The French Dispatch

The French Dispatch

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The French Dispatch, con la sua geometria perfetta, la sua cinefilia francofila, il suo racconto della morte, appare come la pietra tombale della prima parte della filmografia di Wes Anderson. Narrativamente slabbrato, in modo quasi dichiarato, è il punto di non ritorno di un approccio estetico che lo stesso cineasta statunitense considera – o così sembra – oramai superato. In concorso, con la sua infinita schiera di stelle di primo piano dell’industria, al Festival di Cannes.

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Nella città francese di Ennui-sur-Blasé ha sede la redazione del French Dispatch, supplemento settimanale del quotidiano statunitense Evening Sun di Liberty, Kansas, che si occupa di cronaca e cultura generale. Alla morte del suo direttore, la redazione decide di pubblicare un’edizione commemorativa composta dai migliori articoli pubblicati dal French Dispatch nel corso degli anni: tra questi, la ricostruzione del rapimento di uno chef, la storia di un artista condannato all’ergastolo per duplice omicidio e un reportage delle rivolte studentesche del Sessantotto. [sinossi]

Ennui, noia, così si chiama la cittadina dove lo statunitense Arthur Howitzer Jr., in vacanza dal Kansas, ha installato la redazione d’oltreoceano del The French Dispatch, il supplemento settimanale del quotidiano di Liberty (in Kansas, per l’appunto) Evening Sun. Fin dall’incipit il decimo lungometraggio diretto da Wes Anderson sembra voler porre in modo netto una dichiarazione d’intenti: non è più tempo di isole giapponesi dei cani, hotel mitteleuropei, fughe d’amore infantili nel New England, treni per Darjeeling, avventure acquatiche e via discorrendo. Ad Ennui ci si annoia, nomen omen, e soprattutto si muore. Principia infatti da una morte, The French Dispatch, quella del suo fondatore. Principia da una morte e di seguito non può che inanellare storie di morti, o di quasi morti. A distanza di nove anni da Moonrise Kingdom il regista statunitense torna in concorso al Festival di Cannes, e lo fa attirando su di sé tutta l’attenzione di un mondo mediatico annichilito da un anno e mezzo di pandemia, di lockdown, di divi visti quasi esclusivamente a distanza. Sulla Croisette invece approda la ciurma numerosa di un film che fa delle sue comparsate e dei cameo una vera e propria cifra stilistica. Così come idealmente tutti i redattori del The French Dispatch si fermano in ossequioso silenzio davanti al corpo senza più vita di Howitzer – magari mangiando il dolce portato dal solerte cameriere su cui si apre l’intera narrazione-non-narrazione –, allo stesso modo i vari Adrien Brody, Benicio Del Toro, Christoph Waltz, Edward Norton, Elisabeth Moss, Frances McDormand, Jeffrey Wright, Léa Seydoux, Liev Schreiber, Mathieu Amalric, Owen Wilson, Saoirse Ronan, Tilda Swinton, Timothée Chalamet, Willem Dafoe (per citarne solo una parte) vestono il lutto per un’altra morte, quella dello stesso cinema di Anderson. Una morte non lacrimosa, proprio come quella di Bill Murray, non a caso il più fedele dei sodali per il regista nativo Houston. Una morte inevitabile, e come tale accolta con semplicità, forse persino con gioia. Non si sta qui preconizzando il ritiro dalle scene di Anderson, sia chiaro, ma la qualità più pura ed evidente di The French Dispatch è in maniera innegabile quella di segnare un punto di svolta, una cesura così forte da non poter più essere riparata, né ricucita. Il cinema di Wes Anderson con questo decimo film muore, venticinque anni dopo essere nato con Bottle Rocket. Muore perché non ha più nulla da aggiungere al già detto, al già rifinito. Un cinema non più perfettibile.

Non è dopotutto un numero celebrativo anche quello del The French Dispatch creato per commemorare il ricordo della genialità e della bontà d’animo (e dell’apertura mentale) di Howitzer? Ecco dunque che il film si articola su più storie, tutte breve e inconcludenti, o per meglio dire traditrici dell’idea iniziale: si può arrivare a raccontare un Sessantotto iper-borghese anche partendo da tutt’altra suggestione, così come si può parlare d’arte astratta concentrando l’attenzione su un uomo in carcere per duplice omicidio, o discettare della stessa Ennui-sur-Blasé (tecnicamente “la noia più sfinita”) girando in bicicletta. Si può, o forse si dovrebbe, guardare il mondo partendo da prospettive completamente diverse e lasciandosi guidare dagli eventi. È divertente che proprio il regista che ha fatto del regime geometrico il suo biglietto da visita dichiari la voglia di dirazzare, di muoversi in territori non inesplorati ma inattesi, discordanti dall’ovvio. È divertente altrettanto che lo faccia lavorando al suo film più progettuale, strutturato in parti precise, segmentato in storie che dovrebbero sulla carta essere autoconclusive. Firmando il suo testamento – almeno quello della poetica attuale – Anderson si libera dai suoi stessi canovacci, li manda alla malora, li abbandona al loro destino. Si diverte a sollazzare il suo lato più scopertamente cinefilo tirando in ballo il polar, il cinema di Vigo ma anche Boudu salvato dalle acque di Renoir, e a testimoniare di fronte al tribunale della critica e del pubblico il suo amore viscerale per la cultura europea. Di tutti i suoi film The French Dispatch è anche quello più scopertamente anti-hollywoodiano, almeno nelle intenzioni. Vorrebbe essere accolto nella schiera dei figliocci – o meglio nipotini – della nouvelle vague, Anderson, e non si può non comprendere la profonda sincerità che si cela dietro ogni inquadratura, anche la più calcolata, anche la più costruita.

In questa lunga dissertazione che in realtà è solo una dichiarazione di intenti Anderson dimentica però non tanto il cinema – sprazzi e intuizioni si possono rintracciare qua e là, e anche momenti piuttosto interessanti – quanto l’umano. Così teso a costruire l’architettura che ha in mente – e che ovviamente prevede modellini, squarci d’animazione, bianco e nero e colore (i “soliti” colori degli anni Settanta) – Anderson sembra completamente dimenticarsi dei suoi personaggi. Non ce n’è uno che valga la pena davvero ricordare, né lo snob quasi-rivoluzionario di Timothée Chalamet né il pittore pazzo e pluriomicida di Benicio Del Toro, e ancor meno la giornalista Frances McDormand e la poliziotta carceraria Léa Seydoux. Tutto scorre via asettico, come se l’unica cosa che contasse fossero i margini, la perfezione del quadro, la tessitura dell’immagine. The French Dispatch è un film ammirevole, così però come si può ammirare la tomba di Tutankhamun o di qualche altro faraone. Un luogo gelido, inappuntabile ma mortuario, da cui non è più possibile pretendere alcuna stilla di vita. Certo, c’è tutto il glamour che i fan indefessi del regista chiedono, e quindi questa schiera di adulatori urlerà in ogni caso al capolavoro, o giù di lì. Ma queste grida di giubilo confonderanno l’urlo di disperazione che il film trascina con sé. Disperazione per un cinema che non è più in grado di spingersi oltre, e che deve quindi necessariamente cambiare rotta. Anderson sembra lucido nell’enunciare questo, e la curiosità sui luoghi che esplorerà in futuro è forte. Con la speranza che sappia uscire dal crogiolo rassicurante della bara e preferisca tornare alla vita, e alla messa in discussione di sé che anno dopo anno, film dopo film, è inesorabilmente scemata.

Info
The French Dispatch, il trailer.

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