Dampyr

Primo passo del Bonelli Cinematic Universe e primo franchise italiano completamente in lingua inglese, 15 milioni di euro, 25 location, 720 piani con Vfx, 800 operatori di postproduzione e molti altri dati che fanno quantomeno intuire la rilevanza produttiva per il panorama italiano di Dampyr, un esordio da più punti di vista. Il sentiero imboccato dal BCU è però in salita, impervio, e all’intero progetto serviranno vari aggiustamenti ma soprattutto più coraggio, non un semplice – tuttavia comprensibile – allineamento alle saghe che dominano il box office.

Per favore, non mordermi sul collo!

Balcani. Primi anni ’90. Harlan è un giovane uomo, perseguitato continuamente da terribili incubi, che sbarca il lunario fingendosi un Dampyr (nella mitologia slava, una creatura metà uomo e metà vampiro). Insieme a Yuri, suo “agente” e fidato amico, Harlan inganna la povera gente dei villaggi della regione, fingendo di liberarli da terribili maledizioni, e facendo leva su superstizioni antiche e mai sopite. Quando un gruppo di soldati, che si batte contro inquietanti creature assetate di sangue, chiede il suo aiuto, Harlan scoprirà con stupore di essere davvero un Dampyr. Chiamato ad affrontare un terribile “Maestro della Notte”, Harlan dovrà imparare a gestire inaspettati poteri (il suo sangue infatti è letale per i vampiri) e sarà costretto a fare i conti con se stesso e il suo misterioso passato. Lo accompagneranno in questo oscuro viaggio una vampira rinnegata e un soldato in cerca di vendetta… [sinossi]
Quando, da perfetto sconosciuto quale sono, grazie al cielo,
al di fuori del piccolo mondo fumettistico italiano,
mi presento a qualche manifestazione dedicata ai comics
(a New York come a Buenos Aires, Barcellona come ad Angoulême),
mi basta una semplice dichiarazione per suscitare l’interesse e la stima dei miei interlocutori:
«Mi chiamo Sergio Bonelli, pubblico fumetti in Italia e sono l’editore di Sergio Toppi».
– Sergio Bonelli

Sarebbe facile saltare al collo di Dampyr, del Bonelli Cinematic Universe, del giovane Riccardo Chemello e del gruppo di sceneggiatori, da Uzzeo a Boselli, passando per Masi. Sarebbe facile perché il primo vagito del BCU guarda fin dai primi fotogrammi, già dal logo\sigla Bonelli, al Marvel Cinematic Universe, a un cinema coca cola & pop corn, effetti speciali e immediatezza di visione, lettura, intrattenimento. In questo senso, la partita è però persa, ma persa ancor prima di cominciare: basta guardare ai numeri, al budget, al cast, ma anche alla portata del personaggio Dampyr e della Bonelli, per rendersi conto che il primo problema è di prospettiva, di sistema, di industria. Non c’è Iron Man, non ci sono Robert Downey Jr., Jeff Bridges e Gwyneth Paltrow, non ci sono i soldi e non c’è nemmeno Jon Favreau. Non ci sono perché l’industria cinematografica italiana, che è così poco industriale, non ha l’abitudine e nemmeno i mezzi per confrontarsi davvero con i blockbuster hollywoodiani, ma anche cinesi, sudcoreani, russi, indiani, giapponesi e via discorrendo.

Ed è qui, nel suo voler essere il primo Cinematic Universe italiano, il grande limite di Dampyr e dell’intero progetto. Non solo per il freno a mano tirato dal punto di vista produttivo, ma soprattutto per il target scelto e per tutto quel che ne consegue. Il film di Chemello non osa mai: certo, cerca diligentemente di non tradire le tavole originali, di rispettare i fedeli lettori, strizzando al contempo l’occhio al grande pubblico dei cinecomic, ma non inventa praticamente nulla sul piano visivo, non affonda i denti nelle suggestioni orrorifiche, accodandosi al vampirismo mainstream delle saghe Underworld e Twilight – che, repetita iuvant, potevano contare su budget infinitamente più corposi e su un’industria che, nel bene e nel male, si nutre da sempre di blockbuster, di effetti speciali, di sovrabbondanza spettacolare.
L’impegno sul fronte degli effetti visivi è innegabile, ma è standardizzato, mai sorprendente e mai realmente supportato dalla messa in scena. Manca, ed è questo il punto, quella componente immaginifica ed artigianale che rendeva singolare e quindi interessante il cinema italiano ai tempi di Bava e Margheriti, di Fulci e Argento, ma anche di Leone o dei peplum, dei poliziotteschi e persino delle commedie erotiche con Fenech & Bouchet. Mancano l’unicità, l’invenzione, il plus valore. Mancano la carne e il sangue, e quel respiro più ampio e libero che dovrebbe appartenere a un film europeo.

In attesa di valutare la risposta del pubblico italiano e internazionale, l’impressione è che il Bonelli Cinematic Universe dovrebbe cercare di mutare pelle e obiettivi, smettendo di guardare a ciò che già esiste e raccoglie soldi e consensi. Invece di giocare a specchio, di cercare di essere una replica meno costosa (ma è davvero possibile?) e di usare i difetti della Marvel come coperta di Linus dei propri limiti, il nascente BCU forse dovrebbe sporcarsi le mani, facendo i conti con la propria realtà e cercando di pescare senza remore dal cinema altro, lontano, lontanissimo da Hollywood, dalla Marvel, dalla Disney. Lontano da quella normalizzazione, dall’appiattimento, dalle forme levigate del digitale a ogni costo. La soluzione, forse, è nella cura, nella forza e nello sviluppo delle idee, delle soluzioni estetiche, nella scelta di registi con una visione matura e personale, iniziando a conquistare il box office italiano e poi, solo dopo, quello internazionale.
Perché Bonelli, giova ricordarlo, era l’editore di Toppi. E non aveva bisogno di copiare nessuno.

Info
Il trailer di Dampyr.

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