Blazing Fists
di Takashi Miike
Dopo oltre trent’anni di carriera, e un numero di opere che non si riesce nemmeno più a contare, Takashi Miike sforna un nuovo film, Blazing Fists, perfettamente all’altezza dei suoi capolavori riconosciuti. Carico di un’incredibile energia cinetica sempre filtrata da un senso del grottesco, tra palestre di kickboxing e scontri di gang giovanili. Ancora un discorso sulla violenza latente e traboccante nella società, anche come ribellione a quella esercitata dalle autorità. Presentato nella sezione Limelight dell’International Film Festival Rotterdam 2025.
Yuzu meccanico
Ikuto e Ryoma si conoscono in un riformatorio minorile. Ispirato da una conferenza del maestro di arti marziali Mikuru Asakura, Ikuto decide di partecipare a Breaking Down, un frenetico torneo di combattimento organizzato dal sensei: gli avversari hanno a disposizione un solo round della durata di un minuto. La determinazione e il desiderio di riscattarsi di Ikuto ispirano anche Ryoma ad andare in palestra. Ma un avversario inaspettato mette i bastoni tra le ruote al loro sogno di cambiare il loro status all’interno della rigida società giapponese. [sinossi]
Dopo tanti anni di matrimonio siamo ancora innamorati come la prima volta. Si tratta di una frase fatta che si suole dire dalle coppie indissolubili che si può adattare al cinema di Takashi Miike. Dopo oltre trent’anni di carriera, con un numero di film che ha superato il centinaio (i conteggi in tal senso possono produrre risultati diversi a seconda che si considerino gli OAV, i film televisivi, le serie) mantiene ancora accesa la sua fiamma artistica, sfodera un amore per il cinema e una energia nel fare film, carichi a loro volta di energia, che rimane inalterata nel corso del tempo. Inalterato non può che essere l’amore per il suo cinema da parte di una generazione di appassionati e fedelissimi. Lo possiamo constatare nella sua ultima opera Blazing Fists (in Giappone porta un titolo diverso: Blue Fight: The Breaking Down of Young Blue Warriors) presentata nella sezione Limelight del 54° International Film Festival Rotterdam, a pochi giorni dall’uscita nelle sale giapponesi. Ancora una volta a Miike interessa ragionare sulla violenza, su quell’energia tossica che trabocca nella società giapponese, contenuta in un sistema così controllato e rigido, ma che può sgorgare a fiumi da un momento all’altro. All’epoca di 13 Assassins, Miike, a Venezia, parlava di quella forza aggressiva che i guerrieri del film dovevano in qualche modo scaricare anche in un momento di pace come l’epoca Edo. Bene o male i personaggi del suo cinema funzionano come quei samurai, con l’impulso inarrestabile a estrarre la katana. In Blazing Fists tutto parte in realtà dalla violenza di stato, ovvero dalle angherie subite dai due protagonisti, Ikuto e Ryoma, in riformatorio da parte di un secondino aguzzino. Come se tutta la brutalità partisse da lì, in reazione a ciò che è un falso sistema rieducativo e riabilitativo. Il modo in cui Miike mette in scena quel carcere giovanile, nel lungo prologo del film, è un tocco da maestro. Sono spesso inquadrati i maiali di una porcilaia, che è il concentrato di quello stesso luogo. Una scena in quel riformatorio si apre mostrando vari detenuti impegnati nella manutenzione del verde, come automi ligi al dovere.
In positivo in Blazing Fists ci sono solo le arti marziali, una valvola di sfogo costruttiva all’interno di quella che è una parabola di riscatto, quella del sensei Mikuru Asakura cui il film si ispira, la possibilità di raggiungere il successo partendo da origini umili. Oppure c’è il cinema, se pensiamo alla figura del grande Kōji Wakamatsu che da giovane è stato in prigione e che, in tutta la sua filmografia, ha giocato a scardinare quel sistema che lo aveva messo in arresto. La violenza pervade comunque tutti, finanche la stessa madre di uno dei ragazzi che fa partire inaspettatamente uno schiaffeggio. Ed è come se si tramandasse di generazione in generazione, considerando che il padre di Ikuto è pure in carcere, condannato per omicidio. Ma c’è anche un’inversione in questo senso, visto che il padre di un boss è proprio il pubblico ministero che lo ha fatto condannare. Vista la dimensione claustrofobica del riformatorio all’inizio, si è legittimati a pensare che anche il potere giudiziario sia intriso di violenza. Miike accenna, ma senza spingersi lontano, a discorsi sull’equità del sistema penale giapponese, discorsi sviscerati per esempio da Il terzo omicidio Hirokazu Kore-eda, a ragionamenti sull’eventuale delitto senza castigo, alla possibilità che sia padre che figlio siano stati messi dentro per qualcosa che non hanno commesso.
La violenza per Miike è anche soprattutto un fatto estetico, di energia tellurica, che, in Blazing Fists, si sviscera tra bande di motociclisti, gang di criminali un tanto al chilo, oltre che ovviamente nel ring di kickboxing. Hanno degli sguardi assatanati, i boss come gli sgherri, deviati, lombrosianamente oscuri, quanto affascinanti angeli della morte, degni eredi dello sfregiato di Ichi the Killer. Miike rimane all’altezza dei suoi film più amati di cui riprende anche le situazioni: l’idea del provino che viene fatto a chi vuole entrare nella Breaking Down che richiama ovviamente quelli di Audition. In un dialogo i personaggi si reputano personaggi da manga, come a indicare che il cinema di Miike è fatto della stessa consistenza dei fumetti giapponesi, anche in un film come questo che non basato su uno di questi a differenza di molte altre opere del regista. E così il flusso di violenza è parte di quella dimensione virata al grottesco più estremo. Qui abbiamo una freccetta lanciata in testa a un personaggio che non si fa nulla e se la tiene conficcata. Un momento topico è anche la scena delle due madri che telefonano insieme ai figli che rispondono insieme. E poi c’è l’ironia, sottolineata dai personaggi, del topos dell’uno contro tutti, qui due contro quaranta. Un topos che torna nel cinema di samurai fin dall’epoca del muto. Ancora un cinema del caos quello dell’agitatore Miike, che qui riesce a buttare una gran quantità, una ventina, di personaggi. E un cinema che è sempre contemporaneo, tant’è che abbiamo anche una ragazza che è un’influencer. E la relativa cultura giovanile finisce nel gigantesco tritacarne messo in atto dal film.
Info
Blazing Fists sul sito di Rotterdam.
- Genere: gangster movie, noir
- Titolo originale: BLUE FIGHT aoki wakamono-tachi no bureikingudaun
- Paese/Anno: Giappone | 2025
- Regia: Takashi Miike
- Sceneggiatura: Shin Kibayashi
- Interpreti: Anna Tsuchiya, Danhi Kinoshita, Gackt, Kaname Yoshizawa, Katsunori Takahashi, Mariko Shinoda, Susumu Terajima
- Produzione: Nikkatsu, Toho Pictures
- Durata: 120'





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