Izo

Izo è l’opera più estrema della sterminata filmografia di Takashi Miike, e con ogni probabilità rappresenta il suo apice poetico e artistico. Attraverso una vera e propria carneficina il regista giapponese ragiona sulla storia del Giappone, sull’umanità e sul cinema come reiterazione di sé. A Venezia venne accolto con freddezza, a distanza di quasi quindici anni sembra già essere stato dimenticato…

La brutalità del demone/uomo

Nel XIX secolo Izo, samurai al servizio di Hanpeida, viene condannato alla crocifissione e ucciso. Come vittima di una maledizione, o della sua stessa rabbia, Izō è costretto a viaggiare nello spazio e nel tempo, uccidendo tutti coloro che hanno la sfortuna di incontrarlo: donne, bambini, anziani, yakuza, e divenendo un demone. Il suo fine ultimo sarà uccidere l’Imperatore del Giappone. [sinossi]

Sembra davvero appartenere a un’altra epoca, Izo, proprio come il demone costretto ad attraversare il tempo e lo spazio con l’unico scopo di massacrare, squartare, uccidere chiunque incontri sulla propria strada. Non sono trascorsi neanche quindici anni da quando Takashi Miike portò al Lido di Venezia quest’opera astratta e potentissima, eppure il mondo del cinema sembra averne già disperso la memoria nelle brume, come si trattasse di qualcosa di superficiale, di non indispensabile, di secondario. Ma è proprio il mondo del cinema, e della critica, ad apparire completamente diverso rispetto a quello dei primi anni del Ventunesimo Secolo: è cambiata la percezione dello sguardo, l’attenzione, il desiderio di ricerca si è indirizzato sempre di più verso ciò che viene definito “arthouse” abbandonando qualsiasi scaturigine realmente pop. L’intrattenimento d’altro canto è stato cannibalizzato da operazioni in provetta, sorprendenti sotto il profilo degli effetti digitali ma d’altro canto non sempre in grado di ragionare sulla macchina industriale, sul linguaggio, sul perché si narra ciò che si narra, e sul come questo avvenga. Contrariamente a quanto si potesse supporre all’inizio degli anni “zero” la sbandata di parte della critica e degli appassionati nei confronti delle opere provenienti dall’estremo oriente è durata ben poco, troppo poco. I grandi registi che da quell’area provenivano e ai quali si iniziava a dare del tu anche nei contesti più ufficiali – come per l’appunto la Mostra di Venezia – sono stati progressivamente scartati a favore della sempiterna Hollywood, ma soprattutto di una risurrezione, non sempre all’altezza della situazione, del cinema d’autore europeo. Sembra finita anche quell’idea di festival, propagandata in particolar modo da Marco Müller, che cercava di superare i paletti artificiali tra una regione cinematografica e l’altra. Una sbornia cinefila durata troppo poco, e che i più non sembrano neanche rimpiangere, contenti di potersi crogiolare in un cinema spesso anche di ottima fattura, ma sempre più uguale a se stesso, in modo preoccupante.

