Slumber – Il demone del sonno

Slumber – Il demone del sonno

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Slumber – Il demone del sonno di Jonathan Hopkins si inserisce nella lunga scia di horror derivativi che vorrebbero spaventare con il sovrannaturale ma falliscono perché non si interrogano mai sul razionale, e sulla storia psicologica dei loro protagonisti. Convenzionale e poco avvincente anche sotto il profilo spettacolare.

Sogni che non ti fanno dormire

Alice è una specialista dei disturbi del sonno che durante le sedute scorta i pazienti lungo un percorso di recupero e guarigione, mentre a casa deve fare i conti in prima persona con gli effetti di un misterioso trauma infantile: i suoi sogni sono infestati di spettri, e il ricordo della morte del fratello minore perseguita le sue notti. Un giorno, nel suo studio si presenta un’intera famiglia bisognosa di cure, i cui componenti sono afflitti da strani disturbi durante la notte e uno dei bambini in particolare soffre della cosiddetta “paralisi del sonno”… [sinossi]

Slumber – Il demone del sonno segna l’esordio alla regia di un lungometraggio di Jonathan Hopkins, finora distintosi solo per aver portato a termine un pugno di lavori sulla breve distanza, nessuno dei quali di impianto orrorifico, e per aver lavorato come assistente di produzione su alcuni set importanti, come Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di Alfonso Cuarón e La fabbrica di cioccolato di Tim Burton. Perché mai un regista che fino a oggi si è dimostrato a proprio agio soprattutto con la messa in scena di elementi soavi e prossimi alla commedia (Goodbye Mr Snuggles e il quasi peplum Minimus, con evidenti debiti nei confronti di Terry Gilliam e dei Monty Phyton) per esordire deve ricorrere allo stratagemma dell’horror? Slumber, che pure sembra voler mettere in piedi un percorso incubale ambizioso, con tanto di riferimenti sia alle radici stesse del rapporto con il “brutto sogno” – palesati sia nel discorso sull’etimologia del termine britannico nightmare sia nel riferimento al demone slavo Nocnitsa, su cui si tornerà in seguito – sia all’iconografia sviluppatasi nel corso dei secoli e arrivata fino al celeberrimo Incubo dipinto da Johann Heinrich Füssli sul finire del Diciottesimo Secolo, altro non è che l’ennesimo giro a vuoto di una cinematografia horror sempre più uguale a se stessa, incapace di uscire da un corto circuito che ne depaupera anno dopo anno e film dopo film l’immaginario.

In Slumber (letteralmente sonno, il sottotitolo italiano cerca di evidenziare allo spettatore medio la sua appartenenza ai canoni dell’orrore con il riferimento al “demone”) ogni singolo elemento narrativo sembra essere stato posizionato con una cura quasi matematica, ma del tutto priva di una logica interna, slegata dal percorso dei propri personaggi: ecco dunque la protagonista razionale ma con un trauma legato proprio al sonno da dover superare; la famiglia in difficoltà, quasi posseduta come quelle dei film di James Wan; il riferimento alla possessione infantile, centro pulsante del genere nel corso dell’ultimo quarantennio; l’anziano che ha già vissuto la terribile esperienza e quindi sa, conosce. Si potrebbe continuare a lungo, perché Slumber non fa che inanellare uno dopo l’altro tutti gli stereotipi, narrativi ed estetici, su cui poggia le basi una parte consistente dell’horror contemporaneo – fa eccezione il sempre lodevole lavoro della Blumhouse di Jason Blum, in grado di spaziare da Insidious a Sinister, da Le streghe di Salem a La notte del giudizio, da The Visit a The Green Inferno, da Split ad Auguri per la tua morte, fino al candidato all’Oscar Scappa – Get Out.

Proprio in relazione al successo planetario della Blumhouse (finora a fronte di una spesa complessiva che si aggira intorno ai 200 milioni di dollari per la produzione di una cinquantina di titoli horror in meno di un decennio, il guadagno è stato di circa 3 miliardi di dollari) appare davvero deprecabile questa volontà di allinearsi a schemi predefiniti, eliminando anche qualsiasi tentativo di creare un immaginario di riferimento proprio. Che senso ha tirare in ballo un riferimento culturale come quello al Nocnitsa se poi non si ha la benché minima intenzione di approfondire la questione e si rimane solo in un limbo indistinto, incapaci di premere il pedale dell’acceleratore sotto il profilo strettamente orrorifico ma anche di donare una dignità che vada oltre il bidimensionale ai personaggi che trovano spazio in scena? Anche la regia di Hopkins si fa debole e succube di immaginari altrui, qui però slavati e deprivati di qualsiasi potere terrorizzante. Resta qualche vaga soluzione visiva in grado di far intravvedere quantomeno il lavoro alle spalle del progetto, ma è davvero troppo poco per far sobbalzare qualcuno in sala. Si scivola ben presto nel sonno, ma senza alcun tipo di controindicazione…

Info
Il trailer di Slumber – Il demone del sonno.
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