The Novelist’s Film

The Novelist’s Film

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The Novelist’s Film è il nuovo film di Hong Sangsoo alla Berlinale, un nuovo gioco di intrecci, di incontri casuali, tra passeggiate, mangiate e bevute, che si snodano in cinque quadri. Il regista sudcoreano propone una nuova metariflessione sul suo cinema, stavolta al crocevia con la letteratura, con un predominante punto di vista femminile, con una sempre labile demarcazione tra arte e vita. E si aggiudica l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Il gusto del makgeolli

Una scrittrice, Junhee, fa un lungo viaggio per visitare una libreria gestita da una sua vecchia amica, Sewon, una collega più giovane che aveva perso di vista. Poi sale su una torre panoramica da sola e incontra un altro amico di lunga data, un regista, Hyojin, e sua moglie. Fanno una passeggiata in un parco e incontrano un’attrice, Kilsoo. La scrittrice cerca di convincere quest’ultima a fare un film con lei. Mangiano qualcosa insieme e poi vanno alla libreria dell’inizio, dove c’è un party con bevute. L’attrice si ubriaca e si addormenta. [sinossi]

Il cinema di Hong Sangsoo prosegue nel suo stile sempre più rarefatto e minimalista, dove tra i pochi movimenti ci sono gli zoom, non spostamenti di macchina bensì semplicemente di lenti. Nella sua ultima opera, The Novelist’s Film (il titolo originale è traslitterato dal coreano come So-seol-ga-ui Yeong-hwa), che è stata premiata alla Berlinale 2022 con l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria, si arriva a un punto, nel mezzo del film, in cui tutto precipita in un immenso, totalizzante zoom. Avviene quando i personaggi, dall’overlook di una torre panoramica, scrutano un sentiero dei giardini sottostanti, con un telescopio turistico. In precedenza i personaggi avevano già fatto uso di piccoli cannocchiali. Lo sguardo di Hong Sangsoo perlustra e scruta il mondo, capace di accarezzare da vicino i personaggi, ma con un falso movimento, solo di lenti.

Una precipitazione che equivale all’ennesimo avvitamento del cinema del regista sudcoreano su sé stesso, alla sua metariflessione all’ennesima potenza. Ancora una volta i personaggi del film appartengono, per buona parte, al mondo dell’arte. La protagonista, Junhee, una scrittrice di successo, va a trovare una vecchia amica, Sewon, che gestisce una libreria. Anche lei era una scrittrice mentre la sua aiutante in negozio ha tentato e abbandonato la strada della recitazione. Quindi la romanziera incrocia un vecchio amico regista, Hyojin, con la moglie, con i quali poi incontrerà per caso un’attrice, Kilsoo, al momento in fase di pausa. Con quest’ultima, Junhee, che rivela il suo progetto di voler passare alla settima arte, tornerà alla libreria dell’inizio dove è in corso un cenacolo intellettuale cui partecipa anche un poeta, Mansoo.

Nella predominanza femminile, abbiamo una rappresentanza di ruoli artistici, così come soggetti che hanno avuto successo, ma anche con ripensamenti sul proprio lavoro, e corrispettivi che non ce l’hanno fatta (la scrittrice, l’attrice). E i due artisti più affermati testimoniano di un percorso di transizione, passato o in atto. Il regista, interpretato da Kwon Haehyo, già alter ego di Hong Sangsoo in altri film, ammette di essersi dato al cinema perché pensava che la vita fosse merda, ma ha poi rivisto la sua posizione, e ora pensa che lo scopo del cinema sia fissare la vita. La scrittrice rivela di voler passare al cinema all’attrice, una volta rimasta sola con lei, invitandola a partecipare al progetto di un film. Attrice che è incarnata da Kim Minhee, musa e compagna di Hong. Per la romanziera il cinema rappresenta un percorso di sobrietà artistica, dato che la sua scrittura è considerata esagerata. Non è interessata agli attori, si presume perché non vuole mattatori ma personaggi. E non vuole scrivere la storia del film, vuole svincolarsi dalla scrittura, deve nascere da solo, tutto deve essere reale ma non nel senso del documentario. Dopo la classica serata alcolica, nelle abitudini etiliche sudcoreane – in questo film si beve makgeolli, un tipico vino di riso – l’attrice si addormenta, situazione che spesso nel cinema di Hong Sangsoo prefigura qualcosa di onirico. E il poeta la definisce come una persona dal cuore puro.

Sono tutte sfaccettature del progetto estetico del regista sudcoreano. Un cinema che è un distillato, in bianco e nero, della vita, ma che può illuminarsi di colori con un mazzo di fiori regalato. Un cinema come la vita che è dominata dal caso, dove gli episodi si concatenano per coincidenze, e che partecipa a un percorso di purezza, tanto che una bambina è attratta dalle due donne dalla vetrina del locale, le osserva e non vuole andarsene. Un cinema fatto di chiacchierate e dialoghi, lunghi e brillanti, ma che potrebbe funzionare anche senza, con il linguaggio dei segni provato nel primo segmento. Un cinema sensoriale, del senso, del sale della vita, dove centrale è la convivialità, le cene, le bevute, ma dove si manifesta anche l’odore, quello dell’attrice sudata. The Novelist’s Film è lo zoom che Hong Sangsoo fa sul suo stesso cinema.

Info
The Novelist’s Film sul sito della Berlinale.

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