28 anni dopo
di Danny Boyle
Primo capitolo di una nuova probabile trilogia, ma soprattutto sequel di 28 giorni dopo e 28 settimane dopo, il blockbuster quasi zombesco 28 anni dopo riunisce la coppia britannica Danny Boyle & Alex Garland, catapultandoci in uno scenario post-apocalittico che non guarda solo ai morti che camminano di Romero ma che riecheggia le infauste previsioni di The War Game e It Happend Here. Il domani che verrà.
Men—men—men—men—men go mad with watchin’ ‘em
Ventotto anni dopo che il virus della rabbia è sfuggito a un laboratorio di ricerca medica, i sopravvissuti hanno trovato modi per vivere tra gli infetti. Un gruppo vive su una piccola isola collegata alla terraferma da una sola e fortificata strada rialzata. Quando un padre e suo figlio lasciano l’isola, in missione nel cuore oscuro della terraferma, scoprono i segreti, le meraviglie e gli orrori del mondo esterno… [sinossi]
Seven—six—eleven—five—nine-an’-twenty mile to-day
Four—eleven—seventeen—thirty-two the day before —
(Boots—boots—boots—boots—movin’ up and down again!)
There’s no discharge in the war!
– Boots (1903), Rudyard Kipling.
Civil War. Warfare – Tempo di guerra. Men. E, adesso, 28 anni dopo. Lo sguardo di Alex Garland sul presente è lucido quanto preoccupato, come lucida e dritta al punto è la messa in scena di un orizzonte che giorno dopo giorno appare sempre più oscuro, ferino, orrorifico. Se film come Ex Machina, Annientamento e Non lasciarmi (e Dredd – Il giudice dell’apocalisse) scandagliano un futuro non così distante, i campi di battaglia di Civil War e 28 anni dopo riflettono paure ma anche evidenti prodromi, segnali già ben piazzati davanti ai nostri occhi. Non a caso, un documentario come Homegrown sembra il prequel di Civil War, mentre la rabbia collettiva di 28 anni dopo sembra attinge a piene mani dai cedimenti etici e morali del nostro tempo.
Certo, nel riportare alla luce la devastazione del virus di 28 giorni dopo, Garland e Danny Boyle devono fare i conti con la sovrastruttura simil-zombesca, con le attese e pretese del grande pubblico, ma l’impianto politico appare chiaro, sostenuto da alcune scelte alquanto fertili e persino più compatto della componente spettacolare e di genere.
Boyle e Garland ci catapultano in uno scenario post-apocalittico che non guarda solo ai morti che camminano di Romero ma che soprattutto riecheggia le infauste previsioni di The War Game e It Happend Here. Il domani che verrà. Quella fantascienza (qui intrisa di elementi orrorifici) che immagina e disegna un possibile domani, attingendo a piene mani dall’isolamento della Gran Bretagna – la terraferma è solo un’isola più grande, un territorio abbandonato al proprio destino dal resto dell’Europa (in barba al finale di 28 settimane dopo).
La Brexit, il Covid e il post-Covid, l’impostazione militaresca, l’afflato patriarcale. La sceneggiatura di Boyle e Garland dissemina lungo il percorso una lunga serie di suggestioni, aprendo poi ad altre (si vedano il prete nell’incipit, le croci onnipresenti, l’ossario e quel crocifisso rovesciato), ponendoci di fronte al valore della vita e della morte, alla centralità assoluta degli affetti (la famiglia, ma non solo), all’importanza della conoscenza e della coscienza – memento mori e memento amoris, mentre la figura paterna di sgretola, in una costruzione un po’ troppo forzata e prevedibile, schematica, à la page.
Ancor più dell’incipit spietato e funzionale, indimenticabile grazie alla presenza degli inquietanti Teletubbies, funziona egregiamente il crescendo ansiogeno cadenzato da Boots di Rudyard Kipling, poesia che nella registrazione di Taylor Holmes (1915) detta non solo i tempi del montaggio ma riassume chiaramente questo intreccio malmostoso di violenza, militarismo, sangue, viscere, terrore. Una sequenza che lega passato, presente e futuro, giocando tra lontanissimi flashback e lampi orrorifici nel buio del bosco, tra grandguignolesche previsioni di morte. Il momento più alto del film, ma anche una premessa\promessa estetica e narrativa purtroppo non mantenuta. La lucida follia della prima parte di 28 anni dopo via via si affievolisce, torna su binari consueti, inizia a spiegare, ad anticipare, a perdersi in rivoli retorici – tutta la parte che funziona meno: l’apparizione dei militari, lo svedesino Erik, l’efficacia delle frecce contro l’inutilità di armi ridotte a giocattoli e via discorrendo.
L’elisir socio-politico di Garland, in parte sostenuto dalla messa in scena di Boyle, si diluisce tra le pieghe di un progetto che ha già un secondo capitolo (quarto nel complesso), 28 anni dopo – Parte 2: Il tempio delle ossa di Nia DaCosta, e che forse ne avrà un terzo. Forse. Ed è soprattutto per questo, col finale circolare ma aperto, col gancio in stile The Walking Dead, che l’immaginario garlandiano deve arretrare un po’, dovendo fare i conti con la severa legge del box office e con una saga\serie che ha sempre (in)seguito Romero senza mai raggiungerlo. Nemmeno questa volta.
Info
Il trailer di 28 anni dopo.
- Genere: drammatico, fantascienza, horror
- Titolo originale: 28 Years Later
- Paese/Anno: GB, USA | 2025
- Regia: Danny Boyle
- Sceneggiatura: Alex Garland, Danny Boyle
- Fotografia: Anthony Dod Mantle
- Montaggio: Jon Harris
- Interpreti: Aaron Taylor-Johnson, Alfie Williams, Angus Neill, Celi Crossland, Chi Lewis-Parry, Christopher Fulford, Edvin Ryding, Emma Laird, Erin Kellyman, Geoffrey Newland, Ghazi Al Ruffai, Gordon Alexander, Jack O'Connell, Jodie Comer, Joe Blakemore, Kat Kitchener, Kim Allan, Maura Bird, Nathan Hall, Ralph Fiennes, Robert Rhodes, Rocco Haynes, Sam Locke, Sandy Batchelor
- Colonna sonora: Young Fathers
- Produzione: British Film Institute, Columbia Pictures, Decibel Films, DNA Films, Sony Pictures Releasing, TSG Entertainment
- Distribuzione: Eagle Pictures
- Durata: 115'
- Data di uscita: 18/06/2025







28 anni dopo – Il tempio delle ossa
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