Non assomiglia invece a nulla Izo, straripante profluvio di ammazzamenti plurimi, incessanti, come se non esistesse altro nella Storia, e nella vita umana, della morte. Della morte dell’uomo tramite la mano di un altro uomo. L’assassinio non come una delle belle arti, ma come l’ultima e unica possibilità dell’esistente. Izo uccide perché è maledetto, ma quale maledizione ha colto tutto il resto dell’umanità, che tra nazismi, fascismi e guerre di ogni razza e tipo non ha fatto altro che utilizzare i suoi simili come carne da macello, adatta per essere sparata via dai cannoni, per essere perforata dalle baionette, dalle katane, per essere crivellata di colpi? Quando fece la sua comparsa in laguna, il film venne programmato nella Sala Perla, la terza per importanza dello scacchiere festivaliero veneziano – dopo la Sala Grande e il Palagalileo, oggi Sala Darsena. La hall del Casinò venne letteralmente presa d’assalto, e si formò una fila scomposta, rumorosa, in sfibrante attesa di Izo. In realtà la stragrande maggioranza delle persone lì presenti ignoravano chi fosse Miike. Nonostante il regista giapponese contasse già oltre cinquanta regie tra cinema e straight-to-vide – senza quindi contare i lavori televisivi – e Gozu l’anno prima fosse stato accolto tra gli applausi a Cannes, il pubblico si era assiepato quasi esclusivamente per due motivi: il primo era che tra gli attori del film brillava il nome di Takeshi Kitano (habitué della Mostra, dove aveva anche vinto il Leone d’Oro con Hana-bi sette anni prima), e il secondo riguardava la presenza in sala tra gli spettatori di Quentin Tarantino e Joe Dante, i “padrini” dell’ampia retrospettiva dedicata al cinema di genere italiano tra gli anni Sessanta e Ottanta. Miike e Tarantino, che negli anni successivi lavoreranno in modo estremamente diverso – ma in entrambi i casi ricco di suggestioni e stratificazioni – sul mito di Django, firmando rispettivamente Sukiyaki Western Django, in cui fa una comparsata proprio Tarantino, e Django Unchained. Per quanto sia stata a dir poco romanzata, la proiezione di Izo merita comunque di essere ricordata: dopo pochi minuti, verrebbe da dire subito dopo il maestoso incipit che vede le immagini di spermatozoi e di un parto sovrapporsi a quelle della crocifissione di Izo, samurai al servizio di Hanpeida, la sala iniziò a svuotarsi. Una vera e propria processione in direzione delle porte d’uscita, quasi una transumanza alla ricerca di pascoli “migliori”. Dopotutto Kitano non fa che un piccolo ruolo, e il tutto è al contrario dominato dalla successione snervante, estenuante, gloriosa dello sterminio. La folla di accreditati se ne va. Abbandona la partita. Si dichiara sconfitta dal Cinema, quello con la c maiuscola. È vero che tra i pochi che alla fine applaudirono c’era anche, in piedi, Tarantino – che per di più aveva sottolineato la maggior parte delle sequenze con risa rumorose –, ma è del tutto falso che fu l’unico a farlo, come invece si legge un po’ ovunque, anche su Wikipedia che riprende un passaggio della seconda edizione di Agitator, il bel volume che Tom Mes dedicò a Miike (la prima edizione, del 2003, è precedente alla prima mondiale del film).

Non c’è nulla, lo si scriveva dianzi, che possa essere paragonato a Izo. Anche nella sterminata filmografia miikiana, dove pure non mancano bizzarrie e colpi di coda a pochi passi dalla sperimentazione pura, è impossibile trovare un oggetto cinematografico pari a questo. È un gesto di ribellione, un puro e semplice atto di insubordinazione alle regole, dell’industria come del pensiero dominante. Shigenori Takechi, che firma sia il soggetto che la sceneggiatura, non era nuovo a collaborazioni con Miike, ma nulla lasciava supporre che potesse creare ex novo una simile creatura aliena. Per quanto fossero brillanti e a loro modo oltraggiosi, gli script dei precedenti Agitator, Graveyard of Honor (dal romanzo di Goro Fujita già tradotto in immagini nel 1975 da Kinji Fukasaku), Deadly Outlaw: Rekka, The Man in White e lo straight-to-video Kikoku, nulla è paragonabile a quel che avviene in Izo. La libertà creativa che sprigiona è un atto politico, prima ancora che artistico. Così come il demone protagonista deve sovvertire l’ordine, arrivando a uccidere perfino l’imperatore, simbolo dell’egemonia e dello status quo nipponico, allo stesso modo Miike e Takechi sabotano il marchingegno della Settima Arte, si fanno beffe della logica apparente e traumatizzano lo spettatore. Trauma come sogno, come momento di liberazione dalla realtà, come insubordinazione, come atto di depistaggio. Trauma come rivoluzione eterna, rinascita infinita – come suggerisce anche il finale – e unica valvola di sfogo contro la reiterazione dello schema.

