Eternals

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Eternals, il ventiseiesimo film del Marvel Cinematic Universe, alza i toni e il numero di protagonisti, in una battaglia ultraterrena che supera lo scontro Avengers – Thanos per epicità e maestosità delle contrapposizioni. Spropositata anche la durata, ma vero è che per presentare una caterva di nuovi personaggi un po’ di tempo ci vuole. In anteprima alla Festa del Cinema di Roma (in Alice nella Città) e poi in sala a inizio novembre.

Eternamente indecisi

Dopo una tragedia inaspettata a seguito degli eventi di Avengers: Endgame, gli Eterni, una razza aliena immortale creata dai Celestiali, che hanno segretamente vissuto sulla Terra per settemila anni, si riuniscono per proteggere l’umanità dalle loro controparti malvagie, i Devianti. [sinossi]

Tassello numero ventisei dell’MCU e terzo della cosiddetta “Fase 4” dopo Black Widow e Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Eternals è il tentativo (parzialmente riuscito, ma è solo l’inizio) di creare subito un nuovo riconoscibile gruppo di supereroi in sostituzione degli Avengers, che con morti e abbandoni hanno esaurito il loro ciclo, ciclo su cui si erano edificate le tre fasi precedenti. Un film che, finalmente, contiene solo piccoli rimandi alla pletora di precedenti e che quindi può essere fruito anche dallo spettatore occasionale, che si perderà magari il disegno generale ma potrà godersi un’avventura di dei e semidei in lotta tra loro e con loro stessi e il loro posto nell’universo, riconoscendovi tracce di mitologie note e meno note. Nati dalla matita di Jack Kirby a partire dal 1976, gli Eterni sono un gruppo di guardiani messi a guardia del nostro pianeta da Arishem, uno dei Celestiali (ne avevamo già incontrato qualcuno nei film passati, come l’Ego di Kurt Russell, padre del “guardiano della galassia” Peter Star-Lord Quill), in modo da proteggere la Terra dai Devianti, oscure bestie dedite allo sterminio. O almeno queste SEMBRANO essere le parti in causa perché, pur senza anticipare nulla dell’articolato intreccio, buoni e cattivi potrebbero non essere quelli che crediamo inizialmente. Alla regia di questo ambizioso prodotto troviamo Chloé Zhao, fresca di Oscar e Leone d’Oro per Nomadland, chiamata, insieme ai cosceneggiatori Patrick Burleigh e Ryan & Matthew K. Firpo, a donare una patina di “autorialità” al tutto, riuscendovi, a conti fatti, solo in parte. Sono riconoscibili qua e là tracce della sensibilità cinematografica già mostrata da Zhao nelle tre regie precedenti, ma a trionfare è comunque la longa manus produttiva di Kevin Feige, il Celestiale autonominato che sovraintende allo sviluppo e all’ampliamento di questo particolare universo, che ormai definire narrativo appare persino riduttivo: al cinema si sono aggiunte da tempo le serie Tv, i videogiochi e l’arruolamento di ogni altro media contemporaneo, un’espansione fagocitante che manda in sollucchero i fan e atterrisce chiunque guardi con preoccupazione alla crescente cannibalizzazione, da parte dei Marvel Studios, dell’orizzonte produttivo legato ai blockbuster e alle uscite-evento, con una pianificazione da tre progetti l’anno ammirabile per forza e pianificazione industriale ma che si rischia di relegare l’artisticità del tutto a elemento secondario se non marginale. L’arruolamento di nomi “forti” per le prossime regie (a Zhao seguirà Raimi, torneranno Gunn, Waititi, Coogler) dovrebbe, nelle intenzioni di Feige, rispondere a questi timori.

