Il figlio più piccolo

Il figlio più piccolo

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Salutato come un impietoso ritratto dell’Italietta dei furbacchioni realizzato da un maestro che non le manda certo a dire, Il figlio più piccolo rischia seriamente di essere frainteso. Lontano oramai dalle crudezze degli anni Settanta Pupi Avati appare come un regista immobile, attratto solo dai punti cardine attorno ai quali ruota il suo sguardo.

La triste evoluzione dei soliti ignoti

Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo… [sinossi]

Salutato come un impietoso ritratto dell’Italietta dei furbacchioni realizzato da un maestro che non le manda certo a dire, Il figlio più piccolo rischia seriamente di passare alla storia come uno dei film più fraintesi degli ultimi anni. Pupi Avati infatti anche con questa sua ultima opera conferma un interesse assolutamente irrisorio ai fatti dell’Italia contemporanea, attratto come è unicamente da certi suoi punti cardine da sempre al centro della propria marca autorale (il ruolo centrale ed essenziale della famiglia, la nostalgia per un mondo provinciale e piccolo-borghese che non c’è più…). Appare dunque senz’altro difficile ipotizzare che un autore, almeno uno così “immobile” come Avati che a parte qualche rarissima eccezione negli ultimi venti anni ha praticamente girato le stesse cose, superata la soglia dei settant’anni divenisse tutto ad un tratto uno spietato cantore dell’italica disgrazia. Ma non c’è davvero nulla che possa far pensare a Il figlio più piccolo come ad un ritratto spietato dell’Italia di oggi, così come tanto per fare un esempio ne Il papà di Giovanna non c’era alcuna volontà di ragionare sopra al regime fascista, se non l’unica necessità di incasellare in qualche modo le proprie ossessioni registiche. Il cinema di Avati continua ad essere essenzialmente un cinema imbalsamato, ritratto di un Italia che non c’è più e che non ha nessuna intenzione di rapportarsi a quella di oggi.

Luciano, il protagonista di Il figlio più piccolo, non è dunque un lontano parente dei vari furbetti Coppola o Ricucci, ma solamente una maschera che racconta di come la vita, anche la più paradossale grottesca o luciferina, abbia intorno un amore cieco, familiare quindi, innato e genetico. Una maschera ancor più accentuata visto che ad interpretare questo fantoccio in mano ad azzecarbugli di varia risma è un Christian De Sica versione meno gigionesca e mignottara del solito, ma comunque sempre incline ad un “mortacci tua” o ad un “Forza Lazio”. Attraverso la parabola di Luciano, dunque, Avati non ha nessunissima intenzione di forzare il gioco, anzi, quando il tono del proprio film sembra quasi assumere quello di un’indagine su un cittadino, c’è sempre uno scarto che interrompe qualsivoglia effetto drammaturgico troppo ingombrante e pericoloso, evidentemente. La difesa dello status quo per Avati si porta avanti così, a colpi di sguardi che improvvisamente si voltano dall’altra parte, come se la “distrazione” fosse l’unica estetica possibile per questo autore. Alla fine sorge spontaneo un pensiero che forse è solo una provocazione: i personaggi de Il figlio più piccolo paiono l’evoluzione deviscerata de I soliti ignoti, così scalcinati come quelli, partiti anche loro umili e poveracci come Capannelle e tutti gli altri, improvvisatisi banchieri hanno assaporato il successo per poi vederselo (giustamente) portar via sul più bello, quando il mondo sembrava solamente aspettare d’esser comprato tutto.

Ecco che allora Luciano e tutta la Baietti Holding, partendo  da Bollino (interpretato da Luca Zingaretti che, una volta di più, dimostra d’esser capace di lavorare abilmente sui registri comico-grotteschi dei propri personaggi, restituendone uno davvero calibrato) per arrivare all’autista dai timpani sensibili, sembrano davvero l’evoluzione più triste della banda del buco, l’adeguamento a tempi oscuri e ad un dilagante cerchiobottismo.  La differenza sostanziale che separa i personaggi dei due film è il contesto, l’Italia. Una è quella scalcinata uscita con le ossa rotte dalla Guerra, l’altra è quella della videocrazia e del Billionaire e non è esattamente la stessa cosa. Ma ad Avati, come detto, tutto ciò non sembra interessare. Rimane sullo sfondo quest’Italia dei furbetti, in primo piano c’è l’Italia dei sentimenti  (ben incarnata dalla temibile canzoncina più volte propinata dalla povera Laura Morante…), dove anche il più incallito dei criminali o il più corruttore dei corrotti, ha avuto un’infanzia difficile, era povero e si sentiva in debito con la propria famiglia.
Ah, ovviamente, qualunque riferimento a persone vive, morte o governanti è assolutamente casuale. Avati questo ci teneva a dirlo.

Info
Il figlio più piccolo, il trailer.

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