I più grandi di tutti

I più grandi di tutti

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L’alchimia che i quattro ex-Pluto sprigionano quando si trovano insieme in scena, insieme ad alcuni azzeccati personaggi di contorno – Armando, il compagno di Claudia Pandolfi interpretato da Franz del duo Ale & Franz –, rappresenta l’aspetto migliore de I più grandi di tutti, riuscendo persino a far perdonare gli eclatanti buchi di sceneggiatura che fanno capolino in più punti della pellicola.

La reunion

Dalla cittadina toscana di Rosignano Solvay partì quindici anni fa l’avventura rock dei Pluto: un gruppo composto, come da tradizione, da voce, chitarra, basso e batteria che incise due album e piazzò un brano in un noto spot televisivo. Ma, come spesso accade, liti e contrasti portarono la band allo scioglimento e oggi i suoi ex componenti affrontano problemi ben più comuni: qualcuno cerca lavoro, altri hanno una famiglia. Per tutti, l’esperienza dei Pluto si è definitivamente chiusa, almeno fino a quando un ammiratore non li contatta per girare un documentario… [sinossi – Torino Film Festival]

Il cinema italiano non ha mai avuto un grande rapporto con la musica rock, almeno per quel che concerne la pura finzione: se infatti nel mondo del rockumentary è stato possibile rintracciare riflessioni anche acute sulla “musica del diavolo” (si veda, per quanto riguarda i film presentati al Torino Film Festival, il bel Freakbeat di Luca Pastore), i cosiddetti rock-movie hanno sempre faticato ad affermarsi nella penisola. Laddove nei paesi anglosassoni o in Giappone, tanto per fare gli esempi più eclatanti, ragionare sul rock in relazione alle immagini in movimento ha spesso trovato un terreno fertile in cui germogliare, in Italia la musica è sempre stato visto come un elemento in più, sul quale non è strettamente indispensabile focalizzare l’attenzione. Titoli come Volevamo essere gli U2 di Andrea Barzini o Basilicata Coast to Coast sono paradigmi piuttosto esemplificativi di come il rock non venga affrontata come materia a se stante, ma solo all’interno di un discorso più ampio, spesso e volentieri legato al territorio.

Anche I più grandi di tutti, opera seconda di Carlo Virzì a cinque anni di distanza dal non particolarmente convincente L’estate del mio primo bacio, è un film di provincia, ambientato com’è in quell’area livornese già ampiamente rievocata nelle pellicole del fratello maggiore di Carlo, Paolo. Una provincia fatta di fabbriche, operai in sciopero e rock: un tempo i Pluto erano una realtà interessante della scena musicale nazionale, e per quanto fossero di nicchia erano stati in grado di costruire un piccolo nucleo di fedeli ascoltatori. Un tempo… Ora la realtà è ben diversa: la band si è disgregata e i vari membri non si frequentano più, cercando di barcamenarsi al meglio. Fino a quando non bussa alla porta un fan sfegatato degli anni di gloria, intenzionato ad allestire un documentario che rievochi la carriera dei Pluto. Questa è la struttura narrativa da cui parte I più grandi di tutti, secondo (e ultimo) lungometraggio italiano presentato in concorso alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival dopo l’affascinante Ulidi piccola mia di Mateo Zoni. La commedia di Virzì, che cerca di dare nuovo lustro alla poetica del fratello, andando anche a recuperare alcuni dei volti da lui più amati come Marco Cocci e Claudia Pandolfi, riesce a tenere desta l’attenzione grazie in particolare allo splendido stato di forma del cast: a parte i già citati Cocci e Pandolfi, e l’esordiente Dario Cappanera, a rubare la scena è un sorprendente Alessandro Roja, che continua a confermarsi come uno dei nomi più interessanti delle ultime generazioni e che qui si distingue per una fisicità goffa e impacciata. L’alchimia che i quattro ex-Pluto sprigionano quando si trovano insieme in scena, insieme ad alcuni azzeccati personaggi di contorno (Armando, il compagno di Claudia Pandolfi interpretato da Franz del duo Ale & Franz), rappresenta l’aspetto migliore de I più grandi di tutti, riuscendo persino a far perdonare gli eclatanti buchi di sceneggiatura che fanno capolino in più punti della pellicola. La scrittura, già tallone d’Achille per Carlo Virzì ai tempi del suo esordio, appare realmente sciatta, nonostante vi abbiano messo le mani addirittura in tre (oltre al regista, Andrea Agnello e il Francesco Lagi regista del pessimo Missione di pace): i personaggi vengono appena abbozzati, senza mai scendere realmente in profondità nelle varie psicologie; il mondo del rock rimane un completo sconosciuto, così come appaiono del tutto fuori luogo ed esagerate le amnesie dei quattro musicisti rispetto all’epoca in cui suonavano insieme; le informazioni, anche le più rilevanti, vengono gettate in pasto al pubblico senza l’adeguata preparazione, con l’unico risultato di vederle svilite, o quantomeno sorvolate senza particolari preoccupazioni.

Una vera e proprio Caporetto narrativa salvata dalla debacle, come già accennato, dalla verve sfoderata dall’intero cast. Un prodotto gradevole, senza particolari velleità e destinato ad abbandonare le menti degli spettatori a poche ore dalla visione; quando i nostri sceneggiatori, registi e produttori decideranno di volgere lo sguardo altrove, magari dalle parti dello straordinario Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro, prima di allestire un progetto che unisca cinema e rock, sarà sempre troppo tardi. Purtroppo.

Info
Il trailer de I più grandi di tutti.
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