Ma torniamo agli Eterni, analizzando velocemente la composizione del nutrito cast, tutti esordienti nel mondo Marvel: salta all’occhio la disomogeneità delle scelte operate dalla direttrice del casting Sarah Finn, vera eminenza grigia nel ruolo. Alle ieratica fissità espressiva di Angelina Jolie (Thena), Richard Madden (Ikaris) e Kit Harington (Dane Whitman) si aggiunge lo spaesamento di Salma Hayek (Ayak), in un ruolo di guida carismatica che non troppo le si addice. Bene o benissimo invece per gli altri componenti del gruppo, a cominciare dal Druig di Barry Keoghan per poi continuare con lo Gilgamesh di Don Lee (volto molto noto ai frequentatori del cinema di genere sudcoreano, festivaliero e non, con il suo “vero” nome Ma Dong-seok), la carismatica Sersi di Gemma Chan e, last but not least, il Kingo di Kumail Nanjani, al quale è destinato il segmento dedicato più fantasioso e divertente, legato alla rappresentazione del musical bollywoodiano. Presente la solita commistione tra umorismo ed eventi tragici e/o spaventosi, questa volta con un dosaggio più accorto rispetto alle sbracate di tono di altri film della serie, su tutti Thor: Ragnarok. La divisione è schematica ma, in conseguenza di ciò, meno confusionaria, con personaggi a fungere da brillante controcanto ed altri ammantati di cupa seriosità, un equilibrio funzionale che soffre di una partenza “faticosa”, probabilmente inevitabile. Il primo atto, quello di presentazione, è il più slegato, la conclusione, invece, davvero frettolosa: a funzionare e a fare da collante è la parte centrale, dove si rendono note motivazioni e cambi di casacca e dove gli inevitabili “spiegoni” vengono inseriti in maniera più armonica.

La tematica ambientale, più facile rimando per apocalissi che di fantascientifico potrebbero avere poco, di qui a qualche decennio, si sovrappone all’altra architrave dell’universo Marvel già presente nei film precedenti: il tormento tra scelta individuale e responsabilità collettiva (Iron Man era il macro eroe di Endgame perché abbandonava gli affetti personali per un disegno più grande, cosa che nessuno in Infinity War riusciva davvero a fare). La sottomissione ai titani Celestiali che progettano vita e morte di interi sistemi o la tutela della vita singola, dell’unicità di questa piccola palla perduta nello spazio chiamata Terra, insieme ai problemi identitari di eroi immortali che amano e vedono l’amato perire senza invecchiare, attraversano settemila anni di storia umana senza poter fare nulla, assistono a grandi invenzioni e inenarrabili massacri, sono i punti cardine attraverso i quali si muove la narrazione. In più abbiamo un’eroina sordomuta (la Makkari di Lauren Ridloff), un eroe omosessuale con tanto di compagno e figlio adottato (il Phastos di Bryan Tyree Henry) e la piccola Sprite (Lia McHugh) che non capisce perché gli dei si siano accaniti su di lei rendendola eternamente adolescente. Una rappresentazione completa e inclusiva di etnie e diversità che non appare pretestuosa, ma che tende ad armonizzare punti di vista sul mondo in modo da collegare la divinità degli Eterni al genere umano senza che nessuno (o quasi) manchi di rappresentazione. È forse a questo che è servito l’occhio e la mano registica di Chloé Zhao, a inserire questi drop-out in un contesto narrativo che li esalti senza deriderli, a immergerli in paesaggi abbacinanti in cui combattere, difendersi, persino amare non riamati.

Un prodotto, in conclusione, naturalmente pianificato a tavolino ma che non rimanda la sensazione di “fatto in serie” presente in tanti altri del lotto, quantomeno non del tutto. L’effettistica risulta, invece, altalenante: ai giganteschi Celestiali, d’impressionante maestosità, si contrappongono gli scialbi Devianti, bestioni in dominante blu e multispecie senza identità. Il futuro di questi Eterni, se ci sarà, sarà sempre di gruppo; nessuno di loro sembra avere la forza, almeno al momento, per essere protagonista di uno stand-alone in proprio, e anche metacinematograficamente è giusto così, in una narrazione che sottolinea, con la creazione finale dell’Uni-Mente, l’interdipendenza tra i vari membri, costretti a combattere, o servire, esseri millenari. Piacerà ai fan ma, almeno questa volta, potremmo consigliarlo anche al non avvezzo, sempre che non si voglia da Eternals più di quel che vuole essere: una macchina di divertimento inserita in un quadro più ampio, ma che trova le tematiche giuste per avvinghiare alla riflessione esistenziale anche l’adolescente di passaggio con megabibita e popcorn. Anzi, probabilmente, è quest’ultimo (oltre a quello d’incassare il più possibile, ma quello vale per tutti) l’obiettivo principale di Zhao e soci.

Info
Il sito ufficiale di Eternals.

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