce) che così è costretto a confrontarsi con il contenuto del film e con i propri pregiudizi. In fondo Nina e Madeleine non hanno fatto altro che giocare con la sostanza della vita come e Jules e Jim, e con una natura avversa. Solo un pianerottolo separa le case di Nina e Madeleine. Vivono la loro storia segretamente, ma Madeleine viene colpita da un ictus che la lascia in uno stato poco più che vegetativo. Viene così accudita dalla figlia parrucchiera e dalla sua famiglia. Nina a questo punto non è più nessuno nei confronti della compagna.

Si diceva dell’adesione ai meccanismi spettatoriali secondo i codici classici della sceneggiatura. È così per quella scena di pura suspense in cui Nina si è infilata nella casa di Madeleine mentre arrivano improvvisamente i famigliari a prendere abiti ed effetti personali dell’anziana donna, e Nina si nasconde nella vasca da bagno. Tutto è giocato in modo calcolato, vedendo prima dal punto di vista della protagonista che si nasconde, e poi cambiandolo in un punto di vista terzo, oggettivo, nel corridoio, quando potrebbe essere scoperta. Come a lasciare la donna al suo destino. Naturalmente ci deve essere una progressione drammaturgica e la passione viene poi scoperta dalla figlia di Madeleine che trova Nina a letto con sua madre.

Scoprire l’omosessualità della madre è ancora un tema molto battuto dal cinema, soprattutto in chiave di commedia (101 Reykjavík, A mia madre piacciono le donne), ma la figlia di Madeleine non può concepire che la madre sarebbe consenziente, se in stato cosciente. Ne consegue quindi l’equivoco di un’aberrazione mostruosa, l’abuso di una persona in coma, che ancora il cinema ha saputo trattare (Kill Bill, Parla con lei). Segue quindi l’orgoglio di Nina, la volontà di forzare la situazione, di spiegare alla famiglia della compagna i loro veri sentimenti. La donna si trova ora nello scatto finale di Ben di Il laureato. Deux si conclude con una parte finale consolatoria, che segna il trionfo dell’amore, della vita sulla malattia, con il ballo come momento catartico. Tutto telefonato? Sì, certo, ma rientra nei calcoli del regista che riesce a far passare, accettare, assimilare un comportamento considerato ancora oggi deviante dai più, per mezzo delle dinamiche del cinema.

Info
La scheda di Deux sul sito del Queer Filmfest.

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