Reiterazione che è del cinema – e Izo manda a morire idealmente anche l’idea stessa di chanbara e di jidaigeki, generi ai quali lo stesso Miike si è spesso affidato per trovare condotti d’aria per le proprie pulsioni intellettuali – ma anche della società. Come alcune riflessioni di Alexander Kluge, anche il lavoro di Miike manda all’aria le coordinate standardizzate del racconto per trovare, tra ri-creazione e utilizzo di materiale preesistente il senso della narrazione, che non può che vedere al centro l’uomo, la sua naturale barbarie, il suo agghiacciante istinto al predominio, allo stupro, alla violenza. Potrà apparire retorica, forse, ma la celeberrima domanda “Come puoi essere così brutale? Sei brutale in quanto essere umano, o forse… Sei un essere umano in quanto brutale?”, che una delle vittime pone a Izo prima di essere inevitabilmente uccisa racchiude al suo interno l’intero sviluppo sentimentale e filosofico del film. Dopotutto Izo è alla ricerca non tanto della pace, quanto del motivo intimo e profondo della sua stessa esistenza. La sua interrogazione del tempo e dello spazio è condotta di omicidio in omicidio, sopraffazione dopo sopraffazione. Un signora dice al samurai “La storia è scritta nel sangue. La storia umana non è altro che una catena di eventi sanguinosi. Così, si sa che una nuova era verrà solo affinché massacri e spargimenti di sangue possano avere luogo”. Ma anche il padronato viene massacrato da Izo. Qui è il punto di rottura del sistema: il servitore che trancia la mano del suo padrone. Se l’assassinio è l’unico elemento di umanità, che l’assassinio riguardi tutti!

Con uno stile ellittico, iper-violento ma non parossistico, di candida purezza nell’oceano di sangue in cui vengono martoriati i corpi di centinaia, migliaia di esseri umani – esiste in tal senso film con una mattanza simile? – Miike si lancia in un inno anarchico e destrutturato, in cui ogni elemento dell’umano agire merita di essere messo alla berlina, e distrutto. La società, dalla base della piramide fino al senso stesso del divino, deve essere annientata attraverso la violenza, in un atto mai di per sé catartico, eppure dolorosamente umano. L’uomo/demone Izo – entrambe le cose al contempo, e per questo invincibile – è il Caronte in Terra, colui che indica un percorso, Virgilio infernale e la cui poesia nasce dal mulinare del ferro della spada che agita in aria prima di colpire il malcapitato di turno. Non esiste poesia più brutale di Izo, eppure al proprio interno vi si può scorgere un fiore dalla delicatezza struggente. Esiste la violenza, che è in atto, visibile e materiale al di là di ogni dubbio. Ma esiste un suo opposto? Interrogato in classe il piccolo Yamada risponde così alla domanda su cos’è l’amore: “È una parola. Una parola non è necessariamente associabile alla fondamentale natura del suo significato. È un codice di suoni, a volte”. E la democrazia, chiede la maestra a un altro bambino? “È un sottoprodotto della civilizzazione umana. Un’illusione”. Sul significato di nazione, infine, si esprime una bambina, asserendo che si tratta di “Una corrotta delusione che esiste solo nella mente umana. Un insieme immaginario di menzogne che esiste solo allo scopo di controllare e governare le persone istintivamente raccolte in mandrie. È il principio base della finzione che richiede il sacrificio”.
L’agire basico di Izo, teso solo all’ammazzamento di ogni essere umano che si trovi sulla sua strada, presagisce il crollo dell’illusione? Forse. Ma non è l’anarchia a sua volta un’enorme illusione? Può il samurai spingersi a tal punto da uccidere anche se stesso? No. C’è una rinascita infinita, che costringe l’umanità a ripartire ancora, e ancora, e ancora. E a tornare a uccidere. Avrebbe mai potuto la forma del cinema predigerito e omogeneizzato raccontare questo poema di disperata lucidità umana, e per questo omicida? Ovviamente no. La forma libertaria di Miike è la katana gocciolante sangue di Izo, che si scaglia contro il corpo dello spettatore e fraternizza con lui. Massacrandolo.

Info
Izo, il trailer.
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