Killers of the Flower Moon

Killers of the Flower Moon

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Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2023, co-prodotto da Apple ma atteso anche nelle sale, Killers of the Flower Moon torna su uno dei grandi temi scorsesiani, «the brutal grab for land, resources and power»1. Ancora una volta, uno scandaglio delle fondamenta degli Stati Uniti d’America, giù fino in fondo, fino al petrolio, al sangue, al peccato originale. Tre ore e mezza che mescolano violenza, amore, illusione, volti puri e profili lombrosiani, Storia e memoria, impossibili redenzioni. E verità dure da accettare. Ieri come oggi.

There Was Blood. There Will Be Blood.

Oklahoma, anni Venti. Gli Osage, nativi americani costretti dal governo a trasferirsi nell’Indian Country, scoprono che sotto il loro territorio si trovano enormi giacimenti petroliferi. Da quel giorno, la loro vita cambia e ben presto si trovano a fare i conti con uno stuolo di uomini bianchi che bramano le loro ricchezze. Tra questi, il giovane Ernest Burkhart, reduce della Grande Guerra, che sposa l’indiana Mollie su suggerimento di suo zio William Hale, facoltoso e apparentemente generoso proprietario agricolo. Nel frattempo, tra l’indifferenza delle autorità locali, molti nativi vengono uccisi… [e.a.]

I film, come i libri, possono servire (anche) a riscoprire il passato, a farlo sopravvivere, a scoperchiare pagine oscure della nostra Storia. Nel caso di Killers of the Flower Moon, tratto dal saggio Gli assassini della Terra Rossa: Affari, petrolio, omicidi e la nascita dell’FBI. Una storia di frontiera del giornalista David Grann, Martin Scorsese garantisce sul fronte estetico & narrativo il solito elevatissimo profilo, sostenuto dall’ottimo cast, dal budget non indifferente, da una grandeur che rende quantomeno giustizia sul grande schermo agli indiani Osage dell’Oklahoma.
Dalla grande depressione di America 1929 – Sterminateli senza pietà alla sistematica eliminazione degli Osage di Killers of the Flower Moon, passando per la tetralogia sulla mafia (Mean Streets, Quei bravi ragazzi, Casinò e The Irishman), l’emblematico Gangs of New York e il definitivo The Wolf of Wall Street, la filmografia di Scorsese si è sempre insinuata tra le brutali pieghe della corsa alla terra, alle risorse, al potere. Tra le strade di un quartiere malfamato, nei piani alti di Wall Street, in Oklahoma come in qualsiasi angolo fertile degli Stati Uniti (e del mondo), a dominare è la spietata e sanguinaria legge del più forte, dell’uomo senza scrupoli, pronto a rovinare il prossimo, a ucciderlo, a sterminare un intero popolo. Quella di Scorsese non è solo poetica, è politica, è Storia – volendo, potremmo anche vederlo come una sorta di Bob Dylan della Settima arte, capace di veicolare temi fondamentali e di danzare per decenni col successo. Quel che resta, alla fine, è l’opera d’arte e quello che riesce a veicolare.

Un po’ Nicholson, un po’ Brando, il sempre lodevole Leonardo DiCaprio si carica sulle spalle un personaggio che racchiude in sé le tragiche contraddizioni di un Paese di frontiera, rampante, proiettato con tutti i mezzi possibili verso una sfrontata ricchezza. In sostanza, il capitalismo. Per il suo tentennante Ernest Burkhart, come per l’inarrestabile Jake La Motta (Toro scatenato), non c’è però possibilità di redenzione ma solo il confronto diretto e implacabile con la Verità – in questo senso, Killers of the Flower Moon è anche una toccante e straniante storia d’amore, il punto d’incontro impossibile tra due culture distantissime: se Lily Gladstone (Jimmy P., Certain Women, First Cow) trova con Scorsese il ruolo della vita, sostenendolo senza affanno, DiCaprio giganteggia per l’ennesima volta, prestando il suo volto a una mimica grottesca, quasi caricaturale, spietatamente lombrosiana e al contempo così fragile. Nei tratti di Ernest Burkhart, nella sua manifesta ottusità, non c’è nemmeno spazio per il talento e le aspirazioni di uno Stanton Carlisle (La fiera delle illusioni – Nightmare Alley) e non c’è mai, ma non potrebbe esserci, la grandezza umana del wyleriano James McKay (Il grande paese), l’uomo venuto dal mare.

Fluviale, densissimo, Killers of the Flower Moon ci riporta a una narrazione che può finalmente sedimentare, cosa oramai rara nel panorama hollywoodiano. Il gigantismo produttivo di Scorsese, a differenza di altre pellicole che inseguono senza reali motivi la lunga durata, calza perfettamente con le necessità narrative, con questo affresco storico e morale, con la necessità di ricostruire i fatti, di smascherare la pochezza umana dei cospiratori: non c’è, infatti, nessuna epica nelle gesta sanguinarie dei visi pallidi, nella loro brama di ricchezza, nella violenza spropositata, gelida, disumana – o, ahinoi, fin troppo umana. In tal senso, fin dalle performance di DiCaprio e dell’ottimo De Niro, la caratterizzazione dei vari loschi personaggi è volutamente marcata, a tratti persino comica.
Con un finale che sottolinea la volontà scorsesiana di farsi sempre più narratore, giocando anche coi generi e i media, Killers of the Flower Moon è un altro grande affresco della storia degli Stati Uniti, con un capitolo che si chiude mentre un altro si sta aprendo – ci piace immaginare un futuro (impossibile) film sul ranger Tom White, su quello che ancora non era l’FBI e che fin troppo presto diventerà. In una fase complessa e non sempre esaltante del cinema statunitense, gli ampi paesaggi, i numerosi personaggi, gli intrecci narrativi, la stratificazione morale e l’ambizione visiva mai fine a se stessa sono una boccata d’aria fresca. Killers of the Flower Moon è un western moderno, un gangster movie, un melodramma, un poliziesco. È un film storico. È un film politico. Ed è, tra sangue e brandelli di cervello, persino un film divertente. È cinema, enfin.

Note
1 Peter Bradshaw, Killers of the Flower Moon review – Scorsese’s remarkable epic about the bloody birth of America, theguardian.com.
Info
La scheda di Killers of the Flower Moon sul sito di Cannes